L'“aut aut” di Roth a Zweig

26 Marzo 2026

Klaus Mann, lasciò la Germania, anzi il Terzo Reich subito, all’ascesa di Hitler al potere a fine gennaio 1933, e si dette immediatamente da fare negli ambienti dell’emigrazione antinazista, mettendosi in contatto con il suo «amico fraterno» Fritz H. Landshoff, berlinese, ebreo tedesco-olandese, anche lui in esilio ad Amsterdam, un genio dell’editoria che aveva convinto Emanuel Querido, ebreo olandese (che finì con la moglie ammazzato dai nazisti in un lager nel 1943) ad ampliare la sua casa editrice con una ricca sezione tedesca, che divenne una delle case editrici dell’emigrazione e un punto di riferimento della letteratura tedesca del Novecento. Klaus convinse Landshoff a fondare la prima rivista dell’emigrazione tedesca: «Die Sammlung. Literarische Monatsschrift», “La Raccolta. Mensile letterario”, che uscì regolarmente dal settembre del 1933 all’agosto del 1935, 24 fascicoli, per chiudere per problemi finanziari. “Sammlung” significa: collezione, raccolta, raccoglimento. La radice è simile al tedesco “zu-sammen”, all’italiano “in-sieme”. La rivista nasceva sotto i migliori auspici. In copertina s’indicava che era «sotto il patronato di André Gide, Aldous Huxley e Heinrich Mann». Rivista letteraria a cui avevano assicurato la loro collaborazione anche il padre di Klaus, Thomas Mann, e altri importanti scrittori come Alfred Döblin, René Schickele, tutti autori della casa editrice Fischer, diretta dal genero del fondatore Samuel, Gottfried Bermann (entrambi ebrei), ancora a Berlino, ancora tollerato dai nazisti. La casa editrice assunse la doppia denominazione Fischer Bermann. Anche Stefan Zweig, che veniva pubblicato dalla casa editrice Insel, aveva aderito all’iniziativa ‘letteraria’ di Klaus. Ma potevano essere così ingenui? Appena a Berlino si seppe del progetto, partì la categorica richiesta da parte di Goebbels agli autori di dissociarsi dall’impresa, chiaramente antinazista, in un momento in cui il regime aveva ancora bisogno di affermarsi. Gottfried Bermann Fischer (che aveva assunto anche il cognome del suocero) prese ufficialmente le distanze dalla rivista a nome dei ‘suoi’ autori, mentre Stefan Zweig scrisse una lettera ‘privata’ (ma non tanto) al suo editore Anton Kippenberg, fondatore e proprietario della Insel, il quale non si fece scrupolo di pubblicarla, a insaputa di Zweig, sul principale periodico degli editori, il «Buchhändler Börseblatt». Le revoche a collaborare a «Die Sammlung» vennero pubblicate il 14 ottobre. Tali dissociazioni, in nome della ‘pura’ letteratura, suscitarono le reazioni più indignate negli ambienti dell’emigrazione.

Ora l’intera vicenda è rievocata nel prezioso carteggio adelphiano tra Roth e Zweifel (perfettamente tradotto da Ada Vigliani) che permette di ricostruire una delle vicende più scabrose e tragiche della storia dell’emigrazione e dell’intellighenzia tedesca. Già ai primi di novembre vi è un telegramma molto puntuale di Romain Rolland a Klaus Mann, che riassume e illustra, con mordente ironia, l’intero episodio: «Caro Klaus Mann/ ho sentito che – dopo il primo numero – alcuni collaboratori tedeschi hanno preso le distanze dalla sua “Sammlung”, e questo perché la Sua rivista ha pubblicato, oltre a contributi strettamente letterari, anche quelli di contenuto politico. / Questa sorprendente notizia mi ha stupito molto: non riesco a immaginare come Victor Hugo [in esilio] a Guernsay avrebbe potuto tenersi lontano dalla politica; e se lo avesse fatto, non avrei la minima stima per lui […] Cordialmente il Suo Romain Rolland». Klaus chiosava, con sprezzante amarezza: «Inoltriamo al nostro pubblico questa dichiarazione spontanea del grande scrittore francese. Sappiamo di che cosa si tratta: delle precisazioni di alcuni autori tedeschi, relative alla loro collaborazione al riguardo». Se non ci fossero state le ‘precisazioni’ Fischer-Bermann avrebbe probabilmente dovuto anticipare di un paio d’anni il forzato trasferimento all’estero. Avrebbe avuto perdite finanziarie, avrebbe guadagnato in dignità.

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Di Thomas Mann si sa che abbandonò il Terzo Reich già nel febbraio del 1933 dopo l’infausto discorso su Dolore e Grandezza di Richard Wagner nell’aula magna dell’Università di Monaco che tanto irritò i gerarchi del regime per l’ambigua interpretazione dell’opera del musicista, la più grande icona del dubbioso olimpo culturale del nazionalsocialismo. Ma il precipitoso abbandono dalla Germania veniva spiegato “impoliticamente” per una serie d’impegni, di conferenze. Ufficiosamente era la rottura con il Terzo Reich, ma senza un gesto definitivo. Mann doveva recuperare i suoi diari e garantire anche il suo editore berlinese. Quando agli inizi del 1936 la trattativa (segreta) con il recupero dei diari si era conclusa e il suo editore era dovuto emigrare a Vienna, Thomas Mann ufficializzò pubblicamente la rottura divenendo l’esponente principale dell’emigrazione. A Zweig, Roth aveva espresso già a fine agosto 1933 le sue critiche nei confronti di Mann con aspro sarcasmo: «Quel suo starsene sospeso a dieci centimetri da terra non mi è piaciuto. […] Detto fra noi, sarebbe capace di riconciliarsi con Hitler. Non lo fa solo perché al momento gli è impossibile. È una di quelle persone che accettano tutto con la scusa di comprender tutto».

Il percorso di Zweig fu affine ai ‘pentiti’, come si può ricostruire dal carteggio con Roth, che era assai risentito dall’atteggiamento, dell’amico. Zweig, che era in Svizzera a Montreux per una cura di disintossicazione dal tabacco, venne a sapere solo in ritardo della pubblicazione della sua lettera privata all’editore, cui comunicava che non era al corrente del carattere prevalentemente politico del “mensile letterario”. E perciò ritirava la sua adesione! E qui comincia il dialogo epistolario tra Roth e Zweig che ci fa comprendere lo snodo drammatico della dissociazione di Zweig da «Die Sammlung». Il fatto che fosse comunicata in una lettera privata a un editore che comunque aveva già manifestato simpatie per il regime, è indicativo del risentimento, della profonda delusione di Roth nei confronti di Zweig. Roth aveva compreso subito il carattere irreversibile del Terzo Reich che poteva essere vinto solo con la guerra, mentre Zweig tergiversava, reputando – non era il solo – che il regime fosse un fenomeno passeggero. Roth è profetico, perentorio: «La Germania è morta. Per noi è morta. Non possiamo più fare conto su di essa. Non sulla sua bassezza, non sulla sua nobiltà. È stato tutto un sogno. Se ne convinca una buona volta, La prego!». Questo, il 29 novembre 1933. Qualche giorno prima gli aveva scritto: «Non tradisca più l’“emigrazione”! Lasci che siano le canaglie e gli stolti a farlo! La scongiuro ancora una volta: serbi la Sua dignità!». Annunciava a Zweig un definitivo aut aut: «Fra noi due si creerà un baratro, finché in cuor Suo Lei non avrà rotto totalmente, definitivamente con la Germania di oggi. Preferirei che Lei combattesse con tutto il peso del Suo nome. Ma se non se La sente di farlo, resti almeno in silenzio. […] Ripeto: Lei deve chiudere o con il Terzo Reich o con me. Non può intrattenere rapporti con un esponente del Terzo Reich – e in Germania ogni editore lo è – e nel contempo con me. È una cosa che non mi va. Non posso giustificarla, né con Lei né con me stesso». Più chiaro di così! 

Queste lettere della fine del 1933 sono le più intense e tragiche dell’epistolario. La perentorietà di Roth, un uomo per altro alla deriva, senza mezzi, spesso dipendente dal sostegno finanziario di Zweig, mostra il suo carattere indomito, ribelle, anticonformista, sprezzante per ogni codice e interesse, consapevole del carattere “infernale” di Hitler e del suo Reich. Per Roth «Die Sammlung» era il segno della resistenza, che il suo amico aveva tradito. Ma Zweig rimediò con una presa ufficiale di distanza dalla lettera della vergogna, ristabilendo così il rapporto con Roth. In realtà – e il carteggio lo evidenzia – il rapporto si era incrinato. Certo, finalmente Zweig si era deciso e nel 1934 aveva lasciato Salisburgo e intrapreso l’amara via dell’esilio che per lui finì tragicamente con il suicidio in Brasile nel 1942. Joseph era morto nel 1939: non aveva 45 anni. Hitler sembrava vincere. L’avvertimento di Roth era stato di estrema lucidità. Già il 22 maggio del 1933 scriveva all’amico, ancora incerto a proposito di Hitler: «Bisogna rinunciare a qualsiasi speranza, definitivamente, con risolutezza, con forza, come si conviene. Tra noi e lui c’è guerra». Per questo Roth aderì senza riserve alla proposta di Klaus Mann di collaborare a «Die Sammlung». Lui era agli antipodi da Klaus sia ideologicamente con le sue illusioni asburgiche sia stilisticamente, ma non esitò ad accogliere l’appello alla ‘Sammlung’, alla ‘raccolta’, mentre Zweig si barcamenava ancora in vani compromessi. L’episodio, illustrato dal carteggio, illumina la tragedia dell’emigrazione, e non ha perso di attualità. Anzi.

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