Occhio rotondo 66. Mani
Più dei volti in questa fotografia di Carol Guzy, una reporter americana che ha vinto il World Press Photo of the Year, mi colpiscono le mani. I visi sono disperati, le mani no. Disperati e addolorati; di più: straziati. Lo strazio indica l’essere separati, divisi, è letteralmente “tirare in varie parti”, come scrive Aulo Gellio: distractio cruciatusque membrorum. L’afflizione l’esprimono i volti, non le mani, eppure qui sono proprio le mani a dare il senso di questo tirare, dello strattonare. Luis, spiegano gli articoli apparsi sui giornali, è un immigrato ecuadoregno fermato dai membri della temibile ICE, l’agenzia federale che controlla frontiere e immigrazione. Luis si trovava in tribunale, in un corridoio, dove s’era recato per le pratiche d’immigrazione. L’hanno arrestato sotto gli occhi della moglie Cocha e delle tre figlie rispettivamente di 7, 13 e 15 anni a New York e lo stanno portando via. Le mani stringono la felpa di Luis, la tengono fermamente, mentre altre mani cercano di staccarle dal vestito e di trascinare via l’uomo.
A guardare meglio si possono distinguere le mani dei congiunti da quelle dei poliziotti. Se non ci fosse il volto della donna al centro della foto non capiremmo bene quello che succede, così se non ci fosse la didascalia sotto l’immagine non riusciremmo a decifrare quel viso addolorato, che urla simile a un ritratto di Maria sotto la croce di Gesù. Uno strazio.
Eppure sono le mani che colpiscono. Per quanto parlino sempre attraverso i loro gesti, queste sono mani mute. Forse perché la scena è così confusa e vediamo solo la maglietta americana, riguardante lo sport del basket, afferrata dalle figlie, che cercano inutilmente di opporsi alla deportazione del padre.
Le mani sono la parte del nostro corpo che ci fa umani, sono il risultato d’una evoluzione durata milioni e milioni di anni, uno strumento potente per mangiare, afferrare, lavorare, accarezzare e anche offendere. Tuttavia le mani, per quanto diverse, belle o brutte, coltivate o usurate, piccole o grandi, sono sempre molto umane – in sé per sé non hanno alcun valore morale o, al contrario, amorale. Sono perfette sempre. Eppure con le mani possiamo, noi, donne e uomini, fare il bene come il male, ringraziare o uccidere. Qui ci sono le mani delle vittime mescolate, se così si può dire, a quelle dei carnefici. A ben guardare si capisce a chi appartengono: mentre le vittime stringono la maglietta, i persecutori le staccano. Vogliono separare il padre e marito dalle figlie e dalla moglie, lo vogliono arrestare. Le mani fanno tutto, e il contrario di tutto. L’altra cosa che colpisce è il viso di Luis: non si vede, ne resta solo una piccola porzione in alto a sinistra per chi guarda. C’è quella felpa, o T-shirt che sia, con le scritte in primo piano, seppure un poco sfuocate. Una scena concitata che la macchina di Carol Guzy ha colto al volo e ci ha restituito come un frammento fermo d’una realtà caotica: un momento di disperazione, di sconforto, d’angoscia e di disgrazia. Se le mani parlano sempre e qualche volte persino raccontano, tuttavia non giudicano. Non ci dicono che i feroci scherani dell’ICE con quelle mani accarezzeranno la sera stessa i loro figli e figlie, che li stringeranno a sé per rassicurarli sull’affetto e amore che nutrono per loro. Con quelle stesse mani faranno l’amore, apriranno il frigorifero, fumeranno, e molto altro ancora. Le mani sono neutre, anche se sappiamo che non sono neutrali. In questo scatto così umano, pubblicato dal quotidiano Miami Herald, accanto a quei visi, le mani mi paiono semplicemente naturali, per quanto non sappia dire perché.
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Carol Guzy, ICE Arrests at New York Court. © Carol Guzy ZUMA-Press-iWitness per il Miami Herald. Foto dell’anno del World Press Photo 2026