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Tim Burton

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Ancora sul “Dumbo” di Burton / Uomini, elefanti e altri animali

Il ritorno di Dumbo al cinema pone diversi problemi allo spettatore di oggi.  Sono passati ben 78 anni dall’uscita del film originale di Walt Disney e il trascorrere di tutto questo tempo ha reso la storia del piccolo elefante dalle grandi orecchie irrimediabilmente obsoleta. Prima del remake di Tim Burton, fra i grandi classici Disney, Dumbo si ricordava a malapena. Nonostante i tanti rilanci succedutisi negli anni (attrazioni dei parchi a tema, riedizioni in Dvd, Bluray, una serie tv a lui ispirata, videogame e quant’altro) il suo mondo appare distante dallo spirito del nostro tempo e per questo inesorabilmente inattuale. Vale così la pena di rinfrescare al lettore la memoria intorno alla sua storia originale, per comprendere meglio il senso dell’operazione forte di Tim Burton.    L’elefantino volante approda al cinema per la prima volta nel 1941, come operazione commerciale, semplice e immediata, che potesse risollevare le sorti della Disney dopo l’insuccesso di Fantasia. La manovra riesce: il film riscuote un grande successo, nonostante i venti di guerra spirassero forte da una parte all’altra del globo terraqueo. La storia del film, inizialmente pensata come...

Dumbo secondo Tim Burton / Quando Dumbo eri tu, o ero io

Nessuno ricorda che anche Dumbo, come Pinocchio, o Alice nel paese delle meraviglie, è una storia d’autore, anzi d’autrice: fu scritta da Helen Aberson, nel 1938. La casa di produzione Disney liquidò con mille dollari l’acquisto definitivo del copyright, e tacque il nome della scrittrice nei crediti del film. È una brutta e triste faccenda; può darsi, però, che questa omissione, guardata a distanza, ci riveli qualcosa di più di una prepotenza imprenditoriale. Se nessuno si chiede chi abbia inventato Dumbo, the Flying Elephant, trasformato in un successo dal film d’animazione (1941), ciò dipende anche dal fatto che questa storia di un elefantino dalle orecchie mostruosamente grandi possiede, anche più di altre narrazioni trasformate in cartoni animati, quello speciale potere, anche impersonale, che hanno di solito le fiabe, vale a dire quei racconti emblematici che sembrano arrivare da un tempo fuori dal tempo e che non appartengono a un'unica voce creatrice, ma sono di tutti e parlano di tutti, funzionando come corpi plastici e polimorfici che svolgono, generalmente attraverso un animale magico e presenze o situazioni soprannaturali, una vicenda di trasformazione e di iniziazione...

Big Eyes. Se Tim Burton si ripete

Verrebbe da dire, e lo si è detto e ripetuto da più parti, che da qualche tempo a questa parte Tim Burton abbia cambiato stile, che abbia cambiato i soggetti dei suoi film, anche le atmosfere. Si dice che abbia mutato e rimasticato la propria idea di cinema e che forse abbia definitivamente perso la vena. Effettivamente Big Eyes sembra andare in una direzione leggermente diversa da quella che nel corso del tempo aveva fatto sì che per tutti quei film realizzati alla maniera del regista californiano venisse coniato l’aggettivo «burtoniano». Ma al di là del disappunto dei fan più accaniti (di cui francamente interessa ben poco), ciò che più di tutto il resto incuriosisce in questo film è il mutato rapporto che Burton instaura con la materia che si trova a manipolare. Gli elementi formali – la fotografia insolitamente limpida e accesa, le tinte pastello, i colori morbidi e caldi delle scene e dei costumi – paiono infatti tratteggiare un universo visivo incongruo con quasi tutto ciò a cui il regista ci aveva abituati. Nonostante ciò sostenere che Burton si sia allontanato dal proprio...

Mathias Malzieu. L’uomo delle nuvole

Come muore la bellezza? Come muoiono i candidi, i puri di cuore, coloro a cui non tocca, per destino o per conformazione dell’anima, la miseria di una quotidiana compromissione con il mondo ?  Nel folclore ebraico dell’Europa centro-orientale esiste una maschera chiamata Schlemiel, l’Innocente. La parola deriva dall’unione, in lingua jiddish, di Schlimm “cattiva” e Mazl “sorte”. Letteralmente Schlemiel è quindi lo sfortunato. Sfortunato non perché inviso alla sorte, ma perché incapace di sottostare alle semplici pratiche che governano la vita degli uomini. Chi è Schlemiel arriva sempre in ritardo strappandosi, per la fretta, la manica della giacca nella maniglia di una porta. Spesso cade o si lascia cadere gli oggetti di mano. Rovescia il caffè del mattino, salutando perde il cappello, è sempre troppo alto, troppo magro, troppo gentile, troppo cerimonioso, “troppo qualcosa” per fare bella figura in società. Chi è Schlemiel è involontariamente buffo, non sa, non capisce come funzionano le regole del gioco. Non sa, non capisce, perché lui a quel...

#140cine: da venerdì 11 maggio al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Aspettiamo sui social network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 11 maggio (in realtà anche un po’ prima) in sala: Dark Shadows di Tim Burton (Dark Shadows, Usa 2012) #140cine Dark, gothic, romantico, vintage, horror. Burton continua a rifare se stesso, e stavolta gli riesce bene. Sister di Ursula Meier (L’enfant d’en haut, Svizzera-Francia 2012) #140cine Raccontare una storia, delineare personaggi, creare attese. E poi ribaltare tutto. Non è facile. Chapeau! Chronicle di Josh Trank (id., Uk-Usa 2012) #140cine Supereroi, ragazzini, fantasy, horror: basta. A meno che non si abbiano idee da vendere come in Chronicle. Il film è uscito mercoledì 9 maggio. Tutti i nostri desideri di Philippe Lioret (Toutes nos envies, Francia 2011) #140cine Come fare il melodramma oggi? Così, con i giudici che fanno i buoni e banche e società di credito i cattivi. Disoccupato in affitto di Pietro Mereu, Luca Merloni (Italia 2011) #140cine E dopo...

Occupy Santa Claus

Che ne sarà di Babbo Natale, resisterà alla crisi del capitalismo finanziario e alla nuova era di restrizioni del consumo? Oppure uscirà ancora una volta vincitore dalla competizione del mercato del dono? Occupy Santa Claus?   È uscito in questi giorni un libro che s’interroga di nuovo su questa ricorrenza. Lo fa ponendosi una domanda sempre rimossa: perché non diciamo ai bambini che Babbo Natale non esiste? Lo hanno scritto uno psicologo e un antropologo e s’intitola La vera storia di Babbo Natale (Cortina). La domanda non è fuori luogo, dato che oramai vige il politicamente corretto di dire ai bambini la verità su tutto. Ma come ci ricordano i due autori, contro ogni political correctness, educare mentendo è una pratica diffusa in ogni cultura. Gli stessi genitori che fanno questo – educazione silente ed educazione parlata, non importa – sono i sostenitori dell’onestà e della trasparenza nella comunicazione dei figli con loro stessi. La bugia è uno dei pilastri dell’educazione, come si sa, insieme a una buona dosa d’ipocrisia. Del resto, la stessa storia di...