| I gioielli del gentleman

10 Aprile 2026

Che i milanesi, e tutti i lombardi, abbiano sempre amato l’oro e le gemme, smalti compresi, è un fatto storicamente attestato, almeno fin dal tempo di Vuolvino e del suo altare in Sant’Ambrogio (ed era l’altomedioevo!), ma ancor più diffusamente conclamato lo è stato nell’epoca dei Visconti. Ne sono la riprova, ad esempio, le carte dei Tarocchi da loro commissionate alla bottega dei Bembo, rilucenti di aurei bagliori, per non parlare poi della cappella di Teodolinda nel Duomo di Monza affrescata dagli Zavattari, in cui il duca Filippo Maria Visconti, committente dell’opera, non ha badato a spese. Solamente in foglia d’oro zecchino e in pastiglia ha fornito più di tre libbre grosse, corrispondenti ad oltre tre chilogrammi d’oro: in nessun’altra chiesa del ducato si è mai profuso un simile patrimonio e ciò per celebrare l’origine del casato, presunta longobarda. E che dire poi dell’oro nella pittura lombarda? Non solamente nei fondi, il che costituirebbe un normale dejà vu, ma nella luce dorata dell’atmosfera (ah, i longhiani ‘bagliori foppeschi’!) o nei capelli delle donne, come in quelli della Maddalena nella Crocifissione del Bergognone, o ancora nella profusione d’oro nel Polittico di San Martino del Butinone e dello Zenale, o nelle masse dorate dell’Annunciazione di Carlo Braccesco? (Soltanto per citarne qualcuno).

Ma sono numerosi anche gli oggetti d’oro, sia a destino sacro che profano, prodotti dagli orefici milanesi. Questi, oltre ad avere in città una via centralissima ad essi dedicata, ancor oggi esistente, che collega il Castello Visconteo-Sforzesco al Duomo, nel 1311 erano in numero di novantasei, come risulta dal più antico registro pervenutoci della loro corporazione, e nel 1354 erano saliti addirittura a 122. Inoltre, quando, il 7 agosto 1395, Gian Galeazzo Visconti ottenne il titolo di duca di Milano dall’imperatore Venceslao, i documenti ci informano che per celebrare degnamente l’evento, insieme al capo degli orafi di corte Martino Astolfi, furono convocati anche altri otto aurifices suoi colleghi, dei quali ci sono stati tramandati persino i nomi. Davvero un gran numero per esaudire le richieste di quella committenza blasonata ed esigente.

Che dire poi dei famosi drappi auroserici milanesi? Quei tessuti di seta intrecciata con fili d'oro o d'argento, richiesti da tutte le corti europee, che hanno rappresentato un pilastro dell'eccellenza artigianale e del prestigio politico della Milano viscontea e sforzesca. I battiloro milanesi erano abilissimi nel battere l’oro e l’argento fino a ridurli a fili sottilissimi da tessere nei broccati e nei tessuti auroserici, o da usare per ricami, frange e merletti (detti, appunto, con il filo d’oro alla milanese), di cui il ceto nobiliare di tutta Europa faceva grande richiesta (persino Enrico VIII indossò i merletti d’oro milanesi).

“Per tutto il quattrocento è una fantasmagoria di meravigliose stoffe, velluti, broccati, lavorati coi più ricchi riporti, che passa innanzi agli occhi di chi ha la piacevole pazienza di scorrere alcune buste dell'Archivio di Stato di Milano, nella serie Potenze Sovrane – Oggetti Diversi”. (Malaguzzi Valeri, Ricamatori e arazzieri nella Milano del quattrocento, 1903). Segue un elenco di tutti i tipi di stupefacenti drappi auroserici prodotti e ricamati dalla manifattura cittadina per il duca e per la sua corte esigente, ma anche, come s’è detto, per i sovrani e i nobili europei. Ecco, di nuovo, il Malaguzzi Valeri: “La fama dei ricamatori milanesi, e specialmente dei ricamatori in oro, divenne presto grande dovunque. […] Le dame, i cavalieri, i militi sfoggiavan abiti che eran meraviglie di colori e di motivi e la fantasia individuale dei committenti dirigeva l’ago del ricamatore, talchè la varietà era la dominante, come è facile notare nei quadri e nei ricordi del tempo.”

Nel 1493, così rimava Baldassarre Taccone, poeta ufficiale della corte ducale milanese:

Non andar a Melan senza danari
d’oro d’ariento seta lana e smalti
più che Melan par nessun se exalti.

E questo perché i milanesi, dai loro duchi in giù, han sempre prediletto l’oro e i gioielli e non soltanto come ornamenti femminili. È famoso, ad esempio, il balasso cum la effigie de lo Illustrissimo Signore Duca Ludovico (il balasso è una varietà storica di rubino color rosso acceso con sfumature viola). Quel rubino gigantesco che Ludovico Maria Sforza, soprannominato il Moro, era solito appuntarsi sul cappello di velluto in occasione delle cerimonie di rappresentanza.

L’orefice di fiducia del Moro fu Cristoforo Foppa, detto il Caradosso, aurifabrum seu joelerium, abile anche nell'arte degli smalti e magnifico scultore, che fu considerato un maestro persino dal mordace e severo Benvenuto Cellini. Per non parlare poi di Leonardo da Vinci che alla corte del Moro si dilettava persino nella creazione di gioielli. Oltre ad aver disegnato fibbie per cinture, else di spade, spille ed altri monili, è stato anche maestro nell’intagliar christalli, gioie, avori, ferro, e nell’arti fusorie d’oro, argenti bronzo, come ci ha raccontato nel 1631 don Ambrogio Mazenta nelle sue Memorie su Lonardo da Vinci. Inoltre, l’artista toscano ha studiato gli smalti e altri materiali per produrre perle finte (“perle minute” e “perle grosse”, in Codice Atlantico, f. 304v.) e oggetti preziosi da destinare al reggente medesimo e non solamente al coté femminile della sua cerchia, che andava da sua moglie Beatrice d’Este, fino alla sua amante Cecilia Gallerani, ritratta dal Vinci in La dama con l’ermellino. (Chissà se le perle nere della collana di Cecilia, di cui tanto si è scritto per individuare di quale pietra si tratti, possano magari essere le “perle minute” inventate da Leonardo? È bello pensarlo).

Ci narrano i documenti di come gli ambasciatori veneziani Giorgio Contarini e Paolo Pisani, emissari dell'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, in visita a Milano il 19 settembre 1492, ammessi a visitare il tesoro dei Visconti-Sforza, conservato nella torre della Rocchetta al Castello di Porta Giovia, siano rimasti a bocca aperta nel vedere la profusione di ori e di gioielli che Ludovico il Moro era solito esibire per comprovare la ricchezza del casato. Essi riferirono all’imperatore di aver visto gioie le quali tutte non sono da comparar cum quelle del episcopo de Salzpurg, ne le altre, ma sono de molto major valuta. (E nel XV secolo, il tesoro dei Principi Arcivescovi di Salisburgo era rinomato per la sua ricchezza, simbolo del loro enorme potere temporale e spirituale.)

L’immane tesoro dei Visconti-Sforza fu generosamente ‘sacrificato’ da Ludovico il Moro per riconquistare al Ducato di Milano la libertà dagli invasori francesi.

Ahimè, senza successo.

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Uno scorcio del cortile di Palazzo Morando, sede della mostra The gentleman. Stile e gioielli al maschile.

In continuità con l’antica passione lombarda per gli oggetti e per i monili d’oro, sia femminili che maschili, ornati di smalti e di gemme, non stupisce, dunque che a Palazzo Morando, scrigno di milanesità e tempio della storia della moda, situato nel cuore dell’attuale quadrilatero del fashion, sia stata organizzata una mostra dedicata proprio ai gioielli, sebbene risalenti a tempi molto più recenti, rispetto a quelli dei Visconti e degli Sforza. Intitolata The gentleman. Stile e gioielli al maschile è stata curata da Mara Cappelletti, con la consulenza per la moda di Gian Luca Bovenzi. La rassegna affronta “un’indagine storica in chiave cronologica e tematica sull’estetica maschile, tra ornamento e abito, attraverso un percorso espositivo dal XVIII secolo ai giorni nostri”.

Prodotta dal Comune di Milano e da Palazzo Morando | Costume Moda Immagine, in collaborazione con l’Associazione Culturale Stile e Storia, con il patrocinio dell’Associazione Orafa Lombarda, della Camera Nazionale della Moda Italiana, del Dipartimento di Studi Storici "Federico Chabod" dell’Università Statale di Milano, del Ministero della Cultura e di Rai Lombardia, è visitabile fino al 27 settembre.

Il titolo della mostra, chiarisce che nelle epoche passate – e lo abbiamo appena visto con il Moro – il gioiello non era un accessorio esclusivamente femminile, ma, anzi completava l’abbigliamento maschile, assurgendo addirittura a simbolo della ricchezza e del prestigio sociale di chi lo esibiva.

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A sinistra: marsine settecentesche, velluto di seta ricamate in seta policroma, canutiglia policroma con applicazioni in raso e seta, raso di seta e broccato con bottoni gioiello. A destra: 1) anello a sigillo; 2) pendente a sigillo; 3) anello da spadaccino con emblema di scudo e spada; 4) anello a marquise con decorazioni floreali; 5) bottoni da cravatta; 6,8) fibbie da scarpa; 9) fermaglio da mantello.

Poiché siamo nel tempio della storia della moda, i gioielli esposti sono in dialogo con capi d’abbigliamento maschili e con tessuti ad essi coevi, così da restituire l’identità culturale di ciascuna epoca, letta attraverso questa lente di genere.

Ed ecco allora scorrere sotto i nostri occhi gli abiti del nostro recente passato, in cui il gioiello è spesso assurto a protagonista o dove, comunque, ha giocato un ruolo fondamentale nell’attestare le mutazioni del gusto.

Vi si ammirano vestiti del settecento, abbinati a sontuose fibbie per scarpe e a scintillanti chatelaines da cintura a cui gli uomini di rango di quel secolo appendevano chiavi e orologi, quale segno della loro autorevolezza e del loro prestigio.

Nell’ottocento, con l’ascesa della borghesia, l’abbigliamento maschile si fa più sobrio e severo, senza però rinunciare ai gioielli, ma più discreti: è il trionfo di gemelli, spille da cravatta, orologi da taschino, piccoli sì, ma non per questo meno preziosi e raffinati.

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Uno scorcio della mostra con abiti, gioielli e ritratti fotografici di personaggi dell’Ottocento.

Girando per le sale della rassegna, si può constatare il passaggio dalla dovizia di ornamenti che ha caratterizzato i gioielli di sette-ottocento – se pur nelle precipue diversità –, all’essenzialità dei gioielli del modernismo, quasi privi di decorazioni, in cui era la forma a contare, per giungere, dopo gli anni ottanta del secolo scorso, ad un ritorno dell’ornamento, addirittura esuberante. Si verifica, insomma, nel campo della gioielleria un percorso analogo a quello che ha caratterizzato l’oggetto d’uso, che, dopo la ridondanza d’ornamenti sette-ottocentesca, nel novecento è passato dal less is more quasi monocromo del primo sessantennio del secolo al rigoglio decorativo e multicolore della stagione postmoderna. “Il percorso si conclude con una sezione dedicata alla contemporaneità, dove l’uomo riscopre la libertà di ornarsi senza condizionamenti. Designer, stilisti e artigiani ridefiniscono oggi i confini tra maschile e femminile, tra funzione e decorazione, proponendo gioielli audaci, concettuali, spesso portatori di messaggi personali”.

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La sezione dei gioiellieri milanesi.

In una sezione dell’esposizione compaiono gioielli di brand famosi, quali Buccellati, Bulgari, Cartier e Damiani, in un'altra si possono ammirare manufatti artigianali di gioiellieri milanesi, pezzi unici di Cusi, trasferitosi nel 1996 dallo storico Palazzo Cusi di Via Clerici 1, a Corso Monforte 25, dove risiede tutt’ora; altri di Grimoldi di Piazza Duomo (è suo il magnifico anello con topazio, immagine simbolo della mostra); altri ancora della Milano Jewels di Via Paolo da Cannobio, così come alcuni gioielli opera delle artiste Lucilla Giovanninetti e Margherita Burgener.

Una mostra da non perdere, insomma, che stuzzica la curiosità e che comunque arricchisce le nostre conoscenze sull’evoluzione del gusto nell’epoca moderna.

Per chi lo volesse poi, c’è anche da visitare il Palazzo Morando, una dimora storica donata alla città dalla contessa Lydia Caprara Morando Attendolo Bolognini nel 1945, che ospita un museo dove è raccontata l'evoluzione urbanistica e sociale di Milano tra la seconda metà del Seicento e l'inizio del Novecento.

A proposito di Novecento, ci si può magari allungare fino al museo ad esso dedicato, in piazza Duomo, ad ammirare, tra molto altro, il Busto femminile in terracotta di Lucio Fontana, che ha il volto, il collo e le spalle d’oro, così come ha il corpo d’oro La signorina seduta, una fusione in bronzo della stessa collezione. Forse un omaggio alla tradizione dell’oro lombardo, alla regione dove, come Leonardo, anche Lucio aveva scelto di stare? Peut-être.

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