Eileen Gray baronessa del design

10 Marzo 2026

Ed eccoci finalmente al secondo volume della collana Fuori dall'ombra. Le pioniere del design e dell’architettura del Novecento, diretta da Gisella Bassanini e Giovanna Canzi per Marinonibooks, la casa editrice indipendente che pubblica ‘libri con figure’. Una collana dedicata a “progettiste visionarie, talentuose e per molti versi rivoluzionarie […] accomunate dal desiderio, dalla determinazione e dall’amore per questo mestiere” che hanno faticato “non poco per uscire da quel cono d’ombra che la cultura e la società del tempo volevano loro riservare”.

Se il primo volume lo aveva inaugurato nel 2023 Charlotte Perriand (leggi qui su Doppiozero), che di certo non ricamava cuscini, il secondo è dedicato alla più blasonata delle protagoniste dell’architettura e del design del novecento, la baronessa irlandese Eileen Gray (pp. 88; € 40.00). Il libro, firmato come il precedente da Bassanini e Canzi, è illustrato dai disegni di Beppe Giacobbe, ed ha una postfazione di Beppe Finessi. Con il progetto grafico di @obelo-milano, è come sempre un’edizione bilingue, con la traduzione di Ben Bazalgette.

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Fuori dall'ombra. Le pioniere del design e dell’architettura del Novecento.

La storia narrata nel libro parte dall’asta della Collezione Doucet, tenutasi a Parigi all’Hotel Drouot l’8 Novembre 1972, dopo la quale la fama della Gray si è affermata per la prima volta su scala mondiale. Infatti, nonostante a quella data Eileen lavorasse già nel campo dell’architettura e del design da ben oltre sessant’anni, le sue opere erano note solamente a una ristretta cerchia di estimatori. Tra questi c’era Jacques Doucet, uno dei più grandi stilisti parigini di inizio Novecento, amatore d’arte, che è stato tra i primi a collezionare i suoi mobili (insieme ad altri capolavori, tra i quali, ad esempio, nientemeno che Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso). Alla famosa asta del 1972, un collezionista americano acquistò il paravento della Gray Le Destin per trentaseimila dollari e Yves Saint Laurent si aggiudicò la sedia Dragon per una cifra considerevole. Entrambi i pezzi sono gli unici firmati dalla Gray, dietro esplicito invito dello stesso Doucet. La notizia di queste cifre da capogiro fece scalpore rimbalzando sui principali quotidiani, da Le Figaro a Le Monde, dal Times all’Herald Tribune e il nome della Gray riemerse finalmente dall’ombra dando così impulso alla ripresa di interesse per le sue creazioni. Oggi, per fortuna, le sue opere di design sono reperibili sul mercato, (ri)prodotte, con il consenso dell’autrice, da tre brand europei, il londinese Aram, il monacense ClassiCon, il parigino Écart, ciascuno dei quali vanta nel proprio catalogo alcuni dei suoi pezzi ormai divenuti iconici. Per fortuna, essendo fatti in serie, essi non raggiungono le cifre dell’asta Doucet, ma non sono certo ‘economici’ per l’elevata qualità richiesta dalla loro esecuzione.

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A contribuire alla notorietà della Gray, sebbene ancora nella ristretta cerchia degli estimatori e degli addetti ai lavori, nel primo decennio di questo nostro secolo, hanno concorso la grande mostra curata da Cloé Pitiot al Centre Pompidou nella primavera del 2013, e il film del 2015, The Price of Desire, della regista irlandese Mary McGuckian (di nuovo in programmazione nelle sale italiane tra l’8 e il 18 marzo 2026), che hanno riacceso l’interesse attorno alla sua figura di donna e di artista.

Ed ecco ora Bassanini e Canzi, con il loro libro destinato a un pubblico il più possibile allargato, portarci per mano a conoscerla, intimamente, spiegandoci che se lei è rimasta così a lungo poco indagata forse è stato anche per la “sua riservatezza e modestia, per il suo assoluto rifiuto a lavorare sotto l’ala di qualche uomo potente, per la sua indipendenza favorita sicuramente dal privilegio della sua condizione economico-sociale, ma soprattutto per la sua libertà di pensiero”.

È proprio questo il filo conduttore del libro, presentarci la Gray come artista perfettamente inserita nella cultura del suo tempo e come donna invece assolutamente fuori dal tempo, in parte anticipatrice di affermazioni femminili future e in parte ad esse superiore. Infatti, come ci raccontano le due autrici, “Eileen incarna un nuovo modello femminile: è anticonformista e indipendente dal giudizio altrui. Veste abiti dal taglio maschile, indossa pochi gioielli, porta i capelli corti e guida un’automobile di sua proprietà. Ha interessi senza limiti, che spaziano dall’architettura organica d’Oltreoceano ai primi progetti di edifici industriali, fino alle idee espresse nel Manifesto Futurista da Filippo Tommaso Marinetti. Si appassiona all’arte nera, alla cultura orientale, alle avanguardie artistiche. Partecipa agli eventi più significativi del tempo: la sera del 18 maggio 1909, ad esempio, è fra coloro che assistono al debutto parigino dei Ballets Russes di Sergej Diaghilev. È affascinata dal mondo delle automobili, non ha paura di viaggiare sui primi aeroplani, prova l’ebrezza di salire su un pallone aerostatico. Frequenta il mondo degli aviatori e segue le loro avventure nei cieli del mondo.

[…] È tra le frequentatrici del salotto letterario di Natalie Clifford Barney, scrittrice, commediografa e poetessa statunitense, che al 20 di Rue Jacob, sulla Rive Gauche, opera da trait-d’union tra la Parigi delle avanguardie e gli americani espatriati, soprattutto tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Ogni venerdì, protagoniste della vita intellettuale e artistica come Colette, Gertrude Stein, Isadora Duncan, Djuna Barnes, Peggy Guggenheim, Marguerite Yourcenar, Mata Hari, Ida Rubinstein, Sylvia Beach, Marie Laurencin e Greta Garbo, spesso ignorate o osteggiate dall’establishment francese maschile, si incontrano in questo circolo alternativo legate dall’amore per l’arte a tutto tondo. L’arrivo della Prima Guerra Mondiale interrompe momentaneamente la sua carriera”.

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Una donna speciale, insomma, la Gray, un’artista fuori dal comune “mai vista e mai sentita prima”, per usare le stesse parole che un giornalista del Chicago Tribune adoperò nel 1922 per definire il negozio Jean Désert, aperto dalla Gray l’anno precedente (lo chiuderà nel 1930), a Parigi al 217 di Rue du Faubourg Saint Honoré, a pochi passi dall’Eliseo, per mettere in vendita le proprie creazioni in lacca giapponese insieme ad altre di amici artisti. “Un luogo che offriva una visita all'invisibile", scrisse ancora il Chicago Tribune.

Il libro di Bassanini e Canzi segue passo, passo la vicenda artistica di questa straordinaria protagonista dell’arte del novecento, raccontandoci della sua formazione, delle sue esperienze, dei suoi incontri, dei suoi amori e della sua scelta di isolamento e di solitudine negli anni della maturità ed oltre. È una lettura piacevole, da cui si apprende anche degli oggetti d’arredo strepitosi da lei creati, la maggior parte dei quali nati per assolvere a proprie esigenze personali nelle case da lei stessa progettate per abitarvi e poi divenuti dei must della storia del design: la petite coiffeuse, il tavolino Cap Martin, il table portatif, la poltrona Transat, lo specchio satellitare, i tappeti Mediterranée, Feston, Lavagna, Collage, la poltrona Bibendum, il divano letto, i numerosi paraventi (suo best seller), il tavolo Lou Perou, le lampade Roattino, Pailla, eccetera, eccetera.

Di Eileen Gray architetto e della sua sublime Maison en bord de mer, la E1027, ho scritto in un altro articolo a lei dedicato, qui su Doppiozero, al quale rimando.

Gisella Bassanini mi ha chiesto poi di raccontare, anzi di (ri)raccontare la mia vicenda personale con alcuni mobili disegnati da Eileen Gray e (ri)prodotti da mio padre – che era un ebanista – per conto della ClassiCon di Monaco di Baviera, la quale ne aveva avuta licenza dalla stessa Gray. Il mio ricordo non riguarda solamente la bellezza di questi oggetti e la perizia che richiedeva la loro esecuzione, affinché fossero perfetti come esigeva il progetto. Una bellezza che ha accompagnato gli anni della mia formazione alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, dove, però, purtroppo non si sentiva parlare della Gray. Il mio ricordo personale va soprattutto alla ricerca, alla sperimentazione continua messa in campo da mio padre per ottenere una laccatura ‘magistrale’ quale aveva concepito per essi la Gray, che, come ormai sappiamo, si era appassionata a questa tecnica da lei perfezionata grazie al suo maestro giapponese, Seizo Sugawara. Anche mio padre amava il Giappone (lo aveva addirittura eletto a sua seconda patria, dopo la Brianza) e vi ha fatto frequenti viaggi, per capire, tra l’altro, come ottenere una lacca che risultasse ‘porcellanata’ quale richiedevano i mobili della Gray. Per non parlare poi della complessità di realizzazione di alcuni ‘arditi spigoli’ (nella petite coiffeuse, ad esempio) per cui era necessario impiegare speciali incastri per la loro mise en forme; o della sottigliezza degli spessori di certi cassetti, attuabili solamente grazie alla tenacia dell’essenza lignea impiegata; o ancora della perizia che richiedeva la messa a punto di certi meccanismi segreti che permettessero ad altri cassetti (quelli del Cap Martin) di basculare orizzontalmente quasi a 180°. Per questo e per altro, dunque, in casa mia, si parlava spesso di Eileen Gray e mi faceva meraviglia che ciò, invece, non avvenisse in facoltà.

Si sarebbe dovuto attendere il Gruppo Vanda, di cui Gisella Bassanini ha fatto parte, con Ida Faré e le altre, perché ciò avvenisse.

Ma sarebbero occorsi più di dieci anni e io, allora, non lo potevo sapere, dunque mi meravigliavo di quel silenzio.

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I disegni che Beppe Giacobbe ha realizzato per il libro di Bassanini Canzi si fanno interpreti del mondo della Gray con una grazia e una leggerezza senza pari che a lei sarebbero sicuramente piaciute. C’è grande eleganza in quel tratto filiforme che sa restituire le influenze esercitate sul lavoro progettuale della maestra irlandese dell’architettura e del design dalle avanguardie artistiche da lei predilette. In essi ritroviamo, infatti, il gusto cubista per il collage, l’ortogonalità rigorosa di Teo van Doensburg, la sperimentazione dadaista con il fotomontaggio, l’essenzialità dei maestri del Bauhaus e financo qualche accenno all’astrattismo di Kandinskij e persino al suprematismo di Malevic. Chapeau!

Beppe Finessi nella sua postfazione, tra i ricordi sulla Gray, menziona quello di Corrado Levi, di cui è stato allievo, che, a proposito della querelle sugli ‘interventi pittorici’ di Le Corbusier nella E1027, “nei primi anni Novanta, […] arrivò a considerare la morte del maestro, avvenuta nel 1965 proprio nel mare di fronte alla villa, come un tardivo «omaggio» alla stellare Gray del grande architetto!”. Ah, quale consolazione condividere questo pensiero!

Eileen Gray è vissuta nel suo appartamento parigino di Rue Bonaparte fino all’età di 98 anni senza mai smettere di lavorare e di tenersi informata sulle cose del mondo e dell’arte. Fuori dall’ombra, dunque, Eileen Gray, che con la sua opera ha attraversato tutte le correnti del novecento dall’Art Deco, al cubismo razionalista, dal Futurismo a De Stijl ed oltre incidendo profondamente sulla cultura artistica di quel secolo della quale è stata un’interprete unica e ineguagliata.

Fuori dall’ombra, dunque, Eileen Gray, come si prefigge di condurla questo libro raffinato e prezioso, edito da Marinonibook.

Fuori dall’ombra, Eileen Gray!

Leggi anche:
Maria Luisa Ghianda | Eileen Gray e La Maison en bord de mer

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