Cavazzoni: amicizia ariostesca

26 Aprile 2026

L'ultimo libro di Ermanno Cavazzoni, Storia di un'amicizia (Quodlibet, 2026) racconta le vicende ariostesche di due amici, che nello specifico sono due giganti della letteratura e del pensiero, per il presente e per il futuro: Gianni Celati e Cavazzoni stesso. Sono avventure buffe e tragiche, comiche e drammatiche, allegre e disperate, così come lo è la vita di ogni giorno e di ognuno e, quindi, anche quella dei due amici in questione. Sono narrazioni che riescono nel miracolo di suscitare contentezza e meraviglia, in chi le scrive o trascrive (i due amici sono anche scrittori) e in chi le legge.

Avventure ariostesche, dico, perché Ludovico Ariosto è il nume tutelare dichiarato di questo libro. Le fantasie dell'Orlando furioso che tanto erano apparse strambe e senza senso al protettore di Ariosto alla corte estense, il cardinale Ippolito, dedicatario del poema, risuonano in vari punti del testo, stabiliscono parallelismi, generano illuminazioni, scandiscono la vita insieme dei due narratori, Celati e Cavazzoni, e di altri amici ancora, cavalieri anche loro variamente persi dietro le rispettive ossessioni, come Ferraù e Sacripante, Rinaldo e Orlando. Sono altri narratori come Daniele Benati, Ugo Cornia, Jean Talon, ma anche il grande fotografo Luigi Ghirri e l'immenso regista Federico Fellini che fece l'ultimo suo film (La voce della luna, 1990) ispirato dal primo dei libri di Cavazzoni, Il poema dei lunatici (Bollati Boringhieri, 1987).

Una specifica fantasia di Ariosto compare sulla copertina di questa Storia di un'amicizia: le "Ampolle del senno sulla Luna" che si trovano alla Torre di Roncisvalle di Castionetto di Chiuro, in Valtellina, dove Ariosto ha lasciato vari segni, come gli affreschi cinquecenteschi di Palazzo Besta, a Teglio, vicino a Sondrio, la città in cui, per caso, è nato Celati. Tutto, a volte, appare collegato, ma per caso.

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Come per caso nasce, alla metà degli anni Ottanta, l'amicizia tra Celati e Cavazzoni, e quasi ci si prendeva a pugni, racconta Cavazzoni, che però già aveva amato molto il suo La banda dei sospiri (Einaudi, 1976) per poi capire invece che si stava dalla stessa parte e imbarcarsi in mille conversazioni, spaziando da Platone e Wittgenstein al turismo e al comunismo come illusori paradisi in terra, spesso in osteria, tra tagliatelle al ragù e vodke benaugurali – imitazione dei romanzi russi – e progetti, riviste, convegni internazionali e lezioni, e viaggi compiuti e mai realizzati. Per esempio quello che parte da Ferrara, vero luogo d'origine di Celati e di tutta la sua famiglia, e va verso la voce del Po, quando Celati realizza per Rai3, su invito dell'allora direttore Angelo Guglielmi, il primo dei suoi film documentari, Strada provinciale delle anime (1991) raccogliendo in una corriera blu i parenti ferraresi e svariati sodali, tra cui Luigi Ghirri, Grazia Verasani, Marianne Schneider, Daniele Benati e anche Cavazzoni, appunto. Viaggio quantomai fondativo: l'amicizia tra Cavazzoni e Celati è un'intesa tra anime alla deriva, contente del naufragio, perché tale condizione permette loro di procedere errabondi, con il terreno che frana di continuo sotto i piedi, e di scampare così al pericolo reale: quello di fossilizzarsi in una posizione, professionale o professorale o autoriale, di museificarsi in un'istituzione di potere e perdere dunque il motivo per cui si fa letteratura, che è solo lo stato di contentezza assoluta che le attività artigianali di scrivere, tradurre, narrare storie e leggerle, magari a alta voce, portano con sé.

Di storie è piena questa Storia di un'amicizia: sono le storie incontrate per strada, tutto quel disponibile quotidiano di cui Celati ha parlato più volte. Sono novelle come quelle del Duecento, con la più antica tradizione letteraria italiana che si tramanda e si trasforma e giunge fino a noi da voci impreviste. Sono voci da terra, di narratori naturali, spesso stralunati, come il tizio nei campi che raccoglie e rivende elettrodomestici che è convinto siano piovuti dal cielo. Anche qui ci si ritrova Ariosto, Astolfo, l'ippogrifo e l'episodio della luna come specchio ribaltato in cui si raduna tutto ciò che sulla terra si perde. Nella storia dell'accumulatore di cianfrusaglie, che sembra perfetta per Narratori delle pianure (Feltrinelli, 1985) avviene il contrario, come un ribaltamento del paradigma lunare ariostesco: si raduna sulla terra tutto ciò che l'universo, con i suoi misteriosi abitanti, rifiuta.

Perché la letteratura è dappertutto, e anche la filosofia, si dice al principio del libro. Le storie sono dappertutto, si tratta solo di raccogliere, annotandole nel proprio taccuino, secondo una scrittura en plein air, che cerca di trattenere ciò che altrimenti andrebbe perduto. "Questa la scrivi tu, ti somiglia di più" dice spesso Celati a Cavazzoni nel libro. E così Cavazzoni si è rimesso a farlo, a trascrivere le storie che ancora non erano finite in nessun libro, forse anche per ripagare un debito con l'amico che non c'è più, e per continuare a ascoltarne la voce e dialogare con lui. Lo fa da par suo, Cavazzoni, con lo stile che lo contraddistingue e che ricorda certe opere di Voltaire e la vena comica che permea anche questo libro, in cui si ride di gusto in più punti.

Ma forse ancora più significativi dei viaggi realizzati sono quelli progettati, preparati nei dettagli e mai portati a termine, secondo quell'idea di fallimento che sembra essere il punto d'approdo di ogni pensata, di ogni immaginazione e che riaccendono l'entusiasmo anche in tempi difficili: il viaggio in India, a piedi, sulle orme di Marco Polo; il viaggio alla ricerca di un'isola tutta di plastica in mezzo all'Atlantico, costituitasi con gli scarti industriali della nostra società del consumo obsolescente, scarti di cui Cavazzoni fa l'elenco, in una di quelle sue esilaranti e precisissime enumerazioni.

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Sono importanti anche i luoghi, di queste avventure: le osterie Angeli e Spiga di Bologna, la casa di campagna di Quattro Castella, con il cane e tutti i variegati commensali, poi Carpi, Berlino, Copenaghen, Zurigo con Emilio Speciale, Noron-l'Abbaye in Normandia a fare lezione alle mucche pezzate, molto interessate, e infine Brighton, dove l'ultimo Celati camminava mano nella mano con sua moglie Gillian e dove Emma, la figlia di Cavazzoni, ha letto l'ultima lettera indirizzata da suo padre all'amico.

Proprio le lettere tra i due compaiono in diversi momenti del testo. Lo scambio epistolare, insieme agli appunti di Cavazzoni, permette all'autore di ricostruire con precisione le date di certi momenti decisivi, a cui la memoria affettiva si appiglia per tornare a immaginare e far rivivere al lettore come se si trovasse anche lui lì, in compagnia dei due amici. Tale cronistoria si fa più serrata quando nel libro si arriva a narrare la fine della vita di Celati. Sono pagine dolorose e ammirevoli, perché sono il tentativo di capire quello che è successo meglio di quanto si sia stati in grado di fare sul momento. Sono un'elaborazione del lutto, una cura, attraverso la narrazione. E riconciliano col mondo e con gli altri, come tutto il libro.

Bisogna ringraziare Cavazzoni per questo libro prezioso, personale e collettivo, per tutti i motivi che ho cercato di dire, ma dentro il quale c'è molto di più. Io, però, mi sento di ringraziare l'autore per una cosa in particolare, ovvero per le pagine in cui descrive la serata di Carpi, il 4 ottobre 2014, rievocando con grazia, precisione e smisurato affetto i gesti da mimo di Celati durante l'intervento di Antonio Prete e spiegandone esattamente l'ambivalenza: la gentile simpatia anticonformista di Celati che è stata da sempre una delle ragioni del suo smisurato carisma e che è rimasta la stessa fino agli ultimi giorni. Lo ringrazio perché mi ha fatto tornare lì, dove, secondo Cavazzoni, tutto è finito e dove invece per me tutto è iniziato. Quella sera, a Carpi, è stata infatti la prima volta che ho parlato con Celati. Ero lì per conto dell'Università di Cork, dove facevo ricerche proprio sulla sua opera. Ero lì per invitarlo in Irlanda, a un convegno che poi si farà, nel 2016, e sarà l'ultimo con Celati presente, sempre presente, nelle aule, a ascoltare tutti gli interventi, a dialogare poi nelle pause con studiosi da tutto il mondo, a divertirsi per le letture delle sue traduzioni nei pub, da Joyce a Beckett, da Céline a Swift a Bob Dylan.

In una lettera scritta da Celati a Cavazzoni, Celati dice che il lavoro "di un pazzo" cioè la traduzione dell'Ulisse di Joyce che tanto gli è costata da molti punti di vista, "non interessa a nessuno". Quel convegno dimostrò il contrario e furono giorni irripetibili di entusiasmo e affetto e gentilezza.

A Carpi, dunque, finito l'intervento che Cavazzoni racconta nel libro, avvicinai Celati, timoroso, tremante. Lui fu gentilissimo: voleva darmi il suo indirizzo, cercò la carta d'identità per farmelo copiare, ma senza trovarla. Mi diede allora la sua email. Cominciammo a scriverci. Lettere, le sue, che sembravano scritte nello stile dei primi libri, di Comiche (Einaudi, 1971) come dice anche Cavazzoni. Eppure erano piene di progetti, un libro su Leopardi, Montesquieu e Diderot che avrebbe voluto fare e tanto altro. Lo andai a trovare, a Brighton, cominciammo a camminare, sul lungomare e su per le colline, a parlare fitto per ore e ore anche se le connessioni tra le parole erano in parte saltate. Ma si capiva, ci capivamo. Ci siamo visti molte altre volte, a Reggio Emilia, a Bologna, a Ferrara, l'ultima volta, in un bar che si chiamava Lo spallino, in via Ariosto, dove c'è la casa di Ariosto. Tutto torna, allora. Tutto è collegato e la storia continua, perché le storie sono dappertutto e non finiscono, almeno finché qualcuno farà ancora come Cavazzoni e proseguirà nell’opera di sottrarle dall'ombra.

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