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Nilla Pizzi

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Son qui tra le tue braccia ancor avvinta come l’edera / L’ellera e i suoi corimbi

«Son qui tra le tue braccia ancor avvinta come l’edera» cantava Nilla Pizzi a Sanremo nel 1958. Quell’anno, la beguine dell’amore femminile devoto e succubo venne surclassata dal fenomeno Domenico Modugno con Nel blu dipinto di blu. Da allora la musica pop non fu più la stessa. Fu il segno di una virata del gusto estetico e del costume nazionale.  L’abusata similitudine tra la lianosa sempreverde che si abbarbica al fusto robusto di un albero e la donna schiava d’amore, bisognosa di appoggio, è luogo comune, antico ma logoro, che vuol essere rinnovato. O se non altro rovesciato come ci suggerisce Pablo Neruda in questi versi tratti dal quinto dei 20 poemas de amor y una canción desesperada:     Para que tú me oigas mis palabras se adelgazan a veces como las huellas de las gaviotas en las playas.   Collar, cascabel ebrio para tus manos suaves como las uvas.   Y las miro lejanas mis palabras. Más que mías son tuyas. Van trepando en mi viejo dolor como las yedras.   Ellas trepan así por las paredes húmedas. Eres tú la culpable de este juego sangriento.   ***   Perché tu mi oda le mie parole a volte si assottigliano come le orme dei gabbiani...

Milano / Paesi e città

Non so bene perché, ma il quartiere dove sono nato mi ha sempre fatto pensare all’America, agli Stati uniti d’America per essere precisi. Il quartiere dove sono nato. O, per meglio dire, dove fui condotto, quando avevo solo pochi giorni di vita, dalla clinica Villa Igea. La mia prima casa, e qui non parlo della clinica, risponde all’indirizzo di via Ada Negri 2. A quel tempo, tuttavia, alla futura via Ada Negri non era stato ancora concesso il privilegio di un’identità onomasticamente riconosciuta e così io mi trovavo ad abitare in via Antonini 51/2. Via Antonini. Uno stradone che separa in parte, ma ancor più nettamente separava allora, la città dalla campagna. La città stessa, d’altronde, della campagna non pareva aver assunto in quei luoghi un controllo troppo stabile. Un villaggio della frontiera sorto in quello che solo dieci anni prima era territorio apache. Palazzi simili a scatoloni messi di sbieco, l’uno accanto all’altro, a formare mezza lisca di pesce. Sul lato opposto della strada, una fila di case e negozi, la scuola elementare e, subito dietro il sottile paravento, campi, cascine...