Star Trek, la conoscenza non ha confini

18 Aprile 2026

Il primo episodio della serie televisiva NBC Star Trek andò in onda l’8 maggio 1966. “Spazio ultima frontiera”, intonava la voce fuori campo nell’incipit del primo episodio, mentre sullo schermo appariva il disco dell’astronave Enterprise. Da quel momento il viaggio dell’Enterprise non si è mai fermato, e continua ancora oggi, in Italia sul canale Paramount +, con la serie “Starfleet Academy”, creata da Gaia Violo con un taglio decisamente young adult, dal momento che il glorioso veicolo spaziale si è trasformato in una nave-scuola. L’ispiratore della serie originale (oggi si direbbe showrunner) era un intellettuale atipico, Gene Roddenberry, anch’egli destinato a entrare nelle leggende della cultura di massa. Nato nel Texas, già valoroso pilota di guerra nel Pacifico, negli anni ’50-’60 Roddenberry si era reinventato come sceneggiatore televisivo e cinematografico, giungendo a progettare per l’emittente televisiva NBC una serie fantascientifica intitolata Star Trek. Il testo fondamentale per ricostruire la sua vita rimane Star Creator. The Authorized Biography of Gene Roddenberry di David Alexander (1994).

La prima serie di Star Trek, suddivisa in tre stagioni, e durata fino al 1969, non ebbe, al momento, un enorme successo, ma creò quello zoccolo duro di appassionati, che avrebbe posto le condizioni per la messa in onda televisiva di Star Trek: The Next Generation (1987-1994), favorendo la fortuna crescente, a partire dal 1979, dei numerosi film ispirati alle serie televisive, e alla diffusione globale del ‘prodotto’ Star Trek attraverso cartoni animati e fumetti, videogiochi, gadgets e romanzi popolati dai personaggi televisivi originali, sottoposti a un capillare processo di novelization, conventions amatoriali e impeccabili studi critici. Nessuna altra serie televisiva di fantascienza, salvo, forse, Doctor Who, trasmessa dalla BBC dal 1963, ha avuto la stessa longevità e la stessa capacità di trasformarsi e rinnovarsi. Nel caso del Doctor Who, prevale, però, la figura individuale del Signore del Tempo (Time Lord), recitato di volta in volta da uno dei migliori attori britannici con una buona dose di distacco ironico. In Italia l’universo Star Trek ha ottenuto un veloce riconoscimento attraverso l’impegno di Franco La Polla, americanista e studioso di cinema dell’Università di Bologna, a cui si deve la curatela della raccolta di saggi Star Trek: Il cielo è il limite (Lindau 1998). È stato La Polla a valorizzare l’impatto dell’Enterprise come potente ‘macchina’ galattica, e, ancora di più, attraverso l’uso degli interni (la plancia di comando, i lunghi corridoi, le abitazioni private), quale città labirintica, dimora e cuore di una comunità irrequieta e vitale, spesso minacciata da una invasione esterna, ma sempre fedele ai propri leader. Val la pena di ricordare un episodio toccante, che mostra come talvolta anche l’accademia più seriosa abbia un’anima: durante i funerali, sul feretro di La Polla, morto prematuramente nel 2009, gli amici posero un modellino dell’Enterprise.

j

Un giudizio complessivo sull’universo Star Trek meriterebbe un discorso ben più ponderoso. Dal momento che il 2026 segna il sessantesimo anniversario della nascita della serie, conviene invece recuperare gli aspetti più innovativi ed efficaci che hanno caratterizzato le origini del fenomeno, anche perché, retrocedendo nel tempo, ci troviamo di fronte a uno scenario in cui gli effetti speciali, ampiamente utilizzati in seguito sul piccolo e sul grande schermo, erano ancora rudimentali, e le meraviglie tecnologiche si riducevano a espedienti come il tele-trasporto, che permette il passaggio immediato dall’astronave alla superficie di un pianeta, e viceversa.

Quello che è, invece, significativo è il radicale cambiamento di prospettive riguardanti l’utilizzo della fantascienza in un medium visivo. Fino ad allora, infatti, la fantascienza televisiva e cinematografica incentrata sui viaggi interplanetari aveva le caratteristiche della space opera, sviluppando trame avventurose vicine alla tradizione del western, o privilegiando una componente orrifica legata alla rappresentazione degli alieni. In Star Trek, il viaggio nello spazio adotta invece il paradigma della speculative fiction, conferendo alla missione dell’Enterprise un ruolo potentemente conoscitivo, ricco di problematiche che guardano all’America contemporanea o situata in un futuro prossimo venturo. Più volte è stato ricordato l’impatto della politica del presidente John Fitzgerald Kennedy, che guardava ai voli spaziali per rilanciare la sfida tecnologica, almeno teoricamente pacifica, nei confronti dell’Unione Sovietica, che il 12 aprile 1961 aveva portato il cosmonauta Yuri Gagarin in orbita attorno alla Terra. In Star Trek l’appello ai valori democratici è fondamentale: i personaggi principali a bordo dell’Enterprise si fanno portavoce di una visione liberale e multietnica, tanto è vero che il capitano James T. Kirk (interpretato da William Shatner) è un comandante comprensivo e poco autoritario, anche se parecchio narcisista, mentre l’ufficiale scientifico, il signor Spock, interpretato da Leonard Nimoy, un mezzo-sangue nato sul pianeta Vulcano, segue rigorosamente i dettami della ragione e del buon senso. Tra gli altri membri dell’equipaggio, spiccano il medico “Bones” McCoy (DeForest Kelley), un ‘sudista’ fin troppo emotivo e a tratti collerico, Uhra (Nichelle Nichols), l’ufficiale afro-americana addetta alle comunicazioni, e due piloti, uno giapponese, l’altro russo. Un ruolo a parte è ricoperto da Scotty, l’ingegnere scozzese che si occupa dei motori a fissione nucleare dell’astronave, a cui è assegnata una funzione decisamente comica. E poi ci sono gli alieni, spesso – ma non sempre – umanoidi, ai quali è concessa pari dignità rispetto ai Terrestri, quando non si dimostrano ad essi superiori. Le figure aliene consentono di arricchire il discorso della serie con sfumature che oscillano tra la drammaticità e la comicità, e che toccano in modo aperto problematiche socio-politiche. Dunque, in Star Trek la variazione delle modalità narrative dispiega un’ampiezza di prospettive fino ad allora sconosciuta, anche se la conclusione di ogni episodio, di solito caratterizzata da uno scambio di battute che oppongono Kirk, Spock e McCoy, è sempre sostanzialmente positiva, o comunque tale da permettere la continuazione della “missione quinquennale” affidata all’astronave. All’Enterprise, comunque, è proibito interferire in modo diretto nei conflitti interni in corso nelle varie civiltà planetarie che vengono esplorate. Se si considera che ci troviamo negli anni in cui gli Stati Uniti erano impegnati militarmente nel Vietnam, il sostanziale pacifismo dell’Enterprise non è cosa da poco. Allo stesso modo, non si può trascurare l’impronta multietnica conferita all’equipaggio, che mostra come Roddenberry e i suoi collaboratori fossero sensibili alla ferma presa di posizione anti-razzista del presidente Lyndon B. Johnson (curiosamente un altro texano), l’artefice delle leggi sull’uguaglianza razziale promulgate a partire dal Civil Rights Act del 1964. Del resto, il mondo della Federazione galattica, a cui appartiene l’Enterprise, è fondamentalmente laico, e non ha a bordo alcun esponente religioso. Questo atteggiamento trova riscontro anche nei riferimenti storici più diretti a cui è possibile agganciare le motivazioni della missione cosmica dell’Enterprise: ci troviamo a metà strada tra le spedizioni nautiche, avvenute nella seconda metà del Settecento, del capitano James Cook nell’Oceano Pacifico, e il viaggio intorno al mondo del Beagle (1861-1865), che portava a bordo un giovane e curioso geologo-naturalista: Charles Darwin.

l

Esiste un’ampia documentazione sul dibattito interno che precedette e accompagnò la messa in onda della ‘serie originale’ di Star Trek. I produttori erano preoccupati soprattutto delle possibili reazioni del pubblico televisivo più conservatore, quello del sud degli Stati Uniti. In particolare, appariva discutibile, nell’interpretazione di Nimoy, la figura allampanata di Spock, fornito di grandi orecchie a punta, una sorta di creatura di Frankenstein, dotata di grande forza fisica e di enorme intelligenza, ma insensibile alle emozioni come una macchina. In origine concepito come un “marziano”, Spock-Nimoy si trasformerà con il passare del tempo in un personaggio profondamente umano, capace di sacrificarsi per il suo capitano e per l’equipaggio, in nome di una visione etica che non nega – anzi, esalta – la lucidità dei comportamenti e una sorta di pietas rivolta anche verso gli alieni più ripugnanti. Il solenne gesto della mano destra ossuta di Spock, in cui il medio e l’anulare si aprono in una sorta di benedizione, vuole indicare “lunga pace e prosperità” (long live and prosper) per tutte le creature del cosmo. Non credo che molti tra gli spettatori degli anni ’60 si rendessero conto che Nimoy aveva reinventato quel gesto prendendolo dalla tradizione rabbinica. Nello Star Trek delle origini la componente ebraica illuminata e anti-dogmatica è fondamentale. Sia Nimoy che Shatner avevano un’origine ebraica, pur con differenze notevoli: nell’umile famiglia bostoniana di Nimoy (il padre faceva il barbiere) si parlava yiddish, mentre Shatner, di nazionalità canadese, apparteneva al ceto benestante di Montrèal. Ma molti degli attori reclutati talvolta a caso per la prima serie hanno rivelato, nelle loro autobiografie, un background di notevole interesse. Così, Nichelle Nichols ha ricordato che le discriminazioni subite in quanto afro-americana l’avevano convinta a lasciare il set di Star Trek, se non ci fosse stata l’esortazione a rimanere di Martin Luther King, che le aveva fatto capire l’importanza della sua presenza in uno show seguito a livello nazionale. A sua volta George Takei, nato in California, che interpreta l’ufficiale di bordo Hikaru Sulu, sarebbe diventato in seguito un attivista per i diritti LGBT e avrebbe raccontato una realtà dolorosa largamente rimossa: la sua esperienza di giovane prigioniero in un campo di internamento, creato dal governo degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, in cui erano rinchiusi i cittadini americani di origine giapponese. Per inciso: dal momento che appartiene ai nostri giorni il conflitto tra Trump e la Corte Suprema americana a proposito dei dazi imposti dall’amministrazione U.S.A., val la pena di ricordare che nel 1944 la Corte Suprema, sollecitata dal presidente Roosevelt, dichiarò costituzionale una misura chiaramente illegale e del tutto ingiustificata.

Molte delle critiche mosse alla serie originale di Star Trek hanno un solido fondamento: è vero, ad esempio, che i ruoli femminili erano ridotti al minimo. Lo stesso capitano Kirk si macchia spesso di maschilismo. Next Generation, la serie successiva prodotta negli anni ’80, avrebbe posto rimedio a questo peccato d’origine tramite la figura del Capitano Jean Luc Picard, interpretata sobriamente dall’attore shakespeariano Patrick Stewart, come un intellettuale pacato e lontano da qualsiasi atteggiamento aggressivo. Inoltre, le parti attribuite a personaggi femminili si moltiplicano, finché, nella quarta serie di Star Trek, suddivisa in sette stagioni e andata in onda tra il 1995 e il 2001, l’astronave Voyager, che ha preso il posto dell’Enterprise, verrà guidata da una donna, la comandante Kathryn Janeway, interpretata da Kate Mulgrave.

Non tutti gli episodi della serie originale di Star Trek si possono definire riusciti. Contano molto la qualità della sceneggiatura, le scenografie di solito improvvisate, e l’impegno del regista. Inoltre, il gruppo degli attori, tra cui si manifestarono tensioni ed episodi spiacevoli – anche perché Shatner vedeva minacciato da Nimoy il suo ruolo di protagonista – aveva un tempo ristretto per girare ogni episodio. Tuttavia, a partire dalla fine della prima stagione, la serie originale di Star Trek raggiunge risultati di grande rilievo. Citiamo “Spazio profondo” (“Space Seed”, 16 febbraio 1967) e “Uccidere per amore” (“The City on the Edge of Forever”, 6 aprile 1967). Nel primo caso assistiamo al tentativo di impadronirsi dell’Enterprise di un gruppo di superuomini, portatori di un’ideologia neonazista, condannati a vagare nello spazio. Il complotto fallisce perché l’equipaggio rimane fedele al capitano Kirk, e soprattutto perché Spock – che potrebbe identificarsi con i ribelli – si mette al servizio del suo comandante. In “Uccidere per amore”, Kirk, Spock e McCoy si ritrovano nella New York degli anni ’30 del Novecento, e fanno amicizia con una giovane e bella pacifista, Edith Keefer (Joan Collins all’inizio della sua carriera), di cui il capitano si innamora. Kirk potrebbe salvare Edith durante un incidente stradale, ma viene trattenuto dai compagni, poiché Spock ha scoperto che, rimanendo in vita, la giovane creerebbe un futuro alternativo in cui gli Stati Uniti, evitando di entrare in guerra alla fine del 1941, permetteranno la vittoria della Germania di Hitler, con tutte le implicazioni che ne derivano. In questo caso, l’ucronia di Star Trek interroga direttamente il nostro presente.

“Spazio ultima frontiera”… Sovente la visione etica del primo Star Trek è stata associata all’ideologia della conquista del West, che, come ormai sappiamo bene, prevedeva lo sterminio delle popolazioni native. Preferirei ricordare un esempio tratto dal più grande romanzo della letteratura americana, Moby-Dick di Herman Melville, parafrasando una potente affermazione del capitano Ahab rivolta al suo secondo, Starbuck, il quale cerca di dissuaderlo dal proseguire la caccia alla balena bianca: “Truth [la verità] hath no confines”. Nel caso dell’Enterprise, potremmo affermare, “la conoscenza non ha confini.”

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).
TAGGED: Star Trek