La femmina di Tifeo

24 Marzo 2026

Lo scarabeo e l'ombra
L'un l'altro in lotta stocca
Colpi con zampe sgombra
La sfiora e non la tocca.

Una mattina di metà marzo, all'ingresso d’una fabbrica di accessori per l’alta moda nella piana di Scandicci, mi ritrovai tra i piedi una femmina di scarabeo Typhaeus typhoeus (Linnaeus 1758). Che ci faceva lì? Grossa come un’oliva, d’un bel nero lucido, sembrava scolpita nell’ossidiana. Stavo andando ad assicurare macchinari in leasing, un appuntamento di lavoro al quale m’ero preparato con camicia bianca e cravatta stretta al collo. Non ho resistito.

Caro piccolo insetto che chiamano Tifeo, sei tu uno dei giganti figli della Terra che tentarono di scalare il cielo, fulminato sulla sua catasta di montagne, precipitato dai dirupi dell’Etna? Questo mi domandai. Appena l’ho vista, vicino allo pneumatico di una Mercedes, nel parcheggio d’asfalto riversa sul dorso e con le zampe all’aria come una testuggine nel deserto, l’ho subito raccolta, infilandola nella tasca dei pantaloni.

Il mio test di Voight-Kampf era appena iniziato. Trascorse tutto il tempo della trattativa grattando il perimetro della sua prigione, tra il rumore dei torni per il lusso usa e getta, le schiere di operai a capo chino, i pellet impilati coi materiali di risulta e gli inutili schisi a me affini. Ero distratto dall’incessante raspare, infastidito dal mio gesto predatorio. Pensai anche che è piacevole trovare un’eco di antiche leggende nella storia degli scarabei e che il mito non contraddice la realtà, se vaghe analogie legano il favoloso e lo storico al dato entomologico.

Il freddo se n’era andato da poco, nella stagione in cui da nord butta qualche refolo che accarezza l’arenaria. Doveva provenire da luoghi sabbiosi dove le mandrie di pecore seminano strisce di nere pallottole, oggetto delle sue provviste, poiché proprio a marzo le coppie cominciano a preparare il nido. Nei corridoi aleggiavano intanto fragranze e sui tavoli in cristallo vidi bonsai di ficus, prototipi di teschi in metallo e una pletora di status symbol ostentati per dimostrare al mondo d’esistere al di sopra di chi non se li può permettere. Attraversavo l’inferno del tutto indifferente: la femmina di Tifeo m’avrebbe protetto.

Come un amuleto egizio la sua presenza non fu d’intralcio bensì d’aiuto nel condurre la trattativa col dovuto distacco. Cosa ne farò di lei è stata la domanda che m’ha assillato ancor più della firma e delle franchigie. Che fine farà questa premurosa gigantessa? Mentre imbonivo, ostentando le qualità del prodotto e della multinazionale che garantiva solidità economica, le nostre vite erano appese a un filo. A fine riunione, dopo aver tirato un sospiro di sollievo, presi la mia decisione. Libero dalla spada di Damocle della concorrenza e dei cespiti ammortizzabili avrei lasciato vivere quella creatura, non senza averla prima fotografata.

Come l’imperatore grazia il reziario con un gesto della mano ci troviamo entrambi in un campo verdissimo, io e quella forma archetipica, fatta di corna e lune di chitina. Senza alcun vincolo di prezzo, eravamo entrambi liberi. Ma che me ne sarei fatto, a quel punto, trascorsa l’onda dell’ansia, di tanta agognata libertà?

Iniziai ad osservarla. Stava con le zampe protese al sole in un arcaico rituale di preghiera, col ventre all'aria, polito, posata sul foglio del contratto assicurativo fresco di firma. Era il set fotografico che avevo allestito per lei. Tra uno scatto e l’altro, notai che era un po’ malconcia. Doveva aver svernato e non dev’essere stato semplice per lei sopravvivere, come per tutti, anche quando tutto va per il meglio. Aveva anche lei, nel suo piccolo, svuotato le stalle di Augìa, lo sterco di duemila bovi. Le mancavano i tarsi posteriori, aveva un'elitra ammaccata.

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Questi segni del tempo rendevano l’esemplare più bello, vissuto, significativo. Sarebbe forse morta di lì a poco, disfacendosi nell’humus, tra le margheritine come tanti asterischi, i denti di leone gialli più dello zolfo, e non l’avrei certo trattenuta dal compiere la sorte. Ma non era tempo di funerali. Se il Tifeo della favola antica ebbe l’ambizione di saccheggiare la dimora degli dei accatastando montagne sradicate dal suolo, al contrario, lo scarabeo non sale, ma scende giungendo a grande profondità, nei meandri del terreno.

Più forte della stupida brama del possesso era l’odio verso ogni tipo di collezione, specie se di moda, le insulse trappole del desiderio umano. Ero semplicemente felice d’averla incontrata, lieto per quella casualità sincronica, e non mi interessava poi gran ché sapere se fosse davvero dovuto a un intreccio quantistico di elettroni opposti. Non volevo cassette in cui riporla né ragionieristiche liste per schedarla. Terminato lo shooting l’accompagnai oltre gli scuri cipressi a spartire il lato del colle, tra le radici divelte e il galestro fino a un macchione di biancospino in fiore, deponendola a terra come un dono.

Perforatore geotrupe le cui tane sono simili a spari nel terreno, perfettamente tonde, contornate dall’orletto d’escavazione. Pacifico e innocuo, il maschio è dotato di corna più imponenti di quelle del toro di Minosse. Panoplie. Spiedi fecali. Cocche di manto o punte di corona. Augurai alla femmina d’incontrare un’armatura tanto minacciosa, il corsaletto coi tre spiedi paralleli al suolo, volti in avanti. Quel terribile tridente ad arco concavo nel quale viene introdotto il piccolo globo di escremento ovino, il tesoro che verrà poi tagliato col margine zigzagante delle zampe anteriori, una volta portato all’interno della tana. Merda sminuzzata e passata alla femmina che sta più in basso, in fondo al pozzo.

In una decina di giorni, con cura artigiana, essa tornisce il suo campionario di perle, plasma la palla di sterco in cui premurosamente alleverà la prole. Già Henri Fabre e poi Ernst Jünger avevano a lungo osservato tali abitudini specifiche. L’elitra d’ebano, la femmina di Tifone, primordiale nemico di Zeus. Echidna è la sua compagna e sposa, la madre di tutti i mostri.

Invisibili spiragli si aprivano tra le antenne lamellate, tracce di un altrove che lei di certo intercettava. Nel silenzio, guardandola per l’ultima volta prima di tornare nel tutto, pensai che non avrei voluto spendere un euro per comprare qualcosa di superfluo, che si può vivere felici con poco e che la bellezza è negli occhi di chi guarda, sparsa ovunque a piene mani nell’universo mondo. Libero dal valore di scambio, l’insetto era troppo bello, non aveva alcun costo.

Proseguii erborizzando come un ingenuo Rousseau sulle prode dell’uliveta, lungo un sentiero. M’incamminai indolente su per il greppo, wanderer compunto e un po’dimesso, con la cravatta allentata e le scarpe sporche. Il terreno argilloso qua e là era butterato dalle biche di certi strani formiconi di cui ignoravo il nome. Seguii un corteo di sinuosi satiridi, Lasiommata megera d’un arancione così intenso che ben s’intonava all’aspro marzo, al cielo azzurro uniforme, alle querce grigie, al verde elettrico dei prati. Fin quando la solita radice emersa dal terreno risvegliò l’abituale nausea di me.

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Tra slabbrature e crepe del terreno cercavo qualcosa che andasse oltre la necessità. A differenza del capitale industriale, non tutto qui è messo a rendita. Un trattore arrugginisce accanto a un erpice, in prossimità d’una catasta di fusti vuoti, bidoni e assi allineate a ricavare un tavolaccio. L’erba copre tutto ed esalta l’incolto, gli attrezzi da lavoro abbandonati. Non c’è ansia di persuasione. Persiste una quieta misura nel sentimento dello spazio che intercorre tra le cose, la larghezza della carreggiata, il fosso, la distanza tra le case. Sono lontani gli svincoli, i cordoli di cemento, la tranvia, il nuovo aeroporto, i parcheggi e i centri commerciali. Chi osa dire un altro mondo? Il lucignolo prossimo all’estinzione dopo il quale non è che il buio.

Tricuspide rotolatore di sterco, tesaurizzatore d’escrementi dai quali trae il suo spunto vitale trasformando la merda in nutrimento per la prole, lo scarabeo svela il Mondo Nuovo come fosse il vivente d’un altro pianeta.

Tornato a casa osservai le foto sullo schermo del cellulare, dove giaceva a zampe all’aria, rivoltata sul verso del contratto assicurativo. Custodisce gelosamente i segreti delle cure parentali, la vocazione a costruire il nido, ad accudire il bozzolo. Tolsi gli occhiali stropicciando le sclere arrossate, grattai il bianco della nuca. È un segreto che richiede cura e pazienza, che si svolge sotto terra, tramestando con le feci, lontano da sguardi indiscreti. Un luccichio di piccoli bagliori, di fosfeni acuti nella foschia. L’opera per portare a compimento la metamorfosi ha bisogno di restare occultata. Mi sono sentito miope più di quanto non fossi, circondato da un mondo d’immagini sfuocate.

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Per trovarli, laggiù, nel loro altrove fatto di sogni, bisogna ricorrere ad un estenuante lavoro di zappa. Maschi e femmine convivono in tane scavate a grande profondità, fino a oltre un metro sottoterra. In pineta, al mare, in un campeggio vicino a Grosseto, la versione in miniatura di me andava armata di secchiello e paletta a cercarli scavando tunnel profondissimi. Era la mia Grande fuga. Condotta ostinatamente fino a regredire, a ritrovare il ventre scuro e umido della terra. Passare di là, nel mondo dei morti, nel mondo della creazione. Solo questo m’interessa, da sempre.

Così come le anime dei saggi si dice possano sopravvivere, a tarda sera per l’immagine del profilo di Facebook scelsi la scansione del disegno a matita che ricopiai dalla foto. Cosa significa quest’allegoria? Niente altro oltre ciò che è. Piuttosto era una tautologia: una femmina di geotrupe della specie Typhaeus typhoeus ritratta in punta di grafite. Ricalcata punto per punto. Tifeo o Tifone? Quando l’entomologo inglese William Elford Leach, nel 1815, ebbe a descrivere il genere cui lo scarabeo oggi appartiene scherzò forse col nome dato da Linneo, usando il sinonimo che differisce solo per il dittongo ma che si pronuncia esattamente alla stessa maniera.

Tale specie di coleottero viene anche volgarmente detta, in nord Europa, Scarabeo Minotauro. Minotauro: proprio come l’omonima rivista surrealista diretta da Breton, su cui scrisse anche Roger Caillois. In quale labirinto mi stavo di nuovo perdendo? Ho fissato a lungo i riflessi abbaglianti muoversi sulle chitine d’un nero più ascetico di quello di Rothko. Ecco lo scarabeo del cuore, imprigionato tra le bende e i gessi, nel suo viaggio attraverso lo spazio e il tempo.

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