Design italiano: la storia

17 Ottobre 2026

È da poco uscito il libro Design in Italia. Storia, cultura, protagonisti. 1570-2025, scritto da Anty Pansera con Rodolfo Profumo. Si tratta di un manuale di storia del design destinato non soltanto agli studenti delle scuole di design ma anche a tutti i curiosi e agli appassionati della disciplina.

Ecco un altro manuale di design, dirà qualcuno. Eh, già, perché da qualche anno si è assistito a un loro proliferare, dopo che, per molto tempo, nel passato prossimo, in commercio non ce n’era alcuno e chi aveva il compito di insegnare questa disciplina si doveva costruire da sé il libro di testo. Anni coraggiosi son stati quelli.

Che cosa differenzia tra loro i vari manuali ora in commercio? Sostanzialmente, al di là del modus in cui sono trattati i capitoli, al di là della prosa e della notorietà della “firma” delle loro autrici e autori, ciò che li distingue uno dall’altro è la data da cui in ciascuno di essi si fa decollare la nascita del design. Alcuni, ad esempio, e sono la maggior parte, lo fanno esordire al tempo della rivoluzione industriale; i più romantici scelgono invece come suo padrino di battesimo William Morris e come sua culla le Arts and Crafts; i più modernisti ne datano la nascita agli anni venti con il Bauhaus e il Vchutemas; ma c’è chi opta addirittura per il secondo dopoguerra, quando si afferma su scala industriale la produzione in serie, perché, ci ricordano questi, con puntiglio, il design di cui si parla è l’industrial design, perdindirimndina!

Pansera e Profumo, da storici dell’arte quali sono, per formazione e per esperienza didattica, non optano per alcuna delle ipotesi di incipit della disciplina che vanno per la maggiore, ma ci sorprendono fin dal titolo facendone risalire i prodromi a un tempo assai remoto, nientemeno che al 1570.

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Da Giovanni Stradano (Jan van der Straet), La stampa dei libri (1587-1589), incisione di Johannes Galle (XVII secolo). Jan De Vaere (design) per Wedgwood, Urna, 1780-1800, The Metropolitan Museum of Art, New York.

Per parte mia, dopo il nuovo allestimento di reperti d’arredo provenienti da Pompei, che da qualche mese è visitabile in permanenza al MANN di Napoli (si legga qui su Doppiozero), sarei propensa a datarne i prodromi addirittura alla produzione di oggetti d’arredo dell’età romana.

Perché se la storia del design è una disciplina in divenire, non lo è da meno l’archeologia, i cui studi ci riservano ogni giorno delle sorprese. Ciò che stupisce di quegli arredi e di quegli oggetti antichissimi esposti al MANN è l’assoluta modernità di forme di alcuni di essi, che non hanno influenzato soltanto il gusto europeo fra il XVIII e il XIX secolo, ma bagnano il naso anche agli oggetti e agli arredi di oggi. Taluni di essi, infatti, avevano già raggiunto, quasi duemila anni prima della sua nascita, quei principi di essenzialità formale e di funzionalità tecnica che il design ha perseguito e in certi casi ancora persegue, ovviamente, serialità esclusa, anche se la perizia con cui sono stati eseguiti fa comunque supporre l’esistenza di un esteso artigianato di livello altissimo e una cultura del fare bene assai diffusa. Poiché il mondo romano non era di certo un cortile, è legittimo supporre che anche per gli arredi, così come per gli altri manufatti artistici, ci fosse una larga circolazione di modelli nel vasto impero, con una universalità ben maggiore rispetto ai nazionalismi ancora presenti, invece, nella cultura del 1570, data assunta ad incipit del nuovo manuale di storia del design di Mondadori, universalità che connota invece il design made in Italy.

Il motivo per cui i due studiosi, soprattutto Rodolfo Profumo, curatore della fase più remota della storia – mentre Anty Pansera scandaglia il periodo che va dal novecento ai nostri giorni – hanno scelto la data del 1570 come anno di nascita dei prodromi della disciplina, con la sua cultura e i suoi protagonisti, va rintracciato nel valore universale che gli storici dell’arte attribuiscono a quella data. Essa, infatti, pur essendo nettamente definita, in realtà non si riferisce ad alcun evento storico preciso (come lo sono, invece, ad esempio quelle della scoperta dell’America o della Rivoluzione francese, date note a tutti) ma viene simbolicamente assunta dagli storici dell’arte per indicare quel passaggio epocale che dal Rinascimento conduce al Manierismo e con esso ai germogli di una mentalità rinnovata e dunque ad una nuova cultura del progetto e del ‘saper fare’, in cui le arti applicate possono essere considerate come bisnonne e nonne del design.

Così scrive Rodolfo Profumo: “Si deve distinguere ciò che chiamiamo design dalle arti applicate, che ne possono essere considerate il precedente storico: la stessa espressione arti applicate, spesso usata in modo generico, appartiene a un ben definito codice linguistico, proprio delle epoche che precedono la rivoluzione industriale. La difficoltà consiste nel guardare a un mondo ben diverso dal nostro, che costituisce, però, il fondamento della nostra cultura e della nostra visione. Acquisire una sufficiente consapevolezza di questa relazione, fatta di continuità e rotture, similitudini e sovrapposizioni, consente di comprendere meglio i meccanismi che regolano anche la contemporaneità”.

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Catalogo della Gebrüder Thonet, 1886. Christopher. Dresser (design), Zuccheriera, 1885, Elkington & Co., The Metropolitan Museum of Art, New York.

In questo manuale si affronta anche un tema ancor oggi assai dibattuto fra gli studiosi della disciplina, ovvero quello della definizione stessa di design. Ecco quella proposta da Anty Pansera, che, ricordiamo, in qualità di storica del design si è aggiudicata il Compasso d’Oro alla carriera:

“Il design non è mai soltanto cose e nemmeno solo forma. È una lente attraverso cui leggere il tempo, le sue paure e i suoi entusiasmi, le sue possibilità e i suoi limiti. Dopo aver attraversato oltre un secolo di oggetti, immagini, invenzioni, fallimenti, tentativi riusciti o meno, ciò che rimane è la sensazione che il design racconti – più di molte altre discipline – la storia concreta dell’umanità.

Perché il progetto, in fondo, è sempre un modo di immaginare la vita: come la vogliamo vivere, che cosa riteniamo indispensabile, che cosa scegliamo di lasciare andare. Ogni oggetto porta con sé un gesto, un’abitudine, un’idea di mondo. È un frammento di cultura, un pezzo di memoria, una speranza di futuro. E in questa lunga ricognizione ci accorgiamo di quanto il design sia stato – e continui a essere – un formidabile interprete delle trasformazioni sociali ed economiche, delle tensioni tra desiderio e necessità, tra tecnica e poesia”.

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Gio Ponti, Lampada a sospensione 0024, 1931, Fontana Arte. Albe Steiner, Marchio del Compasso d’Oro/La Rinascente, 1954, progetto grafico basato sulla sezione aurea, courtesy Studio Origoni Steiner.

C’è poi da aggiungere che, insieme all’inquadramento storico di ogni periodo e a una presentazione storico-artistica di ciascuno di essi, accanto alla rassegna degli oggetti e alla menzione dei loro autori, ciò che ha molto peso in questo manuale sono gli apparati. Gli indici, ad esempio, se ben concepiti, risultano sempre fondamentali per uno studioso o per uno studente, ma anche per un semplice curioso o per un appassionato, e per come sono stati redatti qui, essi permettono un agile orientamento all’interno dei capitoli, fra i protagonisti e le tematiche che vi vengono affrontate, favorendo così anche una consultazione trasversale, verticale, orizzontale o qual si voglia secondo le necessità di studio.

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Carlo Mollino, tavolo in legno curvato e vetro Arabesco, 1950, Apelli & Varesio; Osvaldo Borsani, divano D70, 1954, Tecno.

Un vasto spazio è inoltre dedicato ai musei del design, alla loro storia e al loro progetto didattico-divulgativo e alle scuole di design (quali, ad esempio, quella della Società Umanitaria di Milano, l’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Monza, la Scuola di Ulm in Germania e, ovviamente, il Bauhaus. Un pensiero pieno di nostalgia va all’esperienza dei CSDI (Corsi Sperimentali Design Industriale) che si sono innescati “per certi versi negli Istituti d’Arte, nel loro interesse ai temi della progettazione per l’industria, e che si riproporranno nel 1973 in alcuni ISIA”. (Pansera)

Né mancano notizie sulle due riviste storiche che hanno aiutato la disciplina a crescere, La Casa Bella e Domus, e quelle sugli studi fotografici che ne hanno favorito la comunicazione, come il mitico Ballo & Ballo. E ancora vi si narra del dibattito su ruolo del designer verso il XXI secolo, come quello tenutosi nel Congresso ICSID del 1983, entrato nella storia. Neppure viene trascurato il fondamentale contributo che le varie edizioni della Biennale di Arti Decorative e Industriali Moderne prima e della Triennale poi hanno recato alla storia del design, alla sua costruzione e al suo sviluppo. Vi si fa anche una giusta menzione delle industrie che hanno permesso a progetti di diventare oggetti famosi, dei must del design italiano, come, ad esempio, l’Alessi, la Brionvega, la Busnelli, la Cassina, l’Elesa, la Fantoni, la Olivetti, la Poggi e molte altre, tra cui quelle delle Marche, con la loro “straordinaria campionatura di produzioni”. Uno sguardo speciale è puntato su rassegne espositive che hanno segnato la storia del design, quali l’Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes (1925), la Mostra Internazionale della Produzione in serie (1940, VII Triennale), Italy Work – Renaissance in Design Today (1950-1953, itinerante negli Stati Uniti), le Fiere Campionarie, il Salone Internazionale della nautica, gli Eurodomus (1966-1972) e le Eurocucina. Tra gli apparati, vi sono poi dei box dedicati a temi specifici, quali, ad esempio il design del colore, quello delle metropolitane, e quello concernente la tutela della proprietà intellettuale, fondamentale da conoscere per un giovane che voglia intraprendere la carriera di designer, ma utile per tutti. All’interno del testo, evidenziati graficamente da fondi di colori tenui, ricorrono poi numerosi box tematici e monografici su singoli autori, anche internazionali, di rilevante interesse che aprono lo sguardo sulla cultura del progetto europea e oltreatlantica.

Ragguardevole, poi, per un manuale, è la bibliografia ragionata.

Ogni tanto, dei QRCODE permettono di accedere addirittura a trattati, come il Libro Estraordinario di Sebastiano Serlio bolognese, alla spiegazione di come si fa il restauro di un mobile d’epoca, prendendo ad esempio quello della scrivania personale di re Luigi XV di Francia, e ad articoli di un passato prossimo, come a quello di Vittorio Pica sull’Arte Decorativa all’Esposizione di Torino del 1902-1903 e, persino, al Manifesto della Donna Futurista. Attraverso un QRCODE si può anche accedere alla consultazione della collezione completa della rivista Arte Italiana Decorativa e Industriale, pubblicata dal 1890-91 fino al 1911. C’è anche la possibilità di visionare film coevi al periodo in cui sono inseriti i QRCODE ad essi riferiti, così come si può accedere alla consultazione dei cataloghi di importanti rassegne espositive, come, ad esempio, quello che rimanda a una bibliografia esaustiva delle Esposizioni Universali, quello delle Esposizioni Riunite del 1894, quello dell’Esposizione Universale di Roma del 1939 e quello della fondamentale mostra di Emilio Ambasz del 1972, Italy: The New Domestic Landscape, MoMA di New York. E ancora altri QRCODE danno accesso alla visita online di prestigiosi archivi, quali quelli della Rinascente, del Compasso d’Oro, dell’ADI, della Triennale, della Triennale Cuore e dello CSAC, e consentono persino di entrare nel sito della AISD, L’Associazione Italiana Storici del Design, in quello dei Musei d’impresa, in quello del MAXXI, dei Musei di Brescia, con il Museo della Mille Miglia, e financo in quello della collezione della Rai dei video con e su Umberto Eco.

La redazione articolata di questo manuale lo rende fruibile attraverso una consultazione ‘creativa’ ben più attuale e ricca rispetto a quella tradizionalmente offerta dagli altri manuali cartacei in commercio e più vicina a concetto di ‘rete’ proprio del web. Esso è, insomma, uno strumento di consultazione che può rivelarsi agile e utile anche a progettisti già affermati, non solamente agli aspiranti tali e persino a chi il design lo studia per professione.

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Giorgio Camuffo, manifesto per la XXI Triennale di Milano, 2016. Formafantasma, lampada Wirering Grey, 2018, Flos.

Per concludere, ecco un altro passo illuminante tratto dalla postfazione al volume scritta da Anty Pansera:

“Il design ci accompagna dal momento in cui apriamo gli occhi al mattino fino a quando li richiudiamo la sera. Ma, più di questo, il design ci educa: ci insegna a guardare meglio, a scegliere, a dubitare, a usare le mani e la mente nello stesso tempo. Il design è una forma di pensiero prima ancora che una forma di produzione. Una forma di pensiero che sa intrecciare ragione e intuizione, metodo e sorpresa.

[…] Il design è invenzione, certo. Ma è soprattutto un modo di abitare il mondo. Di capirlo e di trasformarlo. Di collaborare. Di prendersi cura. E di farlo, ogni volta, con quello slancio creativo minimo e indispensabile – quel punto di vista sul possibile – che è alla base di ogni atto progettuale, piccolo o grande che sia.

In chiusura di questo lungo viaggio rimane forse una sola certezza: che il design, oggi come ieri, non smette mai di interrogare l’uomo. Non smette di chiedergli attenzione, rigore, immaginazione, coraggio. E continua a offrirci ciò che ha sempre offerto: la possibilità”.

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).
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