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Martin Scorsese

(21 risultati)

Sacro e profano nella fisicità del sesso / L'occhio magico di Carlo Mollino

Cosa non dovesse essere la fotografia, Carlo Mollino l’aveva ben chiaro in testa: “ …desolanti schiere di ingranaggi, moltitudini di barili o cuscinetti a sfera in fuga prospettica, cacce astratte di trasparenze di cristalli su sfondo nero, “tipi caratteristici” quali vecchi marinai visti di schiena o di tre quarti, con e senza pipa, più o meno intenti a rattoppar reti, città indaffarate sotto la pioggia, che si sommano ai sempre vivi soggetti di ieri: nudi più o meno unti e lucidi e più o meno in gruppo, in posa di danza ritmica, ragazze in costume di qualche luogo viste di scorcio dal basso, uomini in nero seduti al sole nella piazza del paese, tramonti controluce sul mare e sul lago con e senza barche ormeggiate, giochi d’onda e di spuma, colonne di chiostro con o senza pozzi e soprattutto suore e frati, acrobati di varietà in funzione, “felze” e dentiere di gondole con gioco di riflessi, scene di porto, cuccioli e gatti, e infine ancora e sempre il “bric-à-brac” steso sul selciato o sulla bancarella del rigattiere, fiori bianchi in vaso di cristallo, fiori bianchi o spighe mature al vento”. La citazione proviene dal libro di grande formato (e riccamente illustrato, come...

Gesù e Giuda / La gloria di Giuseppe Berto e il trauma del tradimento

Nel suo romanzo più conosciuto e fortunato, titolato Il male oscuro, pubblicato nel 1964, Giuseppe Berto, scrittore scomodo e scontroso, pone al centro della scena della sua tormentata autobiografia psicoanalitica, come si legge sin dalle prime righe, la sua “lunga lotta con il padre”. Un padre esigente e padronale, espressione di una Legge sacrificale e inflessibile, schiaccia il figlio sotto il peso di una colpa antica: quella di non aver mai corrisposto alle sue attese, di essere stato una delusione cocente, un figlio deludente. Il corteo di sintomi che invade il corpo del soggetto traduce questa sentenza paterna in sofferenza: infiammazioni delle vertebre, disturbi gastrico-intestinali di ogni genere, nausea, angoscia, depressione, emicranie pervicaci. Questa colpa è destinata a dilatarsi smisuratamente quando il figlio, diventato ormai un uomo adulto, abbandona il padre ammalato di un tumore allo stomaco (“tremenda montagna di morte”) e in preda ad atroci dolori che lo condurranno presto alla morte.   Diversamente dal mito di Enea, qui il figlio non solo non soccorre il padre morente, ma latita, si rende assente, pensa solo a se stesso. Di fronte all’odore acre della...

Martin Scorsese, “Silence” / Nient'altro che un'immagine

Ogni discorso su Dio, al cinema, non ha senso se non riguarda prima di tutto il cinema stesso e la sua pretesa di replicare il reale, di interrogarne la vastità. Silence è l’unico film che Scorsese poteva e doveva fare dopo Al di là della vita, l’ultimo suo lavoro veramente personale, l’ultima prova inconfutabile della tenuta del suo cinema (un cinema espressionista, estremo nei sentimenti e nella violenza, carico di religiosità, blasfemia, allucinazione, rigore, passione), prima che il ’900 finisse, prima che il digitale stravolgesse tutto, prima che Scorsese stesso  fosse canonizzato in  “maestro” ed entrasse nella fase meno fervida, meno spontanea, più compromessa e non sempre lucida della sua filmografia.   Martin Scorsese (al centro) sul set del film.    Silence è il film inseguito per trent’anni, figlio di riscritture, ripensamenti, difficoltà produttive, tentennamenti e, una volta girato, di ritardi nella distribuzione e cambi nella durata: per una volta, però, l’opera di una vita intera, il progetto inseguito, vezzeggiato, trovato e poi ritardato (una vera sottocategoria della storia del cinema, che conta...

Il mirino, la vittima, lo spettatore

È tutto una questione di sguardo, ormai. Di occhi, di posizioni, di punti di vista e punti di osservazione.   American Sniper, ad esempio, che è la storia del cecchino più letale nella storia dell’esercito americano, è inevitabilmente un film sullo sguardo. Lo si capisce dall’insistenza con cui Clint Eastwood mostra nel film il primo piano di Chris Kyle che prende la mira, accovacciato e concentrato nell’osservare il nemico; oppure dal continuo ritorno della soggettiva del suo occhio, con la croce di precisione in mezzo allo schermo a stamparsi come una firma, come un segno di riconoscimento.   American Sniper, frame dal film   Il gesto – l’atto di guardare e di filmare colui che guarda – è tutto, indica la posizione del regista di fronte alla realtà che rappresenta. E in American Sniper questa posizione è chiara, costretta e inevitabile come la visione del cecchino, ma anche privilegiata e giustificata, come ogni scelta dell’eroe Chris Kyle, soldato in nome della democrazia e del bene. Anche quando il suo punto di vista viene ribaltato – e Eastwood per un attimo...

Lech Kowalski: il cinema come campo di battaglia

In occasione della retrospettiva che Filmmaker Festival (28 novembre – 8 dicembre) dedica a Lech Kowalski, pubblichiamo un estratto del volume monografico Camera Gun: il cinema ribelle di Lech Kowalski, a cura di Alessandro Stellino (Agenzia X). Il regista, presente a Milano per la durata del festival, terrà una masterclass presso il cinema Beltrade domenica 30 novembre.    Per iscrizioni scrivere a workshop@milanofilmnetwork.it. Per ulteriori informazioni sul programma di Filmmaker Festival     Prima che il cinema contemporaneo cominciasse a farsi domande sulla propria capacità di filmare l’esistente, di cogliere la vita nella sua verità, condannato dall’inesistenza materica del digitale, lontano dalla grana spessa della pellicola, inevitabilmente bloccato nell’algida perfezione dell’alta definizione, Lech Kowalski ha fatto in tempo a filmare il corpo umano come un campo di battaglia, terreno segnato da storie ed esperienze. «Sulle mie braccia c'è tutta la mia storia», dice Dee Dee Ramone in Hey Is Dee Dee Home (2003), rivolto a Kowalski che lo filma, lo ascolta e lo osserva...

Il canto dell'ISIS

Paolo Inverni vive a Torino e lavora da tempo nell'ambito dell'arte contemporanea. Con Daniela Cascella, scrittrice e critica, è il fondatore di una piccola casa editrice, Noch Publishing, che si occupa di expanded listening. Cioè di suono e ascolto, nel senso più ampio del termine. Ho pensato di girare a Paolo una domanda che avevo piantata in testa da tempo. Volevo illuminare un dettaglio della grammatica comunicativa dell'ISIS, ovvero dell'Islamic State of Iraq and Syria. Un dettaglio che, puntualmente, ho riscontrato in diverse clip postate in rete dall'Islamic State. O comunque in moltissimi dei video prodotti ed editati all'interno della galassia dell'integralismo islamico. La domanda ha fatto da abbrivio ad una breve conversazione abbozzata al sole, tra i tavoli di un bar a Milano, e poi proseguita su Skype.   Ciao Paolo, hai poi aperto quei video che ti avevo mandato via mail? Per esempio questo e questo? Ti sarai accorto che c'è sempre un canto che apre il video o che lo accompagna in background. Volevo appunto parlare con te di questo... Sì, effettivamente c'è un canto, con caratteristiche abbastanza specifiche, che ricorre in moltissimi montaggi. Decine e decine. A...

Caligari, Scorsese e quella citazione da Taxi Driver

Pochi giorni fa Valerio Mastandrea ha scritto una lettera aperta a Martin Scorsese. L’ha pubblicata sul «Messaggero», e grazie alle sue parole ha fatto risorgere dall’oblio un nome del cinema italiano che avevamo dimenticato: Claudio Caligari, regista di due soli film di finzione, Amore tossico (1983) e L’odore della notte (1998), e di alcuni documentari girati negli anni ’70, che da tempo cerca di girare un nuovo lavoro, Non essere cattivo, e non ci riesce.   I motivi sono sempre i soliti, mancanza di fondi, di fiducia, di fama e di fortuna, e Mastandrea, che dell’Odore della notte era il protagonista e a quel film in cui interpretava un borgataro romano degli anni ’70, poliziotto di giorno e rapinatore di notte, deve molto, ha deciso di aiutare l’amico regista appellandosi a Scorsese affinché produca il suo lavoro. Perché Scorsese ama il cinema italiano, lo sappiamo, e soprattutto perché Caligari ama e conosce più di ogni altra cosa i film di Scorsese – lo chiama addirittura per nome, dice Mastrandrea, e nemmeno Martin, ma Martino – e allora forse non resta altra soluzione che la...

Potenza di un no

Nelle storie come nelle vite, c’è sempre un preciso momento in cui tutto potrebbe cambiare. Ciascuno sa quanto è difficile essere all’altezza di un momento così, basta un nulla ed esso svanisce. Nell’ultimo film di Scorsese, The Wolf of Wall Street, accade quando il protagonista convoca i collaboratori della sua società per annunciare il proprio ritiro dal mondo della speculazione finanziaria. Nel momento in cui la bocca è già sul microfono, pronta a parlare, Jordan Belfort si tira invece indietro. Rinuncia a rinunciare, si potrebbe dire. Sennonché la questione è qui complessa e si gioca tutta sulla domanda: rispetto a cosa si definisce una rinuncia? Ci sono naturalmente molte soluzioni possibili. Quella affaristica incarnata da Belfort risponde che l’unica vera rinuncia sarebbe consistita nell’allontanarsi dall’irrinunciabile possibilità di continuare a fare soldi e d’inventare nuovi modi per convincere i clienti a partecipare alla grande fiera dell’arricchimento.   Vedendo il tracollo al quale il film conduce ad assistere, si può però azzardare un...

Peppa Pig post-cinema

La scorsa domenica pomeriggio io e mio figlio siamo andati al cinema a vedere Peppa. Fra le opzioni possibili, ho scelto il multisala nei pressi del Centro Commerciale, già pieno di suo in questo periodo di sconti. Risultato: tutto esaurito. La prima volta al cinema del mio piccolo Nino è stata, così, dentro un cinema pieno. Roba, a quanto pare, difficile da replicare in questi tempi di magra e ancor più improbabile in un prossimo futuro in cui il cinema, come posto e forse come arte, dicono alcuni, non ci sarà più.   Accompagno per la prima volta mio figlio al cinema pensando alla folgorazione della mia di prima volta: era il lontano 1979 e si trattava della riedizione disneyana della Carica dei 101. Di amore duraturo si sarebbe trattato: molto più della letteratura e diversamente dalla onnipresente televisione, il cinema, anche in vhs, è stato, per quelli della mia età, strumento di educazione, di scoperta del mondo, di socializzazione. Indispensabile.   Peppa Pig, vacanze al sole ed altre storie è al cinema per mostrare al popolo il cinema dopo la morte del cinema. E non si tratta della solita tirata moralistica per ossessivi del content delivery, siano essi onanisti...

The Wolf of Wall Street

Oggi esce The Wolf of Wall Street, il nuovo film di Martin Scorsese che riporta il grande regista ai temi e allo stile dei suoi film più noti, in particolare Quei bravi ragazzi e Casinò: ambizione personale, autodistruzione, follia, divertimento grottesco, tragedia che scivola nella farsa, narrazione in voce off, espressionismo visivo, foga narrativa, rilettura in chiave antropologica della storia americana. In mezzo al fiume di parole e interpretazioni già scritte e ancora da scrivere sul film (che ha sostanzialmente entusiasmato la critica di tutto il mondo, salvo qualche significativa distinzione), abbiamo provato a parlare di Wolf of Wall Street a partire da alcune suggestione dettate da immagini di questo e altro film, saltate alla mente durante la visione.  In collaborazione con CineforumWeb.     C’è questa immagine finale qui, da La folla di King Vidor.     Un uomo qualunque, che per tutta la vita ha pensato di diventare qualcuno, finalmente trova la serenità perdendosi nella massa. La cinepresa si alza, si allontana e lascia che l’uomo, con la moglie e la loro bambina, affoghi tra il pubblico...

New York città aperta

All'uscita di Modern Vampires of the city, il nuovo disco dei Vampire Weekend – un gruppo indie-pop statunitense che va oggi per la maggiore e che potrebbe essere definito post-world music, se esistesse il genere – sono stati diffusi in rete un paio di singoli sotto forma di raffinati video musicali. Uno dei due video, Step, è un omaggio piuttosto riuscito a New York, la città d'origine della band. Il video è molto bello ed è coerente con la copertina del disco, una foto aerea in bianco e nero di Manhattan avvolta da una foschia mattutina. Ricorda vagamente la copertina di Underworld di Don De Lillo, ma senza Torri Gemelle che scompaiono nella nebbia.     Il video, girato totalmente in un bianco e nero così poco contrastato che a dominare sono una varietà infinita di grigi, racconta una giornata a New York da mattina a sera, mentre il testo della canzone compare a caratteri bianchi e cubitali sulla superficie delle immagini con il procedere della musica. La scelta delle immagini, la maggior parte fisse, altre in movimento, è talmente riuscita da non richiedere alcuna didascalia o allusione...

Mangiare nello spazio, viaggiare nel tempo

C’è un nesso, logico e narrativo al tempo stesso, che non si finirà mai di considerare fondamentale, nella nostra come in altre culture: è quello fra mangiare e viaggiare, gustare preziose leccornie e incontrare nuovi luoghi e altre popolazioni. Certo, c’è la cucina di casa, le tradizioni gastronomiche locali, il chilometro zero. Ma sono per lo più invenzioni leggendarie, o quanto meno turistiche. E ci sono tante persone che per tutta la vita ingurgitano sempre la stessa cosa, di modo che la minima variazione di gusto le mette in crisi peggio che l’abbattersi in un idioma sconosciuto. Ma sono soggetti da guardare con allarmato sospetto, poiché sempre pronti a garantire la sedicente – e fraudolenta – superiorità genetica delle loro immense idiosincrasie. La cucina, popolare prima che aristocratica, è invece pratica civile che lotta incessantemente contro il tempo e lo spazio, destagionalizza e delocalizza a più non posso: prima ancora che il famigerato passaggio dal crudo al cotto, c’è l’assaggio di un frutto estivo in inverno o di un aroma orientale nelle steppe del...

I film dell’anno di doppiozero

Dicembre, si sa, è il mese delle classifiche: i migliori dischi, i migliori libri, i gol più belli, il Pallone d’oro, i personaggio dell’anno. E ovviamente anche i film della stagione, che poi in realtà non si mai quali siano, se quelli usciti nelle sale, se quelli visti ai festival, se quelli recuperati su internet, se quelli che film veri e propri non sono, come le serie tv, ma che ormai hanno spettatori, ammiratori e imitatori più dei film stessi. Presi ovviamente dalla serietà del gioco, abbiamo deciso di raccogliere le nostre preferenze e di stilare una lista il più possibile esaustiva di quello che il 2012 ha detto al cinema: nelle sale, nei festival, magari anche in tv, con la speranza di presentare una serie ovviamente parziale, ovviamente contestabile, di consigli per la visione. Ecco i primi otto.     Holy Motors, di Leos Carax   Il film dell’anno, fosse anche per il clamore suscitato a Cannes, tra le urla al capolavoro e il fastidio per il talento esibizionista di Carax. Racconto di un giorno nella vita di un personaggio pirandelliano che è uno nessuno e centomila, Holy...

Turisti dello sguardo

Il cinema è come il crimine: lascia sempre delle tracce dove passa. Sono parole di un grande regista, Joseph L. Mankiewicz, e descrivono perfettamente ciò di cui andiamo in cerca quando i film restano nella mente e chiedono di ripresentarsi nello spazio. La memoria cinematografica, oltre che enciclopedica o sentimentale, legata a un momento, uno stato d’animo, una conoscenza, è anche geografica: legata cioè a dei luoghi. Luoghi privati, ma soprattutto collettivi, conosciuti nella finzione e rivissuti dal vivo, in sostituzione del reale. Se il cinema, come insegna il piccolo Hugo Cabret, è un’esperienza del mondo, e se amare il cinema significa trovare un posto nel mondo, allora la geografia che ogni film impone al suo spettatore offre la possibilità di un’esplorazione, di un viaggio immaginario ed emotivo nel mondo.   E in questo senso c’è un solo luogo che ciascuno di noi, attraverso il cinema, ha visto, immaginato, ricostruito e in certi casi, se fortunato, infine incontrato. Una città che appartiene non ai suoi abitanti, ma al mondo intero, agli spettatori di un immaginario che plasma...

Catherine O’Flynn. Ultime notizie da casa tua

   Non c’è una pagina sprecata nell’edizione minimum fax del libro di Catherine O’Flynn. Dalla copertina alla quarta finale tutto è perfettamente coordinato al punto che risulta difficile distinguere la qualità del romanzo dall’aspetto grafico. Una simbiosi assoluta, come spesso capita con i titoli dell’editore romano.   In copertina troviamo il televisore Algon di Brionvega, a fianco una classica teiera: lui arancione, lei rossa. Algon è del 1964, nella foto ha la maniglia alzata: è un televisore nomade, e ha lo schermo rivolto all’insù, come un cagnolino verso il suo padrone, diceva il suo designer Marco Zanuso. E di televisione racconta il romanzo, una televisione che ha ormai superato gli studi televisivi e come un virus entra nel corpo dei suoi conduttori deformando una realtà già difficilmente percepibile.   Il protagonista, Frank, è un mediocre conduttore televisivo; suo padre, ormai scomparso, è stato un importante architetto di Birmingham le cui costruzioni, che si proponevano d’imporre la modernità, vengono abbattute...

#140cine: da venerdì 20 aprile al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Con un voto da #0 a #0000 e il trailer. Aspettiamo sui Social Network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 20 aprile in sala: To Rome with Love di Woody Allen (id., Spagna, Italia, Usa 2012) #140cine Allen gira a Roma. E se a Londra rifaceva Shakespeare, da noi sfrutta soprattutto il GF. Paese che vai... #00 Il primo uomo di Gianni Amelio (Le premier homme, Francia, Italia 2011) #140cine Amelio incontra l’ultimo e incompiuto Camus. Ricordi del ’900 che valgono per ogni possibile presente. #00 George Harrison: Living in the Material World di Martin Scorsese (id., Usa 2011) #140cine Scorsese celebra Harrison come anni fa Dylan: un doc esaltante e malinconico, in una parola “rock”. #000 Il film è uscito solamente ieri, giovedì 19 aprile, in un centinaio di sale italiane. Robe da matti di Enrico Pitzianti (Italia 2011) #140cine  La storia di una residenza sarda per malati mentali che ospita otto persone. Per non farla...

Il tempo di un sentimento

Oltre le lancette ferme dell’orologio di Ritorno al futuro, oltre l’ingranaggio bloccato nella torre di Mister Hula Hoop, il tempo materiale, manipolato e rievocato negli anni ’80 e ’90 dai film di Zemeckis e dei Coen, è ancora oggi una presenza concreta di tanto cinema contemporaneo. Scorre all’indietro nella stazione di New Orleans di Il curioso caso di Benjamin Button, impone il proprio passo moltiplicato per cinque in Twixt di Coppola, vaga fluido per le decadi in Midnight in Paris di Allen, e in Hugo Cabret di Scorsese, con la sovrapposizione tra Harold Lloyd e il piccolo orfano appeso alle lancette di un quadrante, rimane l’unico appiglio a cui aggrapparsi prima della caduta.     Tra ricordi di traumi familiari, invenzione della nostalgia e desideri di purezza (con il discutibile The Artist che si porta a casa gli Oscar migliori), il contemporaneo sentimento del tempo si è trasformato nell’evocazione del tempo di un sentimento: quello, cioè, che lega gli autori alla loro storia personale, tra i traumi autobiografici di Coppola e i legami cinefili di Scorsese, e lega il cinema alla...

Boardwalk Empire: malinconie di un boss

Enoch Thompson, detto Nucky, è un mafioso. Un mafioso per bene. In realtà, è il Tesoriere della città rivierasca di Atlantic City nel 1920, in era di proibizione del consumo di bevande alcoliche. La proibizione come sempre genera illegalità, così nacquero negli Stati Uniti le grandi famiglie mafiose: gli italiani, gli irlandesi, gli ebrei.   Nucky, in Boardwalk Empire, la serie televisiva scritta da Terence Winter (che di mafiosi se ne intende avendo scritto un bel po’ di episodi dei Soprano) e coprodotta anche da Martin Scorsese che girò l’episodio pilota, è interpretato da Steve Buscemi. Emmy Awards prima e Golden Globes dopo hanno ricoperto di gloria questa serie, alla terza stagione negli Usa, in Italia alla seconda, appena conclusa su Sky Cinema, e alla prima in chiaro su Rai 4 in queste settimane. La sua maschera ironica e impenetrabile comunica l’ambiguità del personaggio, capace di un sermone toccante davanti alla comunità di quattro afroamericani mitragliati da un commando del Ku Klux Clan e poco dopo di un comizio di aizzo cagnesco davanti agli affiliati della setta...

Martin Scorsese. Hugo Cabret

Finalmente Martin Scorsese, pur senza ritornare quello che era e che non sarà più, ha girato un film alla sua maniera, ritmato e cadenzato come un unico respiro, narrato senza seguire il filo di un racconto tradizionale (forse bruciato dagli sbandamenti impazziti di Shutter Island), ma facendosi guidare da un’emozione più forte di qualsiasi genere: l’emozione del cinema. Meglio ancora, l’emozione del miracolo che il cinema, mezzo meccanico e tecnologico, realizza quando parla all’anima di uno spettatore.   Non solo Hugo Cabret è il suo miglior film dai tempi di Al di là della vita, nonostante l’inattesa formula da blockbuster e la leggerezza del racconto natalizio; soprattutto, è ciò che Scorsese cerca di fare da Gangs of New York in poi, il film popolare del cinefilo che parla non con l’erudizione dell’intellettuale, ma con il cuore dell’appassionato, dello spettatore ancora stupito. Nella sua dimensione sognante e didattica, il film realizza l’incontro tra le due anime del regista, emerse dalla metà degli anni ’90 dopo lo straordinario documentario...

One from the Heart

One from the Heart (in italiano Un sogno lungo un giorno) non è un film maledetto e neppure un “grande film malato”, categoria questa inventata da Truffaut, e la sua commercializzazione in DVD ci impedisce di lasciarlo tranquillamente sfumare nel nostro ricordo. Ci si potrebbe accontentare di definirlo “fallito” o semplicemente “cattivo” in base a certe esigenze cinefile o ai criteri del cinema di qualità. Si potrebbe anche raccontare la stravagante avventura in cui si imbarca Francis Ford Coppola subito dopo aver rischiato la vita per trasformare la catastrofe annunciata di Apocalypse Now  in un fenomenale successo di critica e di pubblico. Con quel film monumentale Coppola acquistò, anche agli occhi degli americani, uno status e un'aura di autore e creatore visionario. Invece di confermare questa posizione, Coppola, lasciato cadere il “Ford” dal suo nome, segno dell'America e del grande cinema, compra una casa di produzione a Hollywood per tentare al tempo stesso una resurrezione del sistema dei grandi studios (ad esempio creando una troupe di attori sotto contratto) e mostrare ciò che sar...

Quel MacDonald’s di Stephen King

Semiosi illimitata. (Umberto Eco, Interpretazione e sovrainterpretazione)     Nella raccolta A volte ritornano di Stephen King (ed. Bompiani) si può leggere un’introduzione firmata dallo scrittore John D. MacDonald. È un’introduzione molto piacevole scritta dall’autore del romanzo The Executioners trasposto in due versioni cinematografiche, la prima del 1962 col titolo Cape Fear interpretata da Robert Mitchum e la seconda del ’91 diretta da Martin Scorsese con Robert De Niro e un cast all star. The Executioners è grosso modo un romanzo dell’orrore, anche se John D. MacDonald, morto nel 1986, non viene certo ricordato come scrittore horror, ma piuttosto per i suoi romanzi hard-boiled, pulp e persino science-fiction. Come mai, allora, l’autore di un solo romanzo più thriller che horror ha firmato la prefazione di una raccolta di racconti dell’orrore scritta da uno scrittore dell’orrore?     Nell’introduzione, MacDonald suggerisce una risposta a questa domanda: “Per una strana coincidenza, oggi il romanzo Una splendida festa di morte di Stephen King e il mio...