Leila Guerriero e la rivoluzionaria ripudiata

2 Giugno 2026

Ci si illude di sapere ormai tutto sulla sopravvivenza nei campi di concentramento. In Di fronte all’estremo, Cvetan Todorov ci ha mostrato le complesse relazioni tra vittime e carnefici; Primo Levi in I sommersi e i salvati ci ha raccontato la corruzione e le “zone grigie” di potere nei sistemi concentrazionari; dentro le pagine di Una giornata di Ivan Denisovič di Aleksandr Solženicyn, abbiamo seguito gli sforzi di un prigioniero per arrivare vivo a sera nel gulag. E, per quanto riguarda la guerra sucia dell’ultima dittatura argentina, Miguel Bonasso in Ricordo della morte ci ha narrato la storia di Jaime Dri, sequestrato, fuggito da un campo clandestino di detenzione e trasformato poi dai suoi compagni in un non-eroe.

Eppure fa sobbalzare la lettura del libro di Leila Guerriero, La chiamata. Storia di una donna argentina (Sur, 2025), che ricostruisce la tumultuosa storia di Silvia Labayru. Donna singolare: un’infanzia privilegiata tra i quartieri alti di Buenos Aires e San Antonio in Texas; un padre pilota dell’Aeronautica, molti parenti tra i vertici militari; l’iscrizione al prestigioso Colegio Nacional della capitale, dove entra in contatto con gruppi studenteschi di sinistra e, col nome di battaglia “Mora”, diventa membro del settore Intelligence dell’organizzazione armata dei Montoneros. Mentre nel marzo 1976 a Buenos Aires ha luogo un colpo di stato e si instaura una dittatura, lei si iscrive a medicina – perché alla rivoluzione servono medici – e partecipa a vari attentati. Ma la militanza è dolorosa: chi, pentito, diserta e cerca di fuggire all’estero viene ucciso; e guai a abortire, perché bisogna far figli per la rivoluzione. Così a diciannove anni, incinta al quinto mese, si ritrova rapita dai militari e trasferita alla ESMA, la Scuola di Meccanica della Marina, dove opera il più importante centro di detenzione clandestino. Le è assegnato il numero 765, viene torturata con la picana – con la conseguenza che dopo il parto non potrà allattare – e costretta a ascoltare le urla dei sequestrati e il continuo ripetersi di un disco di Nat King Cole che canta “Si Adelita se fuera con otro”, a tutto volume. Su e giù per le scale con un cappuccio sul capo, tenendo la spalla della persona che la precede, mentre qualche militare ride: “Ecco che passa il trenino!”… sperando di essere “trasferita” anche lei, quando ogni mercoledì un gruppo di sequestrati viene fatto passare per il cosiddetto “Viale della Felicità” davanti al Casino degli Ufficiali, per imbarcarsi su un aereo: per un mucchio di mesi non capisce che si tratta di trasferimenti fittizi e che la destinazione dei prescelti è l’oceano dove i corpi vengono gettati… Silvia Laybaru non subisce la stessa sorte: è mantenuta in vita, in attesa della conclusione della gravidanza; obbligata a svolgere lavori in schiavitù – perlopiù traduzioni dall’inglese e dal francese – e perfino a interpretare il ruolo della sorella di el Rubio Alfredo Astiz, membro della Marina che cerca di infiltrarsi nell’organizzazione delle Madres de Plaza de Mayo. Su un tavolo partorisce una bambina che, una settimana dopo, le viene tolta. Dopo quasi due anni viene rilasciata e imbarcata su un aereo per Madrid. Inferno finito? No, perché la comunità di esuli argentini in Spagna la ripudia.
   
Tra i parenti dei desaparecidos le domande corrono di bocca in bocca: Cosa ha fatto Silvia Laybaru per salvarsi? Perché non è stata uccisa dopo aver partorito, come è successo a quasi tutte le sequestrate nella sua stessa condizione? Perché sua figlia è stata restituita ai nonni e non data in adozione?... Molti mettono in dubbio anche l’intervento di suo padre: quella risposta a una chiamata telefonica dei repressori, che – come lascia intuire il titolo del libro – fu decisiva per la sua salvezza. Certo, le accuse di collaborazionismo – tante e aspre – sono state rivolte un po’ a tutti coloro che sono usciti vivi dalla ESMA: i loro racconti sono spesso stati tacciati di inattendibilità; nel migliore dei casi si è dichiarato che la mente dei sopravvissuti era stata manipolata dai sequestratori, in una delle tante versioni della “sindrome di Stoccolma”. Ma Silvia Laybaru viene fin da subito bollata come traditrice. 

Nelle pagine di La chiamata colpisce la voce di questa donna, l’enormità delle sue dichiarazioni pronunciate con una misura che rasenta la freddezza. Ma si può facilmente immaginare che la maschera dell’autocontrollo diventi un’abitudine quando per quasi due anni sei costretta a lavorare in un ufficio adiacente alla sala delle torture e devi fingere che le urla dei prigionieri non ti riguardino; perché piangere potrebbe essere una prova che il perverso gene sovversivo è ancora attivo dentro di te. “Chi perdeva l’autocontrollo era morto”, lo testimoniano tutti i sopravvissuti; e del resto Primo Levi ci ha intensamente spiegato come nella vita quotidiana della prigionia, fatta di noia trapunta di orrore, fosse salutare dimenticare i modi della vita precedente: non un oblio definitivo, di cui del resto nessuno è capace, ma una relegazione in quel solaio della memoria dove si accumula il materiale che sul momento non serve… Per i repressori dell’ESMA il percorso di riabilitazione dei sequestrati prevedeva il mostrarsi indifferente alle sofferenze e alla morte dei compagni, il cancellare le proprie abitudini – per le donne, abbandonare i pantaloni per un abbigliamento e un trucco “femminile” – e l’essere disponibili a diventare oggetti sessuali.

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Le critiche feroci a Silvia Laybaru si sono riverberate anche sul libro di Leila Guerriero, accusata perfino di essersi fatta abbindolare dalla simpatia per la sua intervistata. Ma conoscendo da anni questa giornalista – presentai nel 2007 al Salone del libro di Torino il suo Suicidi in capo al mondo. Cronaca di un paese della Patagonia, edito da Marcos y Marcos – so che la “vicinanza” con i protagonisti delle sue inchieste è sempre stata un marchio di fabbrica del suo procedere; una vicinanza che sembra rasentare l’intimità, ma che in realtà è semplicemente l’empatia che ogni scrittore deve usare per entrare nella testa dei suoi personaggi – un po’ come fa Ulisse che ascolta per intero il canto delle Sirene, ma da lontano, legato all’albero della sua nave… In tutti i suoi libri è rimasta fedele a questa modalità: osservare gli ambienti, ascoltare ogni campana, aspettare pazientemente che un personaggio riveli le emozioni e la profondità delle proprie perdite, per poi raccontare il tutto con una sensibilità che non si permette alcun sentimentalismo. Lo ha fatto allora descrivendo la terra desolata di Las Heras nel deserto patagonico – vento e marginalità non solo materiale – per investigare il trantran senza prospettive che ha causato la litania di suicidi di 12 ragazzi; l’ha fatto in La otra guerra (Anagrama 2021), storia della difficile identificazione dei soldati argentini deceduti nella guerra delle Malvinas, sforzandosi di ricostruire una memoria offuscata dall’inazione istituzionale, dall’orgoglio nazionalista e dall’ombra della dittatura. E torna a farlo in La chiamata.

Guerriero ha infatti iniziato a intervistare Silvia Labayru nel 2021, mentre la donna attendeva la sentenza del primo processo per crimini di violenza sessuale commessi contro donne sequestrate durante la dittatura, in cui lei stessa era querelante e parte lesa. Per quasi due anni la giornalista ha parlato con gli amici, gli ex partner e quello attuale, i due figli, i compagni di scuola, di prigionia e di militanza: ogni affermazione ha subito verifiche e confronti. Il risultato è un libro denso: frammenti di storie – affetti e infedeltà, timidezza e sessualità, passione politica e amicizie eterne, nostalgie e traslochi, paure e ironia – si fondono per dare, come in un caleidoscopio, un’immagine completa, un vero ritratto (strano che la parola “ritratto”, che così significativamente sta nel titolo originale, sia stata cancellata nella versione italiana del libro). 

Hanno chiesto a Leila Guerriero per quale ragione ha scelto di raccontare questa storia. “Forse dipende da certe domande di vent’anni fa e che sono rimaste sospese nel vento”, ha risposto, e le controversie che hanno accompagnato l’uscita del libro le danno ragione. Parlare dell’inferno della dittatura argentina purtroppo è ancora difficile: se il desaparecido è messo sul piedistallo come eroe e martire, il sopravvissuto appare come un eroe caduto di cui viene oscurata la condizione di vittima. Perciò giustamente Rubén Chababo, ex direttore del Museo della Memoria di Rosario, si è pronunciato su La chiamata, sostenendo che il libro “è la versione di un passato, singolare, scomoda, fuori sintonia rispetto al modello consacrato, tanto preziosa e degna di attenzione e ascolto quanto qualsiasi altra”.

E nella singolarità di questa storia risalta il coraggio di Silvia Labayru nel mettere in evidenza i crimini sessuali come area specifica di repressione illegale durante la dittatura, chiarendo che non si può mai parlare di consenso nelle relazioni intime (e persino affettive) tra prigionieri e repressori. Il fatto che non ci fosse una pistola puntata alla tempia durante l’atto sessuale non toglie nulla al fatto che si trattasse di stupro, perché la prigioniera era sotto sequestro. Certo lei non è stata la sola sopravvissuta a parlare del piacere perverso che gli ufficiali provavano nel violentare le mogli dei guerriglieri Montoneros, quella loro convinzione della necessità di “insegnare” alle prigioniere “com’è fatto un vero Uomo”. Cinque di loro – Munú Actis Goretta, Cristina Aldini, Liliana Gardella, Miriam Lewin, Elisa Tokar – l’avevano già rivelato nel libro Ese infierno (Ed.Sudamericana, 2001). Ma le pagine in cui la protagonista racconta di essere stata usata come giocattolo sessuale dal repressore Alberto González e da sua moglie, in giochi erotici, fanno venire la pelle d’oca. 
  
Un’ultima osservazione sullo stile. Per raccontare la realtà sfuggente di Silvia Laybaru, Guerriero non si limita alle procedure giornalistiche dell’intervista, ma utilizza modalità narrative della fiction. Impossibile non pensare al precedente di Truman Capote che, muovendosi in un campo carico di sospetti e di laboriose complicità, mette sulla pagina il Kansas dove, “a sangue freddo”, due balordi avevano sterminato un’intera famiglia; e, ricorrendo a tutte le risorse della narrativa, crea un distillato, per quanto possibile, perfetto: l’essenza dell’essenza della realtà.
  
Impressione tanto più rafforzata dall’ultimo libro di Guerriero, La dificultad del fantasma (Anagrama 2024), in cui racconta il suo soggiorno a Palamós in Costa Brava, sulle tracce proprio di Capote, che vi si rifugiò per scrivere, lontano dal rumore newyorkese, parte del suo travolgente In cold blood.

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