Aromi di Aròmia

25 Agosto 2026

Nel suo sogno c’era un prato d’erba appena falciata, con dei covoni, e in fondo al prato un bosco quasi nero con dentro un fagiano. Sopra il bosco un cielo limpido e ventoso di fine agosto, con aria di mare. In mezzo al cielo viola, una stella scintillava in modo arabo.

Un entomologo di mezza età osservò le Aròmie nei terrari interrompendo la lettura de La mia famiglia ed altri animali di Gerald Durrell. I Cerambici erano per lui presenze domestiche e s’illudeva così di rendere replicabile il momento dell’incontro con quella specie selvatica. Come nelle occasioni felici, inconsapevole del trascorrere del tempo, riuscì a vivere un eterno presente. Ma l’idillio avrebbe avuto una fine. Sapeva che, come tutti, anche le Aròmie erano esseri i cui meccanismi vitali sono destinati ad incepparsi. Per quanto si sforzasse di pascerle, di porle al riparo, avevano i giorni contati: dopo essersi accoppiate e dopo aver deposto le uova, sarebbero morte.

Nell’inerzia vacanziera cercò di immortalarle disegnandone ogni giorno cinque o sei. Scoprì nel loro corpo dettagli che non aveva avuto modo di notare. Davanti al fauna box apparecchiava i colori ad acquerello e le matite colorate, i pennelli e i fogli di carta. Misurò la lunghezza dei tarsi. Contò i singoli segmenti delle antenne, dalla base al margine interno dell’occhio, più lunghe nei maschi e più corte nelle femmine, con una colorazione tendente al blu scuro che diveniva nera sull’apice. Trovò difficili da riprodurre le ramature e i riflessi dorati delle elitre.

Le ritrasse serialmente, in stile pop art. Sul quaderno ricalcava anche le parti anatomiche, elementi d’un progetto che aveva in mente e ricalcava amorosamente la realtà: i fianchi con sei tubercoli acuti e irregolari, il pronoto, le elitre finemente zigrinate, solcate da linee longitudinali, la peluria biancastra del ventre, la forma un poco pendula del pigidio (l’ossessione che aveva per questo dettaglio il Signor Carlo ne L’Adalgisa di Gadda), i femori dalle tinte bluastre, le tibie blu scuro o violette. Accanto agli schizzi nel carnet abbozzò un diario dove annotava i loro comportamenti.

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Pedalava per andare a visitare le trappole portando con sé una lattina di birra calda che apriva, spumando, dopo aver appoggiato la bicicletta a terra. Nel ricaricare l’innesco non mancava di berne qualche sorso, sotto al sole, come omaggio alla bellezza della vita. In mezzo al sentiero assolato gli parve di veder posata la grande Apatura ilia dalle ali cangianti, iridescenti, scesa dall’ombra delle cime dei pioppi. Il suo volo potente e rapido e la sagoma senza sbeccature rivelava chiaramente un esemplare schiuso di fresco, della seconda generazione. Ammirò la grazia filatelica della specie ma non ebbe il tempo di fare una foto che la farfalla, con un battito blu-violaceo, scomparve in alto.

“I miei desideri sono pochi” si disse. Interpretava questo sentimento come il segno della fine della gioventù, ma anche l’acerba testimonianza dell’avvicinarsi della fine della vita. Vedendo le femmine intente a deporre le uova ad una ad una nelle fessure dei tronchi verdi s’augurò di poter allevare le larve, completando cicli di sviluppo che avrebbero richiesto almeno due anni. Pensare che le uova deposte in quei giorni avrebbero generato nuovi esemplari, diretti discendenti da quelli stessi, era un’idea che lo rincuorava.

Come un Demiurgo lo animava la voglia di riprodurre le creature secondo la sua volontà. Disporre a piacimento ciò che accadeva spontaneamente in natura lo illudeva di una padronanza fittizia. D’inverno le larve bianche avrebbero scavato gallerie e a primavera i Cerambici si sarebbero incrisalidati, ma senza bisogno del suo aiuto, senza necessità della sua presenza. I pioppi tremuli allineati in filari ai bordi del lago sembravano non morire mai perché capaci di clonare le radici. Era persuaso che la forma affusolata dell’Aròmia gli sarebbe sopravvissuta, replicando nel corso dei millenni la sagoma filante, simile alle oblunghe foglie del salice.

Una mattina notò un maschio steso sul dorso, poggiato sul fondo del terrario in prossimità del cibo. Stava lì a antenne spiegate, con l’endofallo estroflesso simile a un totem, ma come stecchito, con le zampe rattrappite. Osservando meglio vide che dentro le zampe teneva serrata in un abbraccio una piccola femmina. Le mandibole dei due si sfioravano come in un bacio. Gli esemplari, combinati dal caso in quella posa antropomorfa, sembravano morti entrambi. Pensò al coperchio di un’urna etrusca.

L’impressione che ricavò osservando per giorni le Aròmie fu di un’inquieta monotonia fatta di schemi motori ripetuti meccanicamente. Dapprima le specie nella gabbia parevano non interagire, quasi non potersi riconoscere tra loro: le Aròmie che s’imbattevano nelle Potosie non le distinguevano da un tronco o una foglia; i Cerambyx scopoli quando incontravano i Dorcus li scavalcavano indifferenti. Una mattina accadde invece un fatto che annotò come degno di nota: un maschio dominante di Aròmia cercò di riprendere il proprio posto sul tronco ambìto, occupato da una grande femmina di Potosia. Provò ad attaccarla, scivolando sulla sua lucida corazza. Con le tenaglie afferrò le zampe e provò, invano, a scuoterla per farla cadere. Alla fine, in modo inatteso, estroflesse l’edeago e provò ad accoppiarsi con lei. Si trattò di un fatto isolato, che non si ripeté.

Decise quindi d’iniziare a fumare la pipa. Per qualche tempo, nei mesi precedenti s’era lasciato crescere una barba ispida e grigia. Prese la decisione al contempo contro di sé e come atto d’amore verso le Aròmie: avrebbe infatti sperimentato la tecnica cara ai contadini dei secoli passati.

All’inizio parve quasi uno scherzo stare sul balcone traccheggiando con fiammiferi e scovolini. Si vedeva da fuori come fosse un’altra persona. Consultando il forum “Tabacco da fiuto” mise in atto il metodo valido fino all’avvento, negli anni Sessanta, dei tabacchi aromatizzati Clan e Skipper. Il forte aroma di muschio e di fiori dell’Aròmia si mescolava a quello del tabacco forte. Intorno a lui si spandeva il fumo sulfureo dei cerini spenti. Se il cerambice fosse stato messo in un barattolo a tenuta stagna con tabacco neutro del tipo SC blu e lasciato a macerare per una settimana, avrebbe acquisito un odore vicino al Wilson o al Princess Gold.

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Tommaso Lisa, Studi di Aròmie - matita e acquerello su carta, 2020.

“Nasare” parti dell’insetto insieme al tabacco era un’esperienza arcaica. Secondo alcuni bisognava anche tritare l’insetto. Sul forum “Toscopipa” era citato per esteso il passo del libro capitale Introduzione alla pipa (Milano, Martello, 1967), il capitolo “Come impartire profumo ai tabacchi naturali”. In una prosa elegante l’augusto autore Giuseppe Ramazzotti (1898-1986) riassumeva le caratteristiche dell’insetto e la tradizione contadina, concludendo che “[…] oggi sia spento persino il ricordo di questa pratica: mio nonno notaio mi assicurava che il risultato era buono, ma ero allora decenne e non mi fu possibile sperimentarlo; né – più tardi – ne ebbi mai l’occasione”.

Suggestionato da tali romantici e barbuti “fiutatori” pose alcune Aròmie tra le più vivaci in barattoli pieni per metà di tabacco che, alla fine, risultò in effetti blandamente aromatizzato di rose e muschio. Avrebbe voluto anche procurarsi una tabacchiera apposita d’argento, magari col profilo di un’Aròmia in niellatura. Di lì a poco abbandonò l’idea e con essa pure l’intenzione d’iniziare a fumare.

La sera prima di cena continuava ad osservare gli esemplari superstiti cercando informazioni relative alle Aròmie. Appizzava il fornello della modesta pipa Missouri Corn Cob, ma doveva ancora imparare a premere il trinciato e consumarlo con boccate piccole e lente.

Che alcune specie di Cerambici emettano essenze profumate è noto fino dall’antichità. Tuttavia solo a metà Novecento venne scoperto che l’aroma proveniva dalle ghiandole situate nelle cosce metasternali. E che lo scopo era difensivo, come approfondito da Moore e Brown nel 1971 e da Dettner nel 1987 e confermato infine da Švácha e Lawrence nel 2014. Inizialmente si credette che l’Aròmia emettesse salicilaldeide come riferito da Hollande nel 1909. Sessanta anni più tardi nel 1973 Vidari identificò invece due polimeri “ossido di rosa” e due polimeri iridodiali come componenti della secrezione. Tale tipo di feromoni d’allarme è comune a tutte le specie di Callichromini, in particolare nella giapponese Chloridolum loochooanum e la specie centro americana Schwarzerion holochorum, che però emana un odore, assai meno allettante, di ammoniaca.

Quell’uomo s’innamorò in modo tanto forte quanto adolescenziale del genere dei Callichromini: avevano la forma delle Aròmia in ogni parte del mondo: grandi tra i due e i quattro centimetri, alternavano i più svariati colori, le più strane decorazioni sull’elitre. Alcuni differivano per lo spessore delle cosce, altri per la livrea, altri ancora per dei ciuffi di pelo sulle antenne o per il colore metallizzato. La passione della serialità si sommava a quella storica dello smalto araldico, al fascino del blasone.

Parenti esotici delle Aròmie, provenienti dal Giappone e dal Vietnam, dalla Tanzania e dall’Indonesia, in vendita su eBay a pochi euro venivano spediti da mercanti d’insetti della Russia e della Cina. Avrebbe speso qualsiasi cifra pur di collezionarli tutti come carte Pokémon. Salvò le immagini degli esemplari in vendita, ripromettendosi di concludere gli acquisti in autunno. Per ora si sarebbe accontentato di osservare quelle che aveva, preparandole una volta morte in una scatola entomologica dal fondo bianco.

“Dietro gli occhi grandi e inespressivi, senza pupilla, di questo cerambice c’è una permanenza che va oltre l’esemplare, al di là della specie. Anche se muore, il colore degli occhi non cambia. Le chitine restano intatte. Manca il movimento ma la forma è salva, anche in assenza di vita. L’esoscheletro segna un tempo fermo, arcaico”. Con queste parole provò a spiegare a sua moglie cosa gli passasse per la mente. Erano a tavola, durante il pranzo, e la signora non parve starlo neppure ad ascoltare.

Si sentiva tanto forte nel corpo quanto fragile nei sentimenti. Soprattutto, si sentiva solo. In via teorica nella collezione avrebbe voluto esemplari preparati su cartellino di cartone martellato, senza difetti, in cui l’incantatorio gioco della simmetria non sarebbe stato turbato. Ma quelli che amava di più erano invece i mutilati, testimoni del trascorrere delle battaglie e degli accoppiamenti, che avrebbe steso spillandoli, in modo asimmetrico e con le zampe rattrappite, simili agli esemplari delle antiche collezioni ottocentesche.

Fu forse immedesimandosi in tali corpi se verso ferragosto cadde malamente dalla bicicletta ferendosi il ginocchio sinistro. Zoppicò per settimane, le garze bianche si intridevano d’un siero viscoso. Era certo che non gli sarebbe mancata l’unica altra Aròmia presente in Italia, la A. bungii importata a inizio del Duemila dalla Cina. La sua educazione sentimentale risaliva a un mondo non ancora globalizzato e il fatto che specie alloctone potessero attecchire, turbando gli equilibri degli ecosistemi e le mappe sistematiche, lo lasciava basito.

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Tommaso Lisa, Studio di Aròmie - matita e acquerello su carta, 2020.

Quest’esotismo aveva il pronoto rosso lacca e le elitre lucide, d’un colore torbido, algoso. Era stata segnalata la prima volta a Pozzuoli nel 2010, dove arrivò probabilmente con un cargo dal porto di Napoli, attaccando peschi, ciliegi, albicocchi e susini. Nel frattempo s’era acclimatata. La legge italiana obbliga chiunque sia a conoscenza della presenza della A. bungii a segnalarla al Servizio Fitosanitario Nazionale, con l’obiettivo di eradicare la specie alloctona e le piante che ne potrebbero essere infestate.

“Chissà se anche la A. bungii emana qualche aroma...” si chiese, ma sapeva bene che ogni insetto aveva il suo specifico profumo. Sul Forum degli Entomologi Italiani un amico gli raccontò che nel 1999, durante una spedizione ai tropici, al seguito dei naturalisti c’era anche lo staff di profumieri d’una nota azienda svizzera produttrice di fragranze che clonava le formule chimiche degli insetti assieme a quelle delle essenze delle orchidee.

Provò risentimento quando, a fine agosto, tornò nel luogo in cui aveva trovato le Aròmie a inizio estate. S’era fatto scrupolo di togliere le ultime trappole, vuote di coleotteri e letali invece per le Catocala, grandi e spettacolari falene brune con le ali posteriori rosso fiammanti, che vi cadevano dentro sfigurandosi in una misera poltiglia. Ma l’Ente di Bonifica era passato con le ruspe, potando i cespugli e tagliando sia il vecchio salice che molte altre piante malate. Non avevano neppure lasciato i tronchi morti a terra. Tutto era stato smaltito come da normativa, probabilmente divenendo, il legno e tutto il suo contenuto vivente, misera segatura. “Così va il mondo”, disse tra sé e sé.

All’alba veniva talvolta svegliato da schiocchi sordi provenienti dal terrario: erano i Coleotteri che, dopo essersi arrampicati fin sul coperchio, cadevano giù. L’urto delle elitre sulla plastica fu qualcosa di simile a un segnale. Di lì a poco sul fondo della scatola raccolse i resti di tre corpi inerti, un groviglio di zampe e antenne. Non appena giunsero a maturazione le more in riva al lago scomparvero anche le Aròmie. Pure la ghiandaia marina, che stava di guardia non mostrò più il suo sgargiante piumaggio.

Sotto la tenda in spiaggia terminò controvoglia di dipingere gli acquerelli. Quest’uomo – che adesso camminava claudicando sul bagnasciuga – assaporò gli ultimi giorni prima di rientrare al lavoro. Non aveva più voglia di tuffarsi in mare e finì col tornare sempre meno sul sentiero della palude ai bordi della quale l’erba era diventata vizza. Il canto delle cicale s’era fatto assordante e sulle colline volavano tra i cespugli di corbezzolo le Charaxes jasius di seconda generazione. C’è chi dice sia la più bella farfalla del Mediterraneo, dotata di quattro code e una strepitosa colorazione arancione e nero.

Sui rimanenti rami dei salici non s’aggirava più alcuna Aròmia e neppure le piccole Altiche blu, prima tanto comuni. Tutto sembrava essersi consumato troppo in fretta. Si svegliò al sorgere del sole un mattino dopo ferragosto sentendo che l’aria era diversa. Presagì il cambio nelle nuvole di una diversa consistenza, nella luce diventata esasperata, dalla necessità fisiologica del refrigerio dell’autunno. “Agosto”, rimuginò passo dopo passo, percorrendo il vialetto della casa in affitto, “è un mese triste, proprio come dicembre, in cui tutto, in ogni istante, sembra sul punto di terminare”.

Fu l’ultima volta che ebbe l’occasione di vedere tante Aròmie tutte insieme e di studiarne il comportamento, quasi fossero presenze familiari.

In copertina, Tommaso Lisa, Studi di Aròmie, matita e acquerello su carta, 2020.

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