Ninfa a Primavera
Da' be' rami scendea / (dolce ne la memoria) / una pioggia di fior.
Solamente i versi del Canzoniere del Petrarca possono rendere l’idea della bellezza del Giardino di Ninfa, dalle Chiare, fresche, dolci acque che si estendono su otto ettari di paesaggio tra gli attuali comuni di Cisterna di Latina, di Sermoneta e di Norma.
A narrare, passo dopo passo, della nascita e della genesi del giardino è un bellissimo libro scritto da Lauro Marchetti intitolato Memorie di Ninfa (Allemandi Editore, pp. 400, € 32), che, lo scorso mese di settembre, ha vinto la terza edizione del Campiello Natura - Premio Venice Gardens Foundation.
Come ha dichiarato lui stesso, la sua è una testimonianza “accumulata in quasi sette decenni, dall’infanzia fino ai tanti anni in cui ho svolto il ruolo di custode a stretto contatto con la natura” e poi in qualità di “consigliere della Fondazione Roffredo Caetani di Sermoneta, carica che ancora ricopro come membro onorario”. L’autore del libro, insomma, è diventato grande insieme ai Giardini di Ninfa, lui adulto ed essi sempre più ricchi di flora preziosa e di angoli di paradiso.
Nel libro, Marchetti racconta che il giardino è lì fin dal XVI secolo, quando il cardinale Nicolò III Caetani, per migliorale l’aria insalubre di quella zona allora paludosa, volle creare un “giardino delle delizie” dando vita a un hortus conclusus, in cui pensò di mettere a coltura bulbacee, secondo la moda del tempo, e profumate varietà di agrumi. E così, tra le rovine di quello che era stato un borgo medievale, ormai spopolato da secoli a causa delle frequenti febbri malariche che ne avevano decimato gli abitanti, il cardinale coltivò soprattutto il Citrus limon Cajetani, una varietà di limone autoctona di Sermoneta, detta Trombolotto, che, per le sue note simili al cedro e al bergamotto era impiegata da secoli dai monaci cistercensi della vicina abbazia di Valvisciolo per preparare una salsa molto profumata, con olio evo e una dozzina di erbe aromatiche, perfetta per insaporire pesce e carne, una salsa che oggi è diventata un must dell’eco-ristorazione del territorio.
Ci informa Marchetti che dopo la fase rinascimentale, in cui il giardino è cresciuto rigoglioso per il pullularvi delle numerose acque sorgive – si contavano otto fonti – e di quelle del fiume Ninfa che lo attraversa tutt’ora e che gli dà il nome, esso cadde in rovina e per secoli fu lasciato in stato di abbandono. Sarà solamente tra la fine dell’ottocento e i primi decenni del novecento, che Ada Bootle Wilbraham, moglie di Onorato Caetani, e i suoi figli, Gelasio prima e Roffredo poi, lo trasformeranno in un vero e proprio giardino all’inglese, rovine autentiche incluse. Gelasio, oltre ad essere un diplomatico, era laureato in ingegneria e a lui si deve la bonifica delle paludi, il ripristino dell’antica viabilità distrutta nei secoli dalla vegetazione inselvatichita, la creazione di un nuovo, moderno sistema idraulico, con tanto di diga e di centrale idroelettrica (una delle prime in area pontina), che rese Ninfa energeticamente indipendente. Egli, inoltre, ristrutturò e rese abitabili una parte degli edifici medievali e mise in sicurezza quelli irrecuperabili, conservandoli come romantiche rovine. Lo sforzo fu enorme e l’investimento di capitali assai ingente. Come ci narra Lauro Marchetti, Gelasio Caetani fu talmente lungimirante da comprendere che “Ninfa andava salvata semplicemente per quello che era: una città di ruderi dal fascino straordinario e misterioso da consegnare ai posteri, al mondo. […] Gelasio aveva di fatto posto le condizioni per rendere Ninfa di nuovo vivibile, attrezzata e produttiva, pensando anche a nuove colture fruttifere, orticole e attivando l’apicoltura. […] Gelasio Caetani pensò anche all’irrigazione del futuro giardino. Creò una efficiente rete di canalette di irrigazione che copriva gran parte del settore destro del giardino. […] L’acqua arrivava per caduta direttamente dal lago […] entrando, formava una cascata dal gradevole suono. Luogo romantico ma anche utile per innaffiare”.
A poco a poco Gelasio arricchì il giardino di differenti specie di piante che riportava dai suoi viaggi diplomatici all'estero che a Ninfa trovarono terreno e clima ideale e, grazie all’abbondante presenza di acqua, vi crebbero rigogliose.

Tuttavia, alla definizione del giardino come lo conosciamo oggi, in cui vivono 1300 specie botaniche, dal 2000 Monumento Naturale della Repubblica Italiana, contribuì nel secondo dopoguerra l’opera di Roffredo Caetani e di sua moglie Marguerite Chapin. La coppia, oltre a renderlo uno tra i giardini più belli e romantici del pianeta, ne aprì le porte al mondo della cultura internazionale, legato alle riviste cosmopolite fondate dalla stessa Marguerite, Botteghe Oscure (che deve il nome alla strada di Roma dove sorge Palazzo Caetani, sede della sua redazione) e Commerce (da lei diretta a Parigi dal 1924 al 1932).
Lauro Marchetti ci informa che così come Roffredo Caetani amava le piante e i fiori, amava pure la musica, era un musicista raffinato, allievo di Franz Liszt. “Avendo una particolare attitudine all’ascolto della fonosfera, il paesaggio sonoro” ha scritto Marchetti nel suo libro, Roffredo “operò sui suoni delle acque del giardino per creare effetti musicali. […] Decise di intervenire sui due ruscelli che provenivano dalla diga del lago passando per l’hortus conclusus […] Passando accanto ai tre piccoli laghi, il visitatore avrebbe difficoltà a pensare che dietro quell’armonia di suoni diffusi dal movimento degli elementi si celi l’arte di un musicista. In un tratto di poco più di 70 m, dalla prima cascata fino alla fine della corsa dei due ruscelli nel fiume, un orecchio sensibile può intercettare decine di suoni differenti”.
Nel giardino di Ninfa, tutte le piante sono lasciate libere di crescere secondo la propria architettura, perché “in un bosco, come in un giardino” ci ricorda Marchetti, “una pianta libera di crescere nella forma per cui è programmata, racconta storie personali e sempre diverse che si protrarranno per tutta la vita, rendendo il suo mondo estremamente affascinante”.
A Roffredo e Marguerite succedettero la loro figlia Lelia e suo marito Hubert Howard, duca di Norfolk, lei pittrice e lui cultore dell’arte e co-fondatore di Italia Nostra, che continuarono e perfezionarono l’opera dei loro predecessori, preservando l’esistente e arricchendolo di nuove essenze arboree e di nuovi fiori, soprattutto di rododendri.
È con Roffredo Caetani, con sua moglie Marguerite e con la loro figlia Lelia che è iniziata la storia d’amore e di dedizione tra Lauro Marchetti e il loro giardino. Lui figlio di un amministratore della tenuta nobiliare, all’età di sei anni fu investito da un’automobile. Subito Roffredo e Marguerite si interessarono a lui offrendogli le cure migliori ma soprattutto il loro affetto. “Venni adottato, ma non ufficialmente”, racconta Lauro nel suo libro. “Lelia, principessa di Teano e il marito, Hubert Howard, ufficiale dell’intelligence inglese, divennero i miei precettori. Si occuparono della mia istruzione. Dopo aver frequentato ragioneria al Vittorio Veneto [Salvimeni di Latina], feci dei corsi altamente professionali per la cura dei giardini, in Francia e in Inghilterra. Lelia e Hubert mi portarono a vedere i più bei giardini del mondo, anche privati, solo con loro avrei potuto accedervi. Anche quando andavo in crisi di ispirazione Lelia mi mandava all’estero per ritrovarmi. […]
Quando Lelia ormai malata mi volle vedere per l’ultima volta, mi diede sette bulbi di bucaneve indicandomi il luogo dove piantarli. Con quel gesto mi lasciò l’eredità spirituale di Ninfa. Morì l’undici gennaio del 1977, sul testamento scrisse che avrei potuto abitare tutta la vita a Ninfa prendendomene cura. Io da quel giorno ho dedicato tutta la mia vita a questo luogo, immaginando quello che avrebbe fatto lei. È stata la mia grande ispiratrice. L’anno successivo la sua morte, il marito realizzò la fondazione Roffredo Caetani e mi nominò segretario generale, lo sono stato fino al 2019 e ora ne sono soprintendente”.
Grazie all’impegno di Hubert Howard, appassionato ecologista, fin dal luglio 1973 Ninfa è un’Oasi Naturalistica di protezione della fauna, che, con l’annesso Parco di Pantanello, si estende su una superficie di 1.872 ettari. Vi dimorano soprattutto aironi cinerini, falchi di palude, il falco pellegrino, il barbagianni, ma anche alzavole, germani reali, canapiglie, gallinelle d'acqua, martin pescatori, pavoncelle, bianconi e pecchiaioli. Inoltre, l’area è vitale per le rotte migratorie. E poi, nel fiume Ninfa vive una specie unica di trota, introdotta addirittura in epoca romana.
“Uno degli aspetti che rende il giardino così vitale e accogliente” racconta Marchetti, “va cercato nella convivenza tra la cura dell’uomo e la spontaneità dei variegati elementi naturali. Se nei giardini formali, di cui esistono splendidi esempi in tutto il mondo, è contenuto per ragioni culturali, Ninfa trova il suo culmine nella elevata biodiversità.
[…] Venne naturale continuare a bandire l’uso di prodotti chimici: pesticidi, diserbanti e fertilizzanti che i consorzi agrari e altre rivendite di prodotti per l’agricoltura distribuivano e continuano a distribuire in quantità. Nelle note di acquisto non sono mai comparsi ordini di questi articoli. […] Qui sono venuti ad ispirarsi tutti i più grandi scrittori del Novecento” continua Marchetti nel suo libro, “come Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e tanti altri. Ma non solo scrittori, sono venute anche molte personalità, attori, capi di stato, i reali del Belgio, Carlo e Diana. Quando smisi di andare all’estero, iniziarono a venire dagli altri giardini a guardare il nostro: da Sidney, Londra, Zurigo, San Pietroburgo, California… Con il Giardino di Ninfa abbiamo cercato di ricreare l’Eden, non riusciremo mai a tanto, però vogliamo arrivarci molto vicini”.
Nomen omen, dicevano i Latini, e mai nome è stato più indicato di Lauro per un destino come quello di Marchetti: Lauro, come il lauro, l’albero, per uno che di alberi si occupa da tutta la vita. Egregiamente.
Stante il loro delicatissimo equilibrio ambientale, i Giardini di Ninfa si possono visitare esclusivamente in primavera e in autunno e soltanto per pochi giorni. Inoltre, il numero delle persone quotidianamente ammesse è contingentato per motivi di tutela dell’ambiente naturale. Dalla fine della pandemia di Covid-19, per fortuna, è stata introdotta la prenotazione online. E io sono riconoscente a questa novità, grazie alla quale, dopo più di un decennio di tentativi infruttuosi, sono finalmente riuscita a visitare il giardino. Prima di questa soluzione, infatti, ci si recava sul posto e si facevano interminabili code per potervi accedere, spesso senza riuscirvi, e a me capitava sempre, nei numerosi tentativi di visita che ho fatto negli anni, di arrivare prossima all’ingresso senza mai riuscire a varcarlo. Nonostante mi presentassi in loco la mattina molto presto, c’era sempre chi era arrivato prima di me (non nascondo di aver avuto il sospetto che i fortunati ammessi, avessero bivaccato lì, in fila da notte fonda).
Quando, finalmente, sono entrata la prima volta a visitare il Giardino di Ninfa era autunno e sono rimasta incantata dai colori del foliage; poi ci sono tornata in primavera, e ho assistito alla pioggia di petali di fiori, con nella mente i versi del poeta:
qual si posava in terra, et qual su l'onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore.