Gian Piero Brunetta e il cinema nel tempo
Di solito, uno studioso da giovane inventa, da vecchio inventaria e ricicla. Ma con Gian Piero Brunetta, la raccolta si fa messinscena di materiali passati. I vari articoli dialogano, fanno squadra tra loro e sotto i nostri occhi mutano aspetto, ritrovando un’altra ragione di esistere anni dopo la prima epifania. Da oltre mezzo secolo, questo studioso apre strade nella storia del cinema e dintorni. Adesso manda in libreria un’ultima creatura, Veneto capitale del cinema e della visione. Dal cannocchiale di Galileo al cinema di Mazzacurati (Ronzani 2026), una ricerca sistematica, negli archivi parrocchiali oltre che in quelli di Stato, sul pre-cinema, sul mutarsi tecnico del medium e nel suo aggancio con la regione del Veneto. Brunetta, nato al Lido veneziano, si è trasferito giovane per lavoro a Padova. Realizza pertanto in sé una fusione geoculturale tra la Serenissima delle sue origine e la città del Santo, città dell’insegnamento universitario e della maturazione di uomo. Beato chi fa del suo vizio un mestiere, diceva Flaubert. Brunetta in questo personale romanzo di formazione rievoca la propria nascita di spettatore bambino, le madeleines, i colpi di fulmine nella ricezione via via assunta a materia di indagine scientifica. Ricostruisce così la carriera coeva all’Istituto padovano dello Spettacolo, l’ascesa alla cattedra, tra colleghi qui mostrati con la generosità che lo caratterizza. Divulgatore e insieme innovatore, non fa che coniare febbrilmente nuove formule e prospettive spesso spiazzanti. Dalla succosa Introduzione a questo volume, prelevo alcuni lemmi significativi che illustrano la sua abilità a seminare nuovi punti di vista, là dove parla “di sogni collettivi, di fabbricatori di sogni, di segni dei passi, di portatori di un nuovo verbo visivo, di nascita d’una lingua comune europea delle immagini, di viaggiatori nelle immagini”, nella messa a fuoco “dell’uomo cinematografico e di quello televisivo poi”. Nuovi saperi e nuove professioni. Ora, se il mondo è un laboratorio, il Veneto rappresenta la sua fucina più solerte e attiva, tra Padova con Università e Teatri di Scienza sperimentale, Bassano centro di produzione e diffusione di stampe popolari, e l’antica Serenissima, strappata al suo “spiro locale”, termine desunto da Roberto Longhi, alle omelie lamentose sulla decadenza e sulla morte. Persa la leadership con il suo Impero, questa città ridiventa al contrario “stella polare dell’iconosfera”, tramite il suo riverbero nell’immaginario cinematografico nazionale. Tutto ciò in sintonia con uno dei compagni di strada, Mario Isnenghi, alla lettera trattandosi di sentieri di montagna attorno ad Asiago, luogo di villeggiatura e di fermentanti incontri, da Rigoni Stern a Ermanno Olmi. Ma la Regione non si limita a questi centri, in quanto non mancano analisi sulle altre province, da Rovigo e Treviso a Belluno.
Il libro si organizza attorno a quattro fuochi, il primo agli antichi spettacoli ottici, nel tempo di Galileo, il secondo alle rappresentazioni sullo schermo del Veneto, il terzo ai luoghi della memoria del cinema, il quarto agli scrittori che hanno mediato tra cinema e le altre arti con le loro Opere Mondo (ci sono pure le opere limbiche sui progetti abortiti), valorizzando gli elementi identitari del territorio. Il rimando va ai precursori, in particolare al talentuoso Francesco Pasinetti, autore della prima tesi sul cinema, nonché regista, documentarista e raffinato critico.
L’avvio simbolico del volume sta nel gesto con cui nel 1609 Galileo sul Campanile di San Marco davanti al Doge e alla corte veneziana drizza verso il cielo il suo cannocchiale a mostrare le montagne sulla luna. Il Doge è interessato all’uso militare che può ricavare dalla scoperta. Ma intanto si riducono le distanze dagli astri “più appresso al cielo”, come dirà Algarotti nel 1737, grazie alle preziose lenti, uscite dalle fabbriche delle Fiandre. Ed è la lenticchia di cristallo di cui parlava nel 1598 Giovan Battista Della Porta, cultore sapiente di magia naturale, a moltiplicare i poteri della visione collettiva. Un atto altrettanto turning point per la vita reale della gente di quanto non sia stata la stampa gutenberghiana un secolo prima. Gli occhi dell’uomo diventano allora più potenti, e si avvia il processo che porta dall’homo faber all’ homo spectans.
Sin dalla lanterna magica, compagna e rivale del cannocchiale, poi micro e telescopio, e dal contorno di apparecchi, semplici e astrusi, che ne costituiscono catene genealogiche e derive, camere oscure, zogroscopi, pantoscopi, microscopi solari, telescopi gregoriani, diorami, puntoscopi per giungere alla fine all’invenzione della macchina fotografica e poi ai Fratelli Lumière, si oscilla tra l’istanza scientifica e quella soteriologica, al limite necromanzie e commerci con forze demoniache. Tra le due strategie, nella contiguità tra alchimia e magia bianca, la connessione risiede nel trasbordo spettacolare, per eventi di illusionismo ottico. E nel frattempo spuntano e si consolidano repertori astronomici per gli ambulanti di piazza, per i vagabondi erratici per le vie del Grand Tour, tra le baracche di legno del Mondo nuovo, i casotti che espongono diversità, bestie e giochi di prestigio, rifiutati con iattanza dai Rusteghi goldoniani, “animali in via di estinzione”. Vent’anni dopo, eccoli in cambio raffigurati nelle tavole di Gabriel Bella e di Pietro Longhi, negli affreschi luminosi del Tiepolo, nelle serate teatrali che offrono le lastre fotografiche dello spettro solare, le montagne della luna e dei pianeti, la via lattea, le comete. E nondimeno nella Piazza Universale di tutte le professioni del mondo di Tomaso Garzoni del 1585, nella concorrenza con i saltimbanchi carnevaleschi portati in primo piano da Jean Starobinski, tra i vari “ceretani e ciurmadori”, i lanternisti nelle loro complesse metamorfosi professionali alla fine vincono accampandosi a poco a poco nelle birrerie padovane con comodo di doccia (!) e nei caffè e nelle ostarie, nell’osmosi tra alcol e ricezione, finché il cinema si impossessa militarmente del secolo breve. Due guerre mondiali e il fascismo in mezzo ne interrompono e allo stesso tempo ne rilanciano l’avanzata non resistibile. Basti pensare all’Istituzione della Biennale nel 1932, anche negli anni terribili di Salò, nel martellamento dei cinegiornali Luce. Clima controverso sul piano politico, nell’episodio grottesco e inquietante del Processo s’agapò, intentato a Renzo Renzi e a Guido Aristarco per il soggetto sulla nostra occupazione criminosa della Grecia, ospitato in un articolo del 1953. Alla Biennale veneziana, il libro riserva pagine appassionate, maturate nella crescita da fruitore a studioso, specie nei confronti di pellicole condannate, senza interventi salvifici, al deperimento cui Brunetta si accosta con angoscia. Attorno al cannocchiale e alle sue varianti, in particolare la cassela col foro, dove si accosta l’occhio affamato, che “procura le ali”, si rafforza l’ibridazione tra cultura alta e cultura popolare, anticipando magari l’esplosione della filmografia fantascientifica del primo Novecento. Padova e Venezia sono centri per lo sviluppo di strumenti ottici a fini scientifici, e qui magari ci si sarebbe aspettato almeno un accenno al Micel di Giacinto Gallina, La famegia del Santolo del 1892, proprio un ottico che non ha visto (solo lui!) in passato l’adulterio della moglie. Piccolo il buco nella cassetta di legno dipinta, ma sufficiente a introdurre alle meraviglie per mezzo di lastre e vedute dall’interno. Tutti possono accedervi, in una sorta di esperanto visivo basato sulle immagini, “lingua adamica” teorizzata da Leibniz, tesa a unificare e condizionare i sogni di chi le guarda. Da questo foro parte l’industria futura delle immagini.
Tra gli omaggi del libro, l’epopea dei Remondini di Bassano, la grande azienda settecentesca, tipografia con un migliaio di occupati, che grazie a pastori e montanari trasformati in ambulanti coraggiosi e resistenti, vende dappertutto stampe e libri illustrati. Sono costoro i tesini cui Brunetta innalza un ebbro encomio in quanto univano “la costanza delle formiche con la creatività delle api”. Questo, il Grand Tour ai confini dell’Est e del Nord Europa e poi oltre Oceano, in cui i mercanti capillari di fogli con figure si improvvisavano in lingue straniere, attesi dovunque, quasi una epidemia non luttuosa. Oltre 8000 soggetti solo per i Remondini, in cui si mescolavano vedutismi pittorici e paesi di cuccagna, inferni con freaks fascinosi e santi da breviario e da agiografie, stazioni di Via Crucis, pastorellerie e intermezzi buffoneschi. Una varietà di rubriche stereotipe ma spesso di grande sapienza artigianale nella manifattura delle lastre. Magia all’insegna del sorprendente e del bizzarro e insieme didattica enciclopedica. Ovviamente si sono persi nelle strade polverose, nei porta a porta e nei crocicchi di piazza i testi orali dei venditori-illustratori. Ma qui si leva il canto commosso di e su Mario Rigoni Stern, “mitografo omerico” che gli detta il capitolo più tenero, ripercorrendo le disumane fatiche nella Storia di Tönle del 1978. E si parte sempre dall’amato altopiano di Asiago, luogo dell’anima e struggente epicedio, quasi un Kaddish ebraico, come nella lettera all’amico Donato Sartori, che riempiva di reti colorate la Piazza di San Marco, e reinventava le maschere del padre Amleto nel costituendo Museo di Abano, all’insegna del familismo rispettoso, nella trasmissione di saperi e di comportamenti etici.
Volume anche di congedi sottaciuti e nostalgie. Nel capitolo suggestivo sulla fotografia agli albori in Laguna, si profila la lista chiassosa e pittoresca di mestieri scomparsi, ovvero “le bigolanti, le merlettaie, le cucitrici, le lavandaie, le impiraresse”. Volume altresì di saluti riconoscenti a maestri e amici scomparsi, da Gianfranco Folena a Sergio Bettini. Così va letto l’inno galante alla Grande Signora della lanterna magica, la fascinosa Laura Zotti Minici, ricca di aura, e madre di Carlo Alberto, suo allievo collaboratore in mille iniziative scientifiche. Così ancora le intense pagine dedicate al cineasta padovano Carlo Mazzacurati, assunto persino nel titolo del volume tanta l’affinità elettiva dello studioso e dello storico nei suoi riguardi, astuto nell’ inquadrare paesaggi e psicologie del disagio e dello spaesamento, e morto prematuramente.

Avvolgente in generale l’approccio di Brunetta che immette intuizioni fulminanti nell’analisi a tutto tondo dei suoi oggetti. Ad esempio, il passaggio dell’illuminazione dal gas alla luce elettrica che libera la notte, recupera i luoghi periferici, ridimensiona il valore e il potere attrattivo della Piazza, e dilata gli spazi del divertimento e della socializzazione. Analogamente, il recupero quasi ansioso di materiali obsoleti, avviati altrimenti all’oblio, come i manifesti cinematografici di Renato Casaro e la sterminata collezione di Nando Salce. O le sinergie individuate, fatte di attrazione e di fuga, tra lo schermo e scrittori come Goffredo Parise o poeti come Zanzotto. O le propensioni sperimentali che lo spingono verso i lungometraggi di Franco Piavoli dove musica e suoni con i loro ralenti prevalgono sulla priorità narrativa del montaggio.
Non solo la Chiesa ma anche gli illuministi temono il buio in sala (titolo di uno dei più intriganti titoli della bibliografia di Brunetta), occasione di iniziazioni sessuali. Serate nere si chiamavano del resto le proiezioni per uomini soli, e Palazzo Rosso, nei dintorni della stazione patavina, era uno dei locali più accattivanti dell’epoca. Ne hanno paura al punto da pretendere spettacoli alla luce del sole, si pensi a Rousseau e alla sua demonizzazione del circuito teatrale visto quale lupanare. Ma sul buio desidera far luce invece lo studioso che introduce, con il piglio autorevole del sociologo e dello storico annalista alla Braudel e Bloch, i lemmi di Icononauti e di Internauti, doppiati da iconofagi, iconolatri, iconodipendenti. Perché, di fatto, siamo divenuti una civiltà visionica. Il cellulare in mano a tutti, come la pistola del cow boy, che risucchia le antiche piazze invase da ambulanti e da folle popolari, che inghiotte sale in cui si aggregavano fasce anagrafiche e sociali diverse, e rende inutili gli schermi televisivi dove si rinchiudevano le famiglie solitarie, pare destinato presto a venire inglobato dai nostri neuroni, nell’osmosi tra IA e cervello umano. Che ne sarà non solo dell’homo cinematographicus ma dell’uomo stesso? Passiamo il più del tempo a consumare immagini. Ma se Cecità, il romanzo di Saramago del 1995, si applicasse al reale, sprovvisti del senso della vista toglieremmo a questi strumenti la centralità che li ha resi nostri padroni.