Erica, il fascino della brughiera

27 Novembre 2022

I lettori delle sorelle Brontë sanno il torbido fascino delle brughiere dello Yorkshire. Lande desolate e selvagge, pendii ricoperti d’erica, sferzati dal vento e umidi di pioggia sono lo sfondo naturale dei romanzi Cime tempestose e Jane Eyre.

Torbido: aggettivo quanto mai pertinente trattandosi di brugo che abbisogna per campare di un terreno acido, misto appunto di torba e sabbia. E torbidi, ruvidi, sono i personaggi maschili che persino nel nome, oltre che nel carattere, rispecchiano il loro habitat: Heathcliff, com’è battezzato il protagonista di Cime tempestose, significa rupe coperta di erica, e subito viene definito «tagliente come una sega e duro come una roccia». 

E che siano tutt’uno con il loro paesaggio d’origine, che non possano vivere e morire che lì, in quelle aspre terre, ce lo confessa Catherine nel XII capitolo quando, prostrata da uno scontro con Heathcliff e da un litigio con il marito, Edgar Linton, si abbandona all’onda memoriale:

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Oh, mi sento bruciare! Vorrei essere all’aria aperta... vorrei essere di nuovo bambina, una bambina un po’ selvaggia, ma intrepida e libera... che ride delle offese, che non diventa pazza sotto il loro peso! Perché sono tanto cambiata? Perché ora bastano poche parole e il sangue mi ribolle in un tumulto infernale? Sono sicura che tornerei a essere me stessa se fossi di nuovo in mezzo all’erica su quelle colline... (vol. I, cap. XII) 

Alla fine della sua esistenza Catherine avrà la sua tomba in un angolo dove il cimitero pare farsi tutt’uno con la brughiera: 

Sorprendendo gli abitanti del villaggio, Catherine non fu sepolta né nella cappella, sotto il cenotafio dei Linton, né fuori, vicino alle tombe della famiglia Earnshaw. Le scavarono una fossa su un pendio verde, in un angolo del cimitero dove il muro di cinta è così basso che l’erica e i mirtilli della brughiera vi si sono arrampicati sopra e la torba l’ha quasi ricoperto. (vol. II, cap. II)

La affiancheranno dapprima la sepoltura del marito, e poi quella dell’odiosamato Heathcliff. Così, al termine del libro, il signor Lockwood, l’affittuario di Thrushcross Grange che, insieme alla governante Nelly Dean, ha condotto il lettore attraverso le vicende di queste anime tormentate, ritrova le tre lapidi:

Cercai, e subito scoprii, le tre pietre tombali sul pendio che guarda la brughiera: quella di mezzo, grigia e quasi sepolta dall’erica; quella di Edgar Linton, l’unica che si armonizzasse con la terra circostante per l’erba e il muschio che vi crescevano sopra; quella di Heathcliff, ancora nuda.

Indugiai fra le lapidi, sotto quel cielo benigno: osservai le falene svolazzare fra l’erica e le campanule, ascoltai il sommesso respiro del vento nell’erba e mi domandai, stupito, come fosse possibile mai immaginare sonni inquieti per coloro che riposavano in quella terra quieta.

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Le penne di Emily e di Charlotte Brontë non si soffermano sulla descrizione minuta degli arbusti, dei fiori e delle foglie; le eriche nel loro racconto fanno massa, sono una presenza collettiva che si impone alla mente: impossibile pensare a queste loro storie senza collocarle in quegli spazi di natura primigenia e colorarli di pennellate violacee. Lo sguardo del lettore corre di pagina in pagina ad abbracciare le distese sempreverdi di Calluna vulgaris – questo il nome scientifico del genere tipico dell’Inghilterra e dei paesi nordeuropei – dal portamento cespuglioso o prostrato, che si allargano in cuscini compatti. 

Quando Jane Eyre, fuggita da Thornfield dopo il matrimonio andato a vuoto, si ritrova a vagare sperduta «come erica nella landa, / che il vento travolge» – secondo l’opportuna citazione da Thomas Moore che scatta nella memoria al primo avventuroso incontro con Mr Rochester – non fatichiamo a immaginarla stesa su quel giaciglio vegetale:

Accanto al dirupo, l’erica era molto folta. Quando mi sdraiai, i miei piedi vi affondarono completamente; tutt’intorno, poi, cresceva così alta da lasciare soltanto uno stretto varco per l’aria notturna. Piegai in due lo scialle e me lo stesi sopra a mo’ di coperta; una bassa sporgenza muscosa mi fece da guanciale. Così sistemata, non sentii freddo, almeno all’inizio della notte. (cap. XXVIII)

Si potrebbe persino pensare per analogia che l’erica è una pianta piròfita, sopravvive agli incendi, come sopravvive alle fiamme di Thornfield l’amore tra Jane e Mr Rochester. 

Comunque sia, nostro è il compito di una rapida descrizione, non prima di aver accennato al motivo della distinzione tra i generi calluna ed erica. Entrambi appartengono alla famiglia delle Ericaceae, ma la calluna fu così denominata dal botanico Richard A. Salisbury che si oppose alla classificazione linneiana. Il nome lo derivò dal verbo greco kallynein, che significa «scopare», ben scelto per l’attitudine delle frasche a diventar ramazza.

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In vero, attitudine non esclusiva della calluna, dacché anche le eriche si son prestate al medesimo servizio. Ma dall’erica o calluna che dir si voglia, o meglio dalla radica d’erica, si fanno pipe pregiate, e raro è il miele che le api traggono dai suoi fiori, per non parlare della birra d’erica cui ha dedicato un poemetto Robert Louis Stevenson, The Heather Ale. Vi canta di una antica leggenda scozzese legata al popolo dei Pitti depositari della segreta ricetta di una bevanda «più dolce del miele, più forte del vino» («From the bonny bells of heather / they brewed a drink long-syne, / was sweeter far then honey, / was stronger far than wine»).

Meritano di essere osservate con una lente d’ingrandimento le foglie della calluna; somigliano a piccole squame embricate una sull’altra a costruire segmenti triangolari; i fiori campanulati, ascellari e distribuiti all’apice dei rami a mo’ di spiga, sono composti da quattro sepali più lunghi degli altrettanti petali della corolla, tutti di un rosa lucido e connotati da uno stilo assai prominente. 

L’erica invece porta brevi e strette foglioline aghiformi, dall’apice acuto, e fiori, a seconda della varietà, campanulati, come quelli d’un bianco puro della magnifica Erica arborea che può raggiungere l’altezza di qualche metro, o urceolati (cioè a forma di piccolo orcio), come quelli rosso-rosati dell’Erica carnea o dell’Erica multiflora (o mediterranea). Belle, in ogni caso, le antere appariscenti e lo stilo sempre pronunciato.

Il pregio delle eriche in giardino consiste, potendo giocare con le numerosissime varietà, in fioriture prolungate e tali da poter riguardare tutti i mesi dell’anno. Perciò, nel periodo invernale svolgono un ruolo notevole e, infatti, in queste settimane invadono a frotte le serre e i negozi dei fiorai, dove possiamo reperire anche l’Erica verticillata, sudafricana d’origine, dalle lunghe corolle cilindriche bianco-rosate e dal leggero, tenero verde fogliame. 

Impariamo, dunque, a vederne i vantaggi e a sfruttarne le qualità, sono rustiche e di poche pretese, eccetto che per il terreno torboso dove alloggiarle, e vogliono scarsa o nessuna concimazione.

Chiudo con un’altra Emily, la poetessa di Amherst, Emily Dickinson, che ci parla di brughiere e di mari mai visti, un accoppiamento quanto mai giudizioso: quando le eriche sono in fiore, le Highlands scozzesi e le distese dello Yorkshire sono un mare di onde viola. Ma ci fa intravedere anche verticali, spirituali altezze:

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Non vidi mai brughiere
e mai non vidi il mare:
pure so com’è l’erica,
so quale aspetto ha l’onda.

Non parlai mai con Dio
e non visitai il Cielo,
pure conosco il luogo
quasi ne avessi il biglietto.

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TAGGED: piante , botanica
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