Dress code 29. Donna con la gonna

26 Settembre 2026

Nel 1992 Roberto Vecchioni canta Voglio una donna. Non una donna qualunque, ma una donna con la gonna, senza cervello e carriera, senza ideologie e cultura. La gonna qui è il tratto che caratterizza un genere, una modellizzazione caratteriale incentrata sulla modestia e la rassicurante assenza di aspirazioni. Il tono era provocatorio, forse parodico: la donna deve essere fedele alle sue rappresentazioni dominanti, non cercare l'affermazione diventando simile all'uomo. Per quanto buone possano essere state le intenzioni di Vecchioni, si ripropone l’annoso problema dei limiti dell’espressione artistica, della licenza poetica e della provocazione: il senso di un testo può sfuggire alle intenzioni di chi lo produce e contribuire a formare modelli tossici di interpretazione del femminile. Il cortocircuito sta nel ritrovare, nel discorso istituzionale sul genere, la stessa rappresentazione del femminile che nella canzone poteva suonare come una provocazione. 

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Una delle definizioni di genere riguarda la somma degli abiti che lo caratterizzano: abiti intesi nel senso dato da Peirce, cioè disposizioni a interpretare e ad agire che si formano attraverso comportamenti, percezioni ed esperienze e che, a seconda dello Zeitgeist, orientano atteggiamenti e modi di essere. L’associazione fra gonna e carattere femminile si stabilizza come abito interpretativo; l’indumento ne diventa il supporto visibile. Un modo di rappresentazione che nel 2026 sembra essere ancora in voga. Il 18 settembre, in occasione della manifestazione Itaca, il ministro degli esteri Tajani prefigura due tipi di donne da sposare: l'una affascinante, appariscente, con diversi fidanzati e potenzialmente infedele; l'altra meno vistosa, seria, disponibile, futura “buona madre di famiglia”. La differenza sta nella lunghezza della gonna, nel grado di copertura del corpo, e la scelta migliore coincide con chi indossa le gonne un po' più lunghe. La seduttrice inaffidabile in minigonna e la custode della casa che mostra, con modestia, solo la caviglia ricoprono due ruoli tematici rilevanti sul versante ideologico, pacchetti di azioni e qualità prevedibili che il discorso applica a un corpo prima ancora che possa parlare. Il linguaggio vestimentario propone un assunto che ricava da un tratto osservabile – la lunghezza – proprietà invisibili, la fedeltà e la dedizione. Il valore dell'opposizione tra lungo e corto si ricava per differenza, di genere e attitudine alla vita. È il discorso di Tajani a caricare la differenza tra lungo e corto di un valore morale. 

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Nel Sistema della moda, Barthes chiama dispatching l'operazione con cui la moda assegna a un oggetto un ruolo entro una cornice di senso. Tajani compie un'operazione simile a partire dall'aspetto, assegnando i ruoli di moglie affidabile e donna infedele, arrivando addirittura al playboy muscoloso contrapposto al fidanzato modello in giacca e cravatta. Eco aveva già mostrato in L'abito parla il monaco del 1972 che la minigonna non dice sempre la stessa cosa: cambiano i significati se la si osserva a Catania, Milano, Parigi o in un locale di Amburgo. Qui , a proposito di Mary Quant, avevo ripreso proprio quell'esempio per mostrare quanto sia mobile, e spesso punitiva, la lettura di un indumento come la minigonna, nato per liberare il corpo e i movimenti. Il contesto non cancella le differenze, le produce. Per questo invocare il «discorso più articolato» non assolve la metafora di Tajani: anche dentro l'intero discorso il lavoro della gonna resta quello di rendere apparentemente naturale una gerarchia morale. 

Nelle scuse – giunte puntualmente come da manuale di comunicazione di crisi – arriva un secondo esperimento semiotico, involontario ma istruttivo. «Mi scuso se delle persone si sono sentite offese»: perché persone? Un inclusivo cercato apposta? Non possiamo saperlo. Possiamo però leggere quel se: l'offesa si sposta dall'enunciato alle suscettibilità colpite, perché la malizia è negli occhi di chi guarda e nelle orecchie di chi ascolta. A dimostrazione della difesa dei diritti delle donne, Tajani ricorda poi di avere nominato «ambasciatore in Iran e ambasciatore in Afghanistan, due donne». Già ambasciatore, al maschile, in piena osservanza della direzione tracciata da “il Presidente”. Paola Amadei in Iran e Sabrina Ugolini per l'Afghanistan sui siti istituzionali delle rispettive ambasciate sono presentate come ambasciatrici. Certo, sono solo parole, parole uscite male, direbbe il Presidente. Parole che descrivono il potere di imporre una griglia di lettura delle manifestazioni di genere. E altre parole rincarano la dose patriarcale di qualunquismo, questa volta grazie al vate dell'analfabetismo funzionale, Vannacci, che risolve la questione con una terza e strampalata opzione: l'assenza di gonna, la nudità. 

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La sua pretesa di leggerezza sostituisce alla classificazione morale la disponibilità erotica, lasciando intatta l'idea che il corpo femminile serva a comunicare un desiderio maschile. Non è la prima volta che adopera un capo per spostare una persona dentro una casella. A Sanremo 2024, quando Marco Mengoni calcava il palco in gonna, Vannacci lo derideva facendo presente che in Occidente gli uomini indossano i pantaloni. D'altro canto lo fanno anche le donne, ma forse per loro è contemplata solo l'ostentazione del corpo. E l'abito, mondano e di moda, si pone come forma di attribuzione di vergogna, un processo di fashion shaming che mira al consolidamento del consenso in vista delle elezioni. La lunghezza fa significare gli abiti, risponde al mondo e alle sue crisi, costituisce una scelta di campo e uno stile. E l'universo o il caso sembrano rispondere a questa folle diatriba con la sfilata PE ‘27 di Prada che ha aperto la settimana della moda milanese con sessantatré uscite con la gonna come unico parametro fisso, presentata in vari materiali, volumi, chiusure, strati e accostamenti. Le minigonne si contano sulle dita d'una mano, ma qui l'orlo significa milanesità e pradaness, non capacità di gestione del focolare domestico. A creare senso è, ancora una volta, la differenza: Prada preferisce la gonna all'abito perché consente i contrasti di stile, ciò che rende la moda interessante. La diversità dinamizza la sfera d'azione della moda e di qualunque prodotto della cultura, ma i problemi sorgono quando le rappresentazioni si fanno stantie perché reiterate di proposito a fini di semplificazione. 

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Penso alla meravigliosa epitome dell’italianità creata a tavolino dal governo, la Venere di Botticelli in minigonna di jeans del 2023, ragazza immagine del Made in Italy facile da consumare. Non serviva che la nostra nazione risultasse affidabile, ma vendibile e immediatamente riconoscibile. Le narrazioni complesse sono onerose e non pagano. Lo ha recentemente dimostrato Vogue World: Milano, sfilata – nel senso di mero avanzare in ordine prestabilito – di abiti d'archivio, performer e capi commissionati per raccontare in cinque atti la storia e il futuro dell'Italia, con l'artigianalità come parola d'ordine. Una produzione ricca di lavoro e di capi notevoli può tuttavia offrire una narrazione dagli effetti di senso facili e preconfezionati. La curatrice Judith Clark si è ispirata ai mosaici della Galleria Vittorio Emanuele II: Firenze, Torino, Roma, Milano. Firenze regge il Rinascimento e il fare artigiano, Torino la fabbrica, Roma il cinema e la Dolce Vita, Milano la moda e i tessuti intelligenti; l'ultimo atto è un futuro senza città. Nella mappa narrativa del Made in Italy, Sud e isole non ricevono un capitolo, eccetto la stampa Vivara di Pucci, rimando diretto all'isola nel golfo di Napoli; e un completo di Dolce&Gabbana a evocare la Sicilia. 

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Un'asimmetria che esclude e non rende possibile un dialogo e la circolazione di rappresentazioni in evoluzione. Vogue World e il caso Tajani hanno un punto in comune, cioè l’essere stati meno efficaci dei meme che ne sono derivati, a conferma che cambiare la polarizzazione del soggetto ne mette a nudo l'arbitrarietà. Tajani in gonna corta, le guerriere Sailor in gonna a pieghe lunga, la tier list di persone da sposare a seconda del look e dell’aspetto fisico, le espressioni facciali di Miuccia Prada e Alessandro Michele davanti ai robot danzanti del finale di Vogue World in cui il web vi ha letto il disgusto per la cheapness dello spettacolo. E così le figure che incarnano il sistema moda vengono trasformate dal pubblico nel suo controcampo critico, materializzando lo scarto percepito tra segno e senso veicolato. Le rappresentazioni risicate e cristallizzate dell'Italia e della “bellezza italiana” vanno di pari passo con la proporzione che fa dipendere il valore di una donna dalla lunghezza della gonna. Quattro città chiamate “Italia”, una Venere con pizza e smartphone che significa italianità, pochi centimetri di stoffa a cui si correla l’affidabilità: cambia l'oggetto, resta la scorciatoia. Si selezionano tratti facili da riconoscere, li si fissa in ruoli e si chiede consenso. Possiamo esportare abiti, immagini e marchi, ma se continuiamo a raccontare il paese come una cartolina e le donne come caricature di genere o, peggio ancora, pezzi di carne muti e non senzienti, non avremo il soft power che invochiamo e ci limiteremo a far circolare stereotipi già noti. Il potere di attrazione di una cultura dipende anche dalla sua capacità di immaginare altri ruoli, altri corpi, altre Italie. 

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