Come un romanzo: Amanda Lear e Salvador Dalí

8 Giugno 2023

Il dottor Antonio Pugivert, l’urologo più illustre di tutta la Spagna, abituato a trattare con pazienti famosi – incluso il “generalissimo” Franco –, quel giorno di fine estate non può certo immaginare cosa lo attende. È a Barcellona, in una suite dell’Hotel Ritz, per visitare la prostata di un vecchio pittore suo paziente. Terminata la visita, il pittore lo prende sottobraccio e lo accompagna nella stanza a fianco, dove una giovane ragazza bionda sembra in attesa. «Allora, piccola mia, ha trovato il suo ragazzo?», le chiede. Il dottore non capisce. Il pittore quindi trascina entrambi nel bagno della suite, un’enorme stanza dotata di una vasca altrettanto enorme, il pavimento cosparso di vestiti in disordine. Ad attenderli una ventina di giovanotti completamente nudi: alcuni a mollo nella vasca a mosaico, altri che si ammirano allo specchio, altri ancora che chiacchierano fra loro. Il dottore non fa a tempo a strabuzzare gli occhi che già il pittore lo accompagna fuori, tornando in fretta dalla giovane bionda. 

Quei ragazzoni stipati nel bagno erano in attesa di un’audizione: alcuni erano modelli di professione, altri erano stati adescati sulle Ramblas. Dalí li aveva invitati col pretesto di trovare un San Sebastiano per un suo quadro, ma il vero scopo era quello di trovare un amante per Amanda Lear: l’artista voleva infatti sistemarla a tutti i costi con un principe degno di lei. 

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Facciamo un passo indietro. 1965: Amanda Lear studia all’Accademia di Belle Arti di Londra. Ha da poco iniziato una storia con un ragazzo irlandese, Tara, amico di Brian Jones, il chitarrista dei Rolling Stones. A Parigi conosce Catherine Harlé, direttrice di un’agenzia di modelle che le propone di sfilare per Paco Rabanne, il metallurgico della moda. Durante una cena da Castel, in Rue Princesse, una coppia di londinesi la invita a unirsi al loro tavolo, dove il posto d’onore è occupato da Salvador Dalí. Amanda lo trova brutto, ridicolo e presuntuoso. 

Inizia così la storia tra Salvador Dalí e Amanda Lear, un grande romanzo contemporaneo che ha intercettato tutti i protagonisti, i tic, le spinte e le idiosincrasie del suo tempo. Una storia che è stata, come si suol dire, la fotografia di un’epoca (I Am a Photograph è il titolo del primo album di Amanda Lear), bell’e pronta per farsi romanzo o film: come nel caso del recente (e brutto) Dalìland di Mary Harron, dove il ruolo dell’artista catalano è ricoperto da un gigioneggiante Ben Kingsley.

È lui, in principio, a rimanere affascinato dalla giovane e bionda inglese. Dalí ama la sua magrezza e le sue anche sporgenti: per lui lo scheletro è fondamentale, è ciò che resta dopo la morte (per lo stesso motivo adora le aragoste e le contorsioniste russe, con le ossa che sbucano come spine dal corpo). Nonostante la prima impressione negativa, Amanda scopre presto aspetti di Dalí che iniziano a incuriosirla: «I suoi racconti e la sua gentilezza facevano presto dimenticare i baffi impomatati e gli abiti stravaganti», racconta lei in La mia vita con Dalí, uscito per la prima volta nel 1987, due anni prima della morte di Dalí, e riedito ora in versione aggiornata da Il Saggiatore (pp. 360, 19 euro). 

L’impressione benevola, tuttavia, dura poco. Una sera, a cena con Leonor Fini, Amanda confida a Dalí che anche lei dipinge. «Lei dipinge? È terribile. Non c’è niente di peggio di una donna che dipinge. Le donne non hanno talento. Le donne fanno i figli e le omelette [...] il genio creativo si trova nei testicoli». Amanda si deve rassegnare a non capire quell’uomo così contraddittorio: un intellettuale che ammira la cultura classica e la mitologia antica, ma che si circonda di giovani hippy, un guardone che vuole sapere tutto della vita sessuale altrui, ma che candidamente si dichiara impotente (il grande masturbatore, non a caso). 

La sua “corte dei miracoli” è popolata da personaggi con nomi in codice, soprannomi che ama dare come in un eterno carnevale: il Cardinale, il Delfino, Luigi XIV (Dalí parla delle sue cortigiane al maschile); ma anche Ginesta (per tutte le ragazze bionde) e San Sebastiano (i bellimbusti di turno). Amanda è chiara fin da subito, lei non è la “Ginesta” di nessuno: e così, caso più unico che raro, tra le conoscenze di Dalí resta l’unica senza un soprannome. Per Dalí «il sogno è la confusione dei sessi»: ama i ragazzi effeminati, l'ambivalenza sessuale, il mito greco dell’Ermafrodito, si diverte a sovvertire nomi e generi. Parla ovunque di Amanda come del suo angelo, il suo Mosè: «Naturalmente, come lei sa, – le spiega – per Freud Mosè era l’incarnazione della figura paterna. Quindi, eccoci al punto: lei è mio padre!». In tutta Parigi si diffonde la voce che Amanda sia un maschio, tanto che Catherine Harlé fatica a trovarle nuovi ingaggi come modella di intimo. 

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Salvador Dalí con Amanda Lear (ph. Giancarlo Botti).

Il racconto di Amanda Lear è sempre tenero, forse con un tocco di astuta ingenuità, ma pieno di riconoscenza. Non c’è in queste pagine il sarcasmo e la sprezzante ironia che l’ha resa famosa, l’armatura con cui si è fatta strada nel mondo dello spettacolo. Riserva parole di stima persino per Gala, la moglie russa di Dalí, strappata in gioventù all’amico Paul Éluard. Figura ricca di ombre, “Galushka” è dispotica, sadica e avarissima, ma senza di lei Dalí non può né vivere né lavorare. I due formano una coppia di narcisisti destinati a completarsi a vicenda: lei la madre al tempo stesso autoritaria e amorevole, lui il figlio che adora essere redarguito e consolato. Dopo un primo incontro «terrificante», Gala accetta di buon grado la presenza di Amanda, che al contrario degli altri parassiti del loro cerchio magico non mostra interesse per i soldi, vede anzi in quella ragazza inglese qualcuno che può prendersi cura del marito mentre lei è in viaggio con l’accompagnatore di turno. «Dalí non fa che inventare finte principesse e falsi cavalieri che in realtà non sono che semplici impiegati», le dice Gala con malcelato disprezzo. Amanda però rifugge il ruolo di principessa. Non capisce cosa vuol fare della propria vita, ma ha le idee chiare su cosa non vuole essere: le gabbie, anche se dorate, non fanno al caso suo. 

Da questo momento in poi, la vita di Amanda si divide fra la cittadina di Cadaqués, poco distante da Figueres, dove Dalí è nato, e Londra, in quegli anni in bilico tra la moda hippy e la Swinging London. Amanda s’incontra con i suoi amici a casa di Mick Jagger, partecipa alle sfilate di Ossie Clark, dove incontra (parole sue) «le solite facce note»: i Beatles, Terence Stamp, David Hockney, Marianne Faithfull. Posa per una campagna di reggiseni che campeggia sulle fiancate degli autobus di Parigi; poi vola negli Stati Uniti per esportare la minigonna di Mary Quant, e qui conosce Nico e Lou Reed, Paul Morrissey e Joe Dallesandro. 

Tuttavia, quando nel 1966 il compagno di Amanda, Tara, muore in un incidente d’auto, è Dalí a consolarla. La paragona a una principessa preraffaellita che ha perso il suo cavaliere: «Penso che lei sia triste per natura. Sarà difficile insegnarle a essere felice, perché le piace essere triste. Vorrei tanto che fosse felice […]. La sua anima si è smarrita tra le nebbie di Londra. Come nei quadri di Turner, il peggiore pittore che si sia mai visto!». Lei si sente protetta, ma rimane scioccata dalle esternazioni su Turner. Dalí ama mettere tutto in discussione: e Amanda, ex studentessa di Belle Arti, impara a vedere il mondo e l’arte con occhi diversi. 

Dalí è un artista invidioso degli altri artisti, guardingo e sospettoso. Rispetta Picasso, ma critica il suo metodo pittorico, a suo dire privo di ordine e progettualità. Odia gli impressionisti, Cézanne e Mondrian sono le sue bestie nere, detesta Mirò e Magritte («un piccolo artigiano belga che fa sempre le stesse cose»). A loro preferisce Gustave Moreau, Raffaello, Velázquez, Vermeer, Alma Tadema, la pittura pompier e gli affreschi di Ernest Meissonier. Il cinema lo annoia: gli piacciono solo Buñuel (di cui è geloso) e Kubrick. Fellini invece è da buttare, insieme a tutto il vecchio cinema hollywoodiano (Katharine Hepburn? Un dinosauro). 

Amanda fatica a trovare la sua strada. L’entourage di Dalí, con tutto il suo falso glamour, la fa sentire a disagio. Sentendo di dover prendere le distanze dal suo maestro surrealista, si unisce al Living Theatre e lascia Parigi per Lione. È una parentesi che dura poco: nella compagnia scoppia un’epidemia di scabbia e lei se la dà a gambe levate, per tornare a Cadaqués da Dalí, che con le sue assurdità continua a conquistarla e a esasperarla allo stesso tempo. Non saranno mai “solo” una coppia: quando lui le chiede di sposarlo in gran segreto, Amanda, pur senza respingerlo, rifiuta la proposta.

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Dalí nel 1976.

Nel frattempo è esploso il ‘68: Dalí e Gala fuggono spaventati da Parigi. Amanda passa da una storia all’altra, tutte fallimentari: frequenta anche Brian Jones, ma tra alcol, sedativi e droga è un disastro. Lei lo lascia, lui viene ritrovato annegato in piscina. Amanda trova pace solo nelle torride estati di Cadaqués, tra gli ulivi e il frinire dei grilli; mentre Dalí continua a pensare al suo Teatro-Museo: riuscirà a inaugurarlo nel 1974 a Figueres, grazie anche al sostegno di Franco, di cui si dichiara grande ammiratore. Gala inizia una relazione con Jeff Fenholt, il primo Gesù Cristo di Jesus Christ Superstar, ritirandosi con lui a vivere nel castello di Púbol. 

Durante una sfilata, Amanda viene notata da Bryan Ferry dei Roxy Music che la vuole per la copertina di For your pleasure (1973). Quello scatto attira l’attenzione di un amico di David Bowie, che diventa il suo nuovo cavaliere. Lui le promette di produrle un disco, la porta negli Stati Uniti, registrano uno show per la TV; ma l’album non vede mai la luce e tra i due non finisce benissimo. Cocciuta, Amanda trova da sola un nuovo produttore, scrive e incide il suo primo album, e il successo non tarda ad arrivare. Nel buio del suo declino, il pittore acclamato in tutto il mondo osserverà da lontano l’alba del successo di una nuova star, in una versione disco-surrealista di È nata una stella

Indebolito dall’età e dai malanni, Dalí è sempre più preda dei loschi affari dei suoi nuovi collaboratori: Gala è ormai troppo anziana e malata per vestire ancora i panni della moglie-madre-musa-manager. Tra una tournée e l’altra, Amanda torna spesso a rendere visita all’artista, ma la situazione è sempre più difficile. Gala muore nel 1982, Dalí la segue sette anni più tardi, nel 1989, isolato da tutti nella sua casa-mausoleo di Figueres. 

Per Amanda ci saranno altri amori, molti successi e altrettanti dolori. Ma la relazione con Dalí, insopportabile in pubblico, profondo e premuroso in privato, ha continuato a rappresentare per lei un punto saldo della sua formazione di donna e d’artista: una favola in cui tutte le regole sono state ribaltate, i ruoli sovvertiti. Ancora oggi, per molti (troppi), quella di Amanda Lear è stata la storia di un principe che è diventato principessa, quando in realtà somiglia di più a quella di una principessa che, lontano dalla sua fata madrina o dal suo eccentrico genio della lampada, ha saputo trovare la propria identità, fuoriuscendo dai traumi della follia surrealista per abbracciare, nei panni di un “fiero cavaliere”, una nuova, personalissima normalità. 

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