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Trevor Paglen

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Iconomia / Al mercato delle immagini

Andreas Gursky, Amazon, 2016, Courtesy dell’artista e di Sprüth Magers © Andreas Gursky / ADAGP, 2019.   In alcuni scritti degli anni novanta, l’artista e teorico italiano Franco Vaccari s’interessava al valore iconico ed economico del codice a barre, “segno dei tempi” e scrittura codificata della “natura profonda dell’oggetto” che, inequivocabilmente identificato in ogni minima variazione, era così pronto a immettersi in un “circuito in cui […] muoversi, il più rapidamente possibile, opponendo la minima resistenza, fino ad arrivare al consumatore” (Scritti sul codice a barre, 1991). L’opacità del codice, l’accessibilità mediata delle informazioni celate in questo segno, ottico ed elettronico, “discreto” ma “inesorabile”, si opponeva e accompagnava lo “sfavillio delle superfici”, “l’enfasi spettacolare delle confezioni”. Opacizzando l’oggetto, il codice a barre rendeva visibile la sua appartenenza a un flusso, a una rete di scambi e di valori le cui regole, scriveva ancora Vaccari, sono rette da un principio di superconduttività: “in sostanza una circolazione senza attriti, senza ostacoli, senza dissipazione di energia; con essa si realizzerebbe una possibilità di movimento...

Kate Crawford & Trevor Paglen: Training Humans / L'occhio della macchina

Da domenica 9 giugno, Hong Kong è diventata teatro di scontri tra le forze governative e gli attivisti pro-democrazia che protestano contro un disegno di legge che faciliterebbe l'estradizione in Cina di cittadini accusati di reati gravi. La popolazione, preoccupata per le conseguenze che la legge avrebbe sul delicato equilibrio politico del paese, ha cominciato a manifestare pacificamente, in un crescendo di tensione e di scontri sempre più duri. Durante le manifestazioni, gli attivisti hanno invitato i partecipanti a utilizzare mascherine per coprirsi il volto e occhiali per rendersi irriconoscibili dalle forze di polizia e hanno chiesto ai reporter di non scattare immagini che potessero aiutare a identificare chi protesta. Le immagini dei civili che fronteggiano i poliziotti a colpi di puntatori laser, cercando di “accecare” i sistemi di riconoscimento facciale e di impedire agli agenti di mirare, hanno fatto il giro del mondo, segnando un cambio di passo nella pratica dei conflitti sociali.   Hong Kong, Photograph: Kevin On Man Lee/Penta Press/REX/Shutterstock. L'“ansia da riconoscimento” dei manifestanti di Hong Kong trova una giustificazione nell'atteggiamento...

Il corpo di Internet / L’arte di Trevor Paglen

Cloud Confondiamo spesso l’invisibile con l’immateriale. Qualcosa che si sottrae alla vista diventa presto, nella nostra mente, qualcosa privo di materia. L’universo digitale rappresenta senza dubbio il caso più eclatante: virtuale è sinonimo di effimero, d’intangibile, di qualcosa che esiste ma è senza sostanza, è presente ma invisibile. Approcci scientifici recenti quali l’archeologia dei media e il nuovo materialismo tentano di correggere la presunta smaterializzazione delle tecnologie più avanzate, Internet in primis. Il network delle telecomunicazioni ha una densità materiale pari a quella del nostro mondo.   Eppure è difficile immaginare e, ancor più, dar corpo a Internet, che sembra esistere solo in quanto funziona – operor ergo sum. Con la sua spinta all’ubiquità, Internet si sottrae facilmente alla vista. Le immagini e il vocabolario per descriverlo sono imprecisi quando non fuorvianti: la rete, il campo, lo spazio cibernetico, la “cloud” (o il “cloud”, non sappiamo neanche se è maschio o femmina). Nessuna tecnologia era stata così eterea, simile all’aria che respiriamo. E questo nonostante i ben informati ci abbiano avvertito che ormai in tutti i continenti sorgono...

Industria oggi

Visioni   Il trittico di Vera Lutter occupa tutto lo spazio della parete. È magnetico. Attira lo sguardo dello spettatore, un invito a entrare con gli occhi nell’enorme spazio astratto delle sue immagini stenoscopiche. Le fotografie sono  insieme leggere e pesanti, vere e finte, vive e morte. Recano in sé un’idea di una sorta di attrazione nei confronti della rovina, del residuo, dello scheletro. Racchiudono in sintesi il paradosso dell’immagine fotografica, il momento che Roland Barthes definisce “è stato”, della morte apparente che ogni fotografia reca in sé e quella inevitabile dell’istante successivo: cosa diventerà? Per il momento si può solo leggere la didascalia: Centrale elettrica di Battersea, II, 3 luglio 2004.   Vera Lutter, Battersea Power Station, II, July 3 2004, Unique silver gelatin print, 192 x 427 cm. Courtesy of the artist, New York   La risposta si può trovare in una fotografia di Carlo Valsecchi. Anch’essa occupa tutta la parete. Si pone come alter ego visivo all’immagine di Vera Lutter. È colorata, aerea, immateriale, si direbbe...