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Philip Seymour Hoffman

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Dalla parte di Philip

Non si poteva essere fan di Philip Seymour Hoffman, non si poteva adorarlo come una star, non si andava al cinema per vedere lui, non era quasi mai il protagonista, non era un frontman e nemmeno il bassista del gruppo. Seymour Hoffman appariva ad un certo punto della storia, spesso camminando in avanti verso il lato della scena consigliando il protagonista, indicandogli la direzione giusta, le cose da fare e i pericoli da evitare. Tuttavia spesso i suoi erano consigli sbagliati o indicazioni subdole. Eppure l’istinto era quello di stare dalla sua parte. Il piacere stava nell’incontrarlo per caso all’interno di un film come lo si sarebbe incontrato per strada, senza troppe cerimonie. Lui guardava fisso il suo interlocutore (che non era mai il pubblico) e poi buttava l’occhio un po’ in là verso la sala, ma di traverso come faceva quando incontrava i giornalisti durante i festival. I suoi occhi guardavano le persone sempre stando appollaiati sul suo profilo raffinato dai lineamenti sottili e affilati nonostante la sua prorompente massa critica.         Si stava dalla parte di Philip perché lui interpretava...

Paul Thomas Anderson. The Master

The Master, inutile negarlo, è un film contraddittorio: maestoso eppure trattenuto, massimalista eppure intimista. Grande Hollywood che parla con il linguaggio ostico di un kammerspiele: difficile da ipotizzare, e pure da vedere. Ma non potrebbe essere altrimenti per un film che cerca di restituire le profondità della mente attraverso l’unica realtà rappresentabile, e cioè il corpo umano nella sua impenetrabilità. Ché in definitiva, nonostante le giustificate perplessità di chi ha faticato a coglierne il senso (in patria il celebre Roger Ebert, qui da noi Roy Menarini), The Master parla di questo: del corpo, della mente e del vuoto che li circonda. Parla di come al di là di un volto, nei pensieri e nell’inconscio di un uomo – di tutti gli uomini – non ci sia poi molto, a dire il vero quasi nulla. E di come, però, quel nulla sia la cosa più vera che possediamo.     Ci si chiede perché Anderson abbia scelto il 70mm, dal momento che il suo film è quasi tutto girato in interni e soprattutto basato su uno scontro attoriale che vive momenti giganteschi in...

I film dell’anno di doppiozero

Dicembre, si sa, è il mese delle classifiche: i migliori dischi, i migliori libri, i gol più belli, il Pallone d’oro, i personaggio dell’anno. E ovviamente anche i film della stagione, che poi in realtà non si mai quali siano, se quelli usciti nelle sale, se quelli visti ai festival, se quelli recuperati su internet, se quelli che film veri e propri non sono, come le serie tv, ma che ormai hanno spettatori, ammiratori e imitatori più dei film stessi. Presi ovviamente dalla serietà del gioco, abbiamo deciso di raccogliere le nostre preferenze e di stilare una lista il più possibile esaustiva di quello che il 2012 ha detto al cinema: nelle sale, nei festival, magari anche in tv, con la speranza di presentare una serie ovviamente parziale, ovviamente contestabile, di consigli per la visione. Ecco i primi otto.     Holy Motors, di Leos Carax   Il film dell’anno, fosse anche per il clamore suscitato a Cannes, tra le urla al capolavoro e il fastidio per il talento esibizionista di Carax. Racconto di un giorno nella vita di un personaggio pirandelliano che è uno nessuno e centomila, Holy...