Bachmann e Frisch: lettere d’amore

3 Agosto 2026

«Via de Notaris, 2 luglio 1963. […] Roma con 34 gradi. Sentimenti? Tristezza, rimorso, amarezza, vergogna. Ho pianto. Ti ho amata molto all’inizio e quando abbiamo preso questa casa. E in un certo senso serberò sempre affetto per te, nel senso di una ferita insanabile. Non siamo stati bravi. […] Lascio questa casa   adesso con la consapevolezza di una grande sconfitta». Max Frisch a Ingeborg Bachmann, lettera 248 delle quasi 300 lettere, biglietti, telegrammi, copie carbone conservate, varie trascrizioni, alcune non spedite. Molte distrutte, smarrite.

Ecco il volume che le racchiude tutte: Ingeborg Bachmann e Max Frisch, “Non siamo stati bravi” Lettere 1958-1972 (Feltrinelli, pp.942, € 60). I testi sono stati tradotti magnificamente da Cristina Vezzaro, con due postfazioni importanti di Thomas Strässle e Barbara Wiedemann per Frisch e di Hans Höller e Renate Langer per Ingeborg Bachmann, cui si deve un immenso “commento puntuale”, corredato di una accurata tavola cronologica e ampia bibliografia.

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Le lettere, che abbiamo, sono struggenti reliquie di un grande amore, cinque anni di un amore impossibile tra due protagonisti della letteratura di lingua tedesca. Il 3 luglio del 1958 era avvenuto il primo incontro a Parigi, dove lui si era recato per assistere alla rappresentazione di un suo dramma: Omobono e gli incendiari, ma la mancò per parlare con lei. Fu subito innamoramento, attrazione, passione. Lei trentenne (era nata giusto cento anni fa, nel 1926 a Klagenfurt, in Austria), lui zurighese nato nel 1911. Due meridionali, non tedeschi che scrissero testi col più bel tedesco del Secondo Novecento e le lettere ne sono la conferma, un monumento di intensa bellezza, sulla scia – duecento anni dopo – delle epistole d’amore del giovane Werther. La loro città fu a lungo Roma. Ricordo (studente di germanistica) quando entravano alla Libreria Herder a Piazza Montecitorio, lui con la sua immancabile pipa, lei soffice, quasi invisibile tra i libri. Ma ai soggiorni romani seguirono le lontananze e poi la separazione – dolorosa, come tutte, sempre. Lei scrive: «Mi si è spezzato il cuore», ecco la cifra di un dialogo straziante, tra le prove più mature, cui può raggiungere la scrittura d’amore, ché si tratta d’amore, vero, tormentato, infelice, che certifica l’intuizione di Tolstoj sulla singolarità dell’infelicità della coppia, della Paarschaft, come affermò Frisch con un termine assai desueto e incantevole. In ogni inizio si può leggere tutta la storia. Ingeborg aveva incontrato il giorno prima, ancora una volta a Parigi, Paul Celan, l’amore infelice e straziante, che li segnò tragicamente. Si pensi: Celan si lasciò annegare nell’acqua della Senna il 20 aprile 1970, lei, Ingeborg, morì nel fuoco, a Roma in un rogo notturno provocato da una sigaretta, a letto, forse lei aveva ingerito una dose significativa di sonniferi. La sua fu una vita alla ricerca dell’amore, di un amore almeno. Dapprima, quello da studentessa con Hans Weigel (1908-1991), il gran maestro della letteratura austriaca rifondata dopo il Terzo Reich. Nella sua cerchia Ingeborg trovò i primi riconoscimenti intellettuali (si laureò con una tesi ‘contro’ Heidegger, diceva), con le prime poesie, e tra i giovani talenti intorno al maestro, incontrò lui, Paul Celan, giovane, esule ebreo dalla Romania, con la tragedia della famiglia sterminata dai nazisti e con l’assurdo eppure vivo senso di colpa del sopravvissuto. Il loro, un bruciante amore, breve, che la Bachmann conservò per tutta la vita, come conferma Malina, con l’evocazione struggente del loro primo incontro, a primavera:

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New York.

«Stai calma, pensa al parco, pensa alla foglia, pensa al giardino a Vienna, al nostro albero, la paulonia in fiore… Qui nei prati del Danubio ci siamo incontrati per la prima volta, io dico: Ora va bene… Nel fiume, nel fiume profondo… Lui mi fa vedere una foglia secca e allora so che ha detto il vero. La mia vita finisce, perché, lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita. L’ho amato più della mia vita».

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Roma.

Ma lei anche Frisch aveva amato, aveva sperato di aver trovato l’uomo della sua vita: il grande scrittore, che l’aveva ammirata e che l’aveva voluta conoscere. A lungo – no, non a lungo ma intensamente – la convivenza fu una stupenda collaborazione dove è lei la “serva”, lui, il signore, «der Herr». Rapporto giocoso, oggi difficilmente immaginabile. E la convivenza fu anche vera nel lavoro. Dovette essere un periodo meraviglioso quando lei lo sosteneva nella scrittura del dramma Andorra e poi soprattutto nella stesura dell’importante romanzo, che segnò la svolta nell’esperienza letteraria di Frisch, con Il mio nome sia Gantenbein (1964), che travolge l’impianto tutto sommato neorealistico dei primi romanzi, per altro stupendi, Stiller (1954), Homo Faber (1957). Nel nuovo romanzo Frisch approfondisce la nuova intuizione di narrare, con una scrittura sempre sul filo dell’esperimento, segnata da quel relativismo esistenziale, da quel senso del paradosso che fa esplodere la sicurezza dello scienziato. Frisch era pur sempre un architetto, anche attivo per qualche anno, professione che aveva abbandonato coi primi successi letterari. E il loro incontro nasce dalla letteratura. È lui che la legge e che la trova straordinaria. Nelle consuete interviste su quali libri regalare a Natale, lui nel 1957 (prima di conoscerla) consiglia opere di lei. E di lei parla in una conversazione radiofonica. Da cosa nasce cosa e ci s’incontra in un caffè a Parigi, dopo essersi mancati a Zurigo. La stesura di Gantenbein ha una storia dolorosa: lei è la consigliera di Max, legge ogni pagina, interviene. Poi lui scompare, è con un’altra donna, un rapporto serio che non rientrava nel ‘contratto di Venezia’, a dir poco stravagante, in cui stabilirono di essere sessualmente una coppia aperta, ma non sentimentalmente. Ma così non funziona. Lei ha una storia importante con Hans Magnus Enzensberger e un’altra, breve, con Paolo Chiarini, che si scusa con Max Frisch. Il rapporto scricchiola, anzi crolla: Max se ne parte con la nuova amica per New York, dove abitano nell’appartamento di Marlene Dietrich. Ingeborg è distrutta; è ricoverata in clinica, eppure tenta l’impossibile pur di continuare a collaborare con Max al romanzo. Per non perderlo accetta il fatto compiuto. Impossibile. Cominciano strazianti addii, reiterati, che li distruggono entrambi. Si comincia con la ‘Guerra dei Roses’. Oggetti da dividere: tazze, scrivania, armadio della nonna, fatture, conti in sospeso da pagare, telefono da disdire, organizzare i traslochi. E poi le lettere da restituire, che lei pretende, ma lui non vuole assolutamente: «Voglio riavere indietro tutte le mie lettere, scrivi. A questa tua richiesta non darò seguito. Le tue lettere appartengono a me, così come le mie appartengono a te. Se decidi di torturarti credendomi capace di usare in modo vile e improprio le tue lettere, non posso aiutarti.  […] Così non si può andare avanti, no. E nemmeno io sono invulnerabile». Vi è un paradosso: il periodo dell’amore è quello della convivenza, quando non ci si scrive. Le lettere cominciano quando si è lontani per impegni di lavoro, conferenze, presentazioni, ma soprattutto poi alla separazione, quando affiora una dimensione tragica, la “ferita insanabile” che rovina anche la memoria fino al silenzio, al disastro della vita, almeno per Ingeborg. Frisch viene perfino accusato – e non a torto – di aver provocato il crollo psicofisico dell’amica con la sua nuova relazione. Bachmann era già labile, cominciava la tremenda dipendenza dai farmaci, farmaci sempre più forti, che furono una delle cause della morte. Lo scrittore non usò le lettere, ma si rifece abbondantemente alla loro storia sia in Gantenbein – nel personaggio di Lila – e soprattutto in Montauk del 1975, poco più di un anno dopo la morte di lei.

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Parigi.

L’addio è tragico nella concretezza dei traslochi: Frisch si serve della Ditta Bollinger di Piazza di Spagna, lei – nell’ultima lettera della coppia il 10 dicembre 1965 – acclude la distinta di carico della Ditta Edmund Franzkowiak di Zurigo. Dopo un lungo periodo di silenzio, vi è una ripresa su iniziativa di Frisch il 19 marzo 1972 che invita Ingeborg a partecipare con delle poesie a un numero speciale della rivista americana «Partisan Review». Lei invia ne cinque, tutte significative, tra cui la più esplicita è Una sorta di perdita, che si conclude:

«Il campanello alla porta era l’allarme per la mia gioia.

Non è te che ho perso,
ma il mondo».

La rivista non uscì mai.

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