Categorie

Elenco articoli con tag:

Renato Rascel

(3 risultati)

RADIOGENIE / Andrea Camilleri e la radio: un’ipotesi di radio futura

Inizia oggi "Radiogenie", una nuova rubrica a cura di Tiziano Bonini e Rodolfo Sacchettini, uno spazio dedicato alla cultura dell'ascolto, ai suoi autori, alla rinascita dei contenuti sonori e dei generi radiofonici su altri supporti (smartphone, podcasting).   Dai microfoni di Radio Uno le parole di Andrea Camilleri rivolte al pubblico hanno più la durezza dell’ammonimento che la cordialità dell’invito: «Da troppo tempo gli addetti ai lavori della Rai sono condizionati dalla routine e sono poco aperti alle proposte degli ascoltatori… d’altronde si rischia di cadere nella demagogia. La piazza, manipolata dalla società di massa, quando ha fatto richieste giuste? (…) Teniamo presente che la Rai, quando è diventata più democratica, non è stata mai superficiale (…). Il problema di fare cultura oggi è molto più difficile. Cerchiamo dei prodotti radiofonici da mandare in onda, che provino a interpretare la realtà in cui viviamo… L’invito è a opere originali, non a deliranti monologhi, sfoghi narcisistici, letture di poesie o imitazione di programmi già esistenti. La sfida è a ciò che è vecchio, falso e inutile».    È una trasmissione a puntate, che si inaugura alla fine...

Tre anni fa se ne andava Enzo Jannacci / Per Enzo Jannacci

A farmi conoscere Enzo Jannacci, cinquant’anni fa, sono stati mio padre e mia madre, entusiasti dello spettacolo Milanin Milanon, andato in scena al Teatro Gerolamo nel 1962 per la regia di Filippo Crivelli. Il disco d’esordio, La Milano di Enzo Jannacci, con la sua copertina rosso-nera, girava in continuazione sul giradischi di famiglia. Quelle canzoni così lontane dalla moda corrente (Beatles, Rolling Stones), così fuori tempo e così vive, i miei fratelli e io le ripetevamo a memoria, come tante preghiere. A Milano, in quegli anni, il dialetto circolava ancora: lo si parlava dal prestinaio (panettiere), all’ufficio postale e persino a scuola; anche i neo-milanesi come noi lo masticavano abbastanza per apprezzare Tì te sé no, Sun chì sensa de tì o M’han ciamà, nella cui straziante malinconia naufragavamo voluttuosamente.  Ricordo bene la prima apparizione di Jannacci in tivù, con El purtava i scarp del tenis: un marziano occhialuto dall’aria allucinata, che reggeva la chitarra sotto il mento, sparando fuori una voce metallica, un po’ chioccia. Una bomba. Non era la prima volta che il milanese si affacciava alla canzonetta, ma quello di Jannacci non era il meneghino...

Milano / Paesi e città

Non so bene perché, ma il quartiere dove sono nato mi ha sempre fatto pensare all’America, agli Stati uniti d’America per essere precisi. Il quartiere dove sono nato. O, per meglio dire, dove fui condotto, quando avevo solo pochi giorni di vita, dalla clinica Villa Igea. La mia prima casa, e qui non parlo della clinica, risponde all’indirizzo di via Ada Negri 2. A quel tempo, tuttavia, alla futura via Ada Negri non era stato ancora concesso il privilegio di un’identità onomasticamente riconosciuta e così io mi trovavo ad abitare in via Antonini 51/2. Via Antonini. Uno stradone che separa in parte, ma ancor più nettamente separava allora, la città dalla campagna. La città stessa, d’altronde, della campagna non pareva aver assunto in quei luoghi un controllo troppo stabile. Un villaggio della frontiera sorto in quello che solo dieci anni prima era territorio apache. Palazzi simili a scatoloni messi di sbieco, l’uno accanto all’altro, a formare mezza lisca di pesce. Sul lato opposto della strada, una fila di case e negozi, la scuola elementare e, subito dietro il sottile paravento, campi, cascine...