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Mina

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1958-1982: venticinque anni di canzoni italiane / Ed ognuno ha il suo corpo

Di musica mi sono occupato ogni giorno tante ore al giorno per 30 anni: dirigevo un mensile che ha cessato le pubblicazioni quattro anni fa perché non lo comprava più abbastanza gente per pagare il mio stipendio. Da allora con la musica il mio rapporto si è fatto difficile: non ho più messo un disco di vinile sul mio giradischi, li ho regalati al mio figlio dj e compositore; non ho più messo cd nel mio lettore cd: stanno prendendo polvere; ogni tanto ascolto la radio in auto, ma sono molto esigente e spengo quasi subito. Quindi posso dire che non ho elaborato il lutto. Quando a scuola i ragazzi vogliono ascoltare musica cedo raramente, in occasioni pre-vacanziere, per curiosare cosa stanno ascoltando, reggo come loro solo tre minuti di pezzi che hanno un testo interessante, una storia che dice qualcosa ben raccontata nel videoclip. Si può dire quindi che nella mia regressione abbia setacciato l’essenza di quello che la musica mi può ancora dire: parole più che melodie, storie più che ritmi, emozioni più che canti. Quando ho letto i primi report sulla mostra NOI… non erano solo canzonette (pensata da Gianpaolo Brusini con la consulenza storica di Giovanni De Luna e quella...

Il Sessantotto di chi non c'era / Intervista a mia madre sul Sessantotto

Mentre mia sorella, mia moglie, mio cognato e i bambini mangiavano i bignè, a mia madre ho detto: “Sediamoci sul divano”. Glielo avevo preannunciato al telefono: “Ti farò due domande sul Sessantotto, mi racconterai quello che ricordi, niente di impegnativo”. Ma la sola idea l’aveva messa in apprensione. “È passato tanto tempo”, aveva sussurrato.  Mia madre non era nel movimento, non partecipò alla battaglia di Valle Giulia. Nel 1968 aveva diciotto anni, viveva in un paese a venti chilometri da Roma, aveva lasciato la scuola a quindici e non pensava alla Primavera di Praga né alla rivoluzione culturale cinese. Era l’ultima di sette fratelli, tre maschi e quattro femmine, figli di un fornaciaio e di una materassaia immigrati dall’Abruzzo.    A quel tempo lavorava in un laboratorio farmaceutico come confettatrice. “Iniziamo da questo”, le ho detto, sistemandomi il portatile sulle gambe. “Sai cos’è una confettatrice?”, mi ha chiesto. “È l’operaia che dà il colore alle pastiglie. Le bagnavo tutto il giorno con acqua e zucchero e alla fine aggiungevo il colore”. Sapevo che mia madre, prima che nascessi, aveva lavorato nell’industria farmaceutica, ma non sapevo che fosse...

Dal Peppermint Lounge all'Appia Antica

Nel 1960 lo statunitense Chubby Checker incide la propria versione di una b-side pubblicata un paio d'anni prima da un gruppo di proto rock'n'roll, gli Hank Ballard & The Midnighters, e velocemente dimenticata. Il brano si chiama “The twist” e si presenta come una piccola variazione musicale sul tema classico del rock'n'roll con un esplicito invito, nel testo, a “fare il twist”. 'Twist' è quindi il nome di una cosa che si può fare – da soli ma meglio in due –, una danza, un movimento per la precisione, che lo stesso Chubby Checker descriverà così: «è come spegnere una sigaretta con i piedi e strofinare un’estremità con un asciugamano».     Consacrato nel 1961 da Let's twist again – sempre eseguita da Checker e pensata come vero e proprio seguito di The twist – questo ballo inizia a fare il giro del mondo e, a partire dal Peppermint Lounge di New York dove sono soliti ballarlo anche Truman Capote e Greta Garbo, diventa il simbolo danzereccio del Dopoguerra, l'espressione massificata della voglia di ballare in un modo...

Cesenatico, Gran Fondo Nove Colli

Sulla griglia di partenza, tra centinaia di uomini che somigliano a cavalli pronti allo sparo. E’ presto, fa fresco. Sono l’unica donna nei paraggi. Ho quarant’anni e sono ridicola. Mia madre mi ha detto: “ Tu inizi quando le altre finiscono”.   Le divise dei ciclisti hanno scritte come i manifesti delle sagre, che raccontano di piccole imprese artigianali, di negozietti di periferia. Fermento tra i gruppi: ci si parla in dialetto, ci si chiama coi soprannomi e con battute da circolo. Si tendono i muscoli senza ragione affinché tu che guardi capisca subito con chi hai a che fare. Anche se partiamo da una griglia di cicloamatori, vedi corridori tirati come campioni, con le sopracciglia rifatte, altezzosi e distanti, pronti solo allo scatto.   Avevo dieci anni; seguivo mio padre con la mia bici gialla. Lungo salite estive in cui non passava nessuno, lui davanti mi guidava in silenzio. Ci fermavamo a salvare un calabrone capovolto, o a cogliere ciliegie. Io diventavo la scaglia di mare nel sole, lui la collina che fumava a valle, il monte chiaro che si faceva cielo. Alla processione del paese, fermi lungo il ciglio, contavamo...

Mosaico di identità e identità-mosaico

Se dal punto di vista culturale oggi si ammette senza remore che la retorica risorgimentale, quella che avrebbe dovuto “fare gli italiani”, fu insopportabile, asfittica, decrepita già appena nata, piena di moralismo e ampollosità, vetusta nel linguaggio, nelle immagini e nei simboli, è pure vero che l’Italia ha trovato un’identità nazionale in primo luogo nella letteratura e nella lingua letteraria, con l’opera di Dante, Boccaccio e Petrarca fino a Bembo e poi Manzoni.     Il linguaggio è la casa dell’Essere, scrive Heidegger, e nella sua dimora abita l’uomo. Viviamo da sempre nel linguaggio, e la nostra capacità di costruire nuove interpretazioni dell’esperienza e di articolare le relazioni tra le parti di cui si compone si fonda sempre nel preliminare contesto linguistico e culturale nel quale ci troviamo situati. Il linguaggio, inoltre, è anche il mezzo grazie al quale veniamo a conoscere altre interpretazioni dell’esperienza. Così, nell’interpretare un segno, un testo, una cultura, contemporaneamente un soggetto interpreta anche se stesso....