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Pierre Restany

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1935 - 2020 / Christo: poesia ed economia

La foto l’ha scattata Ugo Mulas nel 1964. Ritrae Christo e Jeanne-Claude in una stanza dell’hotel Chelsea a New York. Lui è in primo piano, occhialuto, seduto sul bordo del letto, somiglia a uno dei Beatles, la mano destra sotto il mento nella caratteristica posa meditativa e melanconica dell’artista: orologio, cravatta e un paio di lucide scarpe a punta. Lei è invece arretrata, sdraiata sul letto: le gambe in primo piano inguainate in calze pop a motivo floreale, il viso bellissimo da adolescente morbosa. Sono arrivati da poco a New York e sembrano già parte dell’arredo della metropoli, perfettamente integrati nell’atmosfera dell’epoca, contro ogni infausta previsione di lei che durante la corsa nel taxi s’era accorta di non riuscire a capire una sola parola del guidatore nonostante i soggiorni a Londra e le lezioni private, come si usa nella buona borghesia parigina da cui Jeanne-Claude proviene. Hanno ventinove anni, sono nati nel medesimo giorno, mese e anno, hanno un figlio di quattro anni, nato quasi in clandestinità dopo il matrimonio e la repentina separazione dal marito di lei; sono amanti da almeno sei anni, da quando il profugo bulgaro, fuggito al di qua della cortina...

Qualcos'altro – Galleria Giò Marconi, Milano / Mario Schifano: pre-figurazione

Camminando verso la Galleria Giò Marconi per visitare la mostra Qualcos’altro, mi sono chiesta che senso possa avere oggi visitare una mostra di monocromi. La prima ragione è evidente: per uno studioso o un appassionato, una mostra di questo stampo ha un valore documentale indiscutibile, permette di inquadrare l'esperienza di un artista in una prospettiva situata, testimoniando una fase specifica della sua produzione. Ma per un visitatore che non abbia un’urgenza di studio, quale può essere la ragione, il senso di visitare una mostra di monocromi degli anni '60 nel 2020? Non si tratta forse di un momento pienamente documentato delle avanguardie del secondo Novecento, analizzato sin nei minimi dettagli e in un certo modo ormai cristallizzato, inchiodato sulla carta come una farfalla da uno spillo?    Mario Schifano, Qualcos’altro 22.01.2020 – 20.03.2020, Installation view Gió Marconi, Milan, photo: Filippo Armellin Courtesy: Gió Marconi, Milan. Il nucleo di opere presentate in mostra da Alberto Salvadori, in collaborazione con l’Archivio Mario Schifano di Roma, è compreso tra il 1960 e il 1962, quando l’artista ha già alle spalle alcuni esperimenti informali. Gli...

Brasile / I (non tanto) tristi tropici di Pierre Restany

Rimontando il Rio Negro   Giovedì 3 agosto 1978, lungo il fiume Rio Negro, sul battello a motore Robeson-Reis, il critico francese Pierre Restany prende appunti su un taccuino. In costume, camicia aperta e cappello per ripararsi dal sole e dagli insetti, scrive fino alle 11 circa del mattino. Un luogo inusuale per un cittadino come lui, che fa la spola tra due spazi urbani quali Parigi e Milano e, prima di visitare il Brasile, non sapeva camminare a piedi nudi sulla sabbia. Un’esperienza inaspettata per un critico che difende una generazione di artisti segnata dalla civiltà industriale, dall’umanesimo tecnologico, dall’estetica neo-dada. A coinvolgere Restany in questa traversata nell’estremo nord del Paese a partire dal porto coloniale di Manaus, sono due artisti, entrambi non brasiliani: Sepp Baendereck nato in Jugoslavia e Frans Krajcberg, nato in Polonia. I due, che hanno già esplorato assieme l’Amazzonia nel 1976, partono con l’idea di realizzare un film sulla biodiversità della regione. Restany non è nuovo al Brasile: nell’agosto 1961 il critico d’arte marxista Mário Pedrosa, tra i membri fondatori dell’AICA di Parigi nel 1949, lo aveva invitato a far parte della giuria...

Nanda Vigo: l'intellettuale dello spazio

Mi piace pensare a Nanda Vigo come a una sofisticata intellettuale dello spazio, un’esploratrice che conosce il linguaggio dello spazio per eludere quello delle parole, della forma e del colore e addentrarsi soltanto in esso. Classe 1936, Nanda Vigo è stata al centro della ricerca artistica degli anni ‘60 e ‘70, ma sono convinta che sia rimasta sospesa in un giudizio parziale. L’essersi collocata nel punto di intersezione tra architettura e arte non le ha permesso di essere incasellata in un profilo riconoscibile, confinandola ai margini. Né architetto. Né artista. Un autore dunque non facilmente riconducibile a una disciplina ferma: architettura, arte, design. Come è noto, ciò che si muove è difficile da fotografare e infatti ho l’impressione che Nanda Vigo sia sempre venuta un po’ mossa.   Poi c’è un fatto che mi ha sempre colpito. Negli anni in un cui ha cominciato a operare Nanda Vigo, non c’era copertura mediatica per tutto ciò che non fosse inserito nel flusso della cultura ufficiale. La comunicazione avveniva parlando con le persone, vis á vis, appendendo...

Gina Pane, mode d’emploi

Da una decina d’anni la figura e l’opera di Gina Pane (1939-90) sono al centro di un significativo lavoro critico ed espositivo, grazie anche agli sforzi dell’instancabile Anne Marchand, compagna di vita dell’artista. Nel 2003 escono i suoi scritti, Lettre à un(e) inconnu(e), per le edizioni dell’ENSBA; nel 2005 il Centre Pompidou organizza la personale Terre-Artiste-Ciel; nel 2008 è la volta di Situation idéale al Musée des Beaux-arts di Nantes. Mancava un segnale dall’Italia. Eccolo: la straordinaria retrospettiva al MART di Rovereto, È per amore vostro: l’altro (fino all’8 luglio), credo la più completa mai allestita, con oltre 160 opere, accompagnata da un catalogo-monografia di Sophie Duplaix. Tante le suggestioni suscitate dalla visione e dalla lettura, da cui ricavo qualche lemma, per quanto possibile in ordine cronologico.   SCULTURA. Per chi, in prima battuta, associa il lavoro di Gina Pane al corpo sanguinante, la prima sala è uno choc: sculture di elezione minimalista, disegni geometrici proiettati nello spazio. Eppure non è la geometria ad imporsi ma i...