Microlepidotteri
Ruotò le ali paglierine piegate tra frange di piume, ma il vento primaverile impedì la classificazione. Sul prato sembrava un frustolo papiraceo ornato d’enigmi. Era forse una Tortrice dalla bigia cappa o un’invasiva Plutella xylostella dal nome simile ad un meme virale? Fu impossibile fissare la traccia irregolare della danza senza peso involata in spire irregolari al di là del cielo.
Nella collezione al museo di Storia Naturale “La Specola” vidi un’infinità di specie simili preparate con meticolosa cura, fragili ali di merletto, frangibili intrecci di fili e carta velina. Non sono falene, piuttosto assemblaggi di misere cose nei riquadri delle scatole che passano quasi del tutto inosservate a confronto con i più appariscenti Sfingidi e i grandi Saturnidi.
I Microlepidotteri attirano l’attenzione degli entomologi più accorti. Da quel momento è iniziata una ruminazione meditativa, trascendente gli impegni della vita attiva. Dapprima ho incontrato le Gracillaridi dalle ali dorate, descritte da Stainton nel 1854. I bruchi, apodi ai primi stadi di sviluppo, minano arzigogolate gallerie all’interno delle foglie. Nel silenzio, in solitudine, divorano l’intercapedine della foglia lasciando trine semitrasparenti.
La campagna, custode di segreti prima d’allora ignorati, rivelò altre tracce. La prossemica dei loro corpi ne facilita l’identificazione, cosicché la maggior parte delle Gracillaridi poggia con la parte anteriore sollevata, come su una rampa di lancio. I rappresentanti di altre sottofamiglie stanno invece paralleli alla superficie d’appoggio. Delle Alabonie disruptive, coi musi simili a Fulgoridi, i palpi labiali sviluppati, ho invece solo immaginato le ali sulle cortecce muscose.
Tra cuscini di lappole e monticelli di semi d’edera sono andato a caccia delle ali setose dei Crambidi fatte di pagliuzze e denti di leone. È capitato allora anche di notare, tra pruni e sterpi, sul retro d’una foglia, un rametto semovente che ripiega a metà il corpo nell’atto di muoversi, simile a uno strumento di misurazione. I bruchi dei Geometridi si mimetizzano con ciò che mangiano; bastoncini verdi o marroni di circa un centimetro per lo più immobili, attaccati al ramo con la parte terminale del corpo. Non è dato sapere se quello fosse davvero intento a contare qualcosa con le appendici delle tre zampe davanti e i peduncoli dietro, piegato a quarantacinque gradi, come un germoglio che si staglia sul cielo turchino. La testa era un boccio. Per scovarli serve un sesto senso radiestesico, come un rabdomante con la bacchetta o il pendolino, mentre si calano dalla pianta appesi a un filo di seta.
Dopo molti voli ellittici ai margini del vuoto la falena dalle tinte di serizzo stette rincantucciata nella modanatura della porta, attratta dalla lampada sotto la loggia della legnaia. Notai che non c’era soluzione di continuità nel bassorilievo che unisce animato e inanimato, le venature del legno e la forma delle ali adese alla superficie. La Scopula imitaria è ornata di motivi geometrici e colorazione variata. Bivoltina, venne descritta da Jacob Hübner nel 1799 e da allora chi la studia sa che sverna come larva e ha un’apertura alare di quasi due centimetri. Se avesse le dimensioni delle falene tropicali sarebbe una delle specie più ambite dai collezionisti. Il bordo anteriore dell’ala forma un angolo acuto con quello esterno ed anche le ali posteriori terminano ad arcione. La sua forma sfuma: nessuna cesura cade tra l’essere, il nome, le cose che stanno intorno. Ne trovai altre morte al suolo sparpagliate intorno. Una morte angelica per struggimento o per esuberanza di gioia.
Tornato al museo scoprii che un intero armadio è dedicato a questi Eteroceri truciolari. Ante metalliche e scatole sigillate da coperchi di cristallo servono a custodire preparati tanto inconsistenti da sembrar fatti di lanugine. Le micro falene della collezione Umberto Parenti (1932-2014) sono montate in assemblaggi di lambiccate sculture che ricordano certe opere di Jean Tinguely, cartellini di cartone spillati che sorreggono toraci trapassati da spilli 000 posizionati su rettangoli di carta più piccoli che si sporgono in avanti come trampolini.
Le specie vengono distinte dagli entomologi tramite l’analisi degli organi copulatori situati nell’addome, strutture complicate, sub-millimetriche, tortili e chitinose, retrattili o estroflettibili, coperte da minuscole setole. I genitali, una volta recisi dal corpo, sono preparati su vetrini da microscopio in una resina solubile, l’Euparal. L’imbalsamatore ripone gli impalpabili talismani schedati con cura in un tabernacolo che emana effluvi di canfora e eucaliptolo. Sul desco intanto stanno le buste di spilli, la carta pergamino, le pinze, gli stenditoi di polistirolo espanso. I cartellini col luogo di reperimento e la data vennero sono scritti con perizia non inferiore a quella dei Microgrammi di Robert Walser.
Spesso per trovarne una non importa andar lontano: la dispensa era invasa. Pullulavano in un’installazione di polvere, assai fastidiosa. Le trappole adesive a feromoni sulle ante della cucina poterono poco di fronte ai sacchetti di farina colmi d’una teleria sfatta, pulciosa e soffocante. Il raccapriccio delle derrate ammalorate non scalfì però il fascino che ammalia l’occhio di fronte al mimetismo criptico delle Piralidi. Persino la dannosa Plodia interpunctella, se preparata con le ali simmetriche su uno spillo ultrasottile, esposta nella scatola come una reliquia, emana un’intensa luce propria.
Talvolta, attratto da presenze impalpabili, capita di trovarne su un cespuglio di frangola. Allora l’indice punta come una meridiana verso le Adelidi e si resta a bocca aperta di fronte alle lunghe antenne bianche che invadono le corolle inaugurando un inatteso Rinascimento Psichedelico. Le ali anteriori, iridescenti, brillano di viola scuro striato di venature di bronzo e d’oro, con ornamenti d’avorio tutt’intorno. Il bordo frangiato è grigio perlaceo. Le ali posteriori hanno bagliori metallici come un manto, una stola, un palio ricamato. Abitualmente danzano formando sciami nel tiepido sole, dinamogrammi di ninfe incantate.
In altre occasioni invece sui fiori di scabiosa color lilla posano ali che sembrano quelle d’angeli dipinti in un chiostro fiorentino. Sono i graziosi Scitrididi che quando stanno a riposo assumono una forma a goccia. Di abitudini diurne, la testa a scaglie lisce mostra arcaici palpi labiali ricurvi.
Passeggiando lungo le viuzze che seguono i muri degli orti trovai infine appesi glomeruli di legnetti, gliommeri di pagliuzze. Astucci in vimini intessuti dagli Psichidi. Ne colsi un minuscolo canestro. Sono biade stinte che decisi di custodire in una scatolina di plastica trasparente fino a primavera per scoprire cosa ne sarebbe uscito fuori: una perlacea farfallina adusta di fuliggine.
Nella notte estiva sembrava un’installazione di Land Art il telo bianco montato a torre smosso da un soffio di vento, a quasi duemila metri d’altitudine. L’entomologo, già prima del crepuscolo, aveva posizionato la trappola luminosa per attrarre le specie endemiche e non dovette far altro che attendere, seduto sulla sedia pieghevole in compagnia d’una birra. Lontano dalla baita la luce ultravioletta della lampada si scagliava in spicole, circondata dalla chiostra delle vette alpine. Centinaia d’ombre effimere provocavano uno scintillamento frenetico, un abbaglio allucinogeno. Non durerà che un’ora tale fugace apparizione. Nel dispositivo degli sguardi il tessuto flottante evoca un sudario, un labirinto in cui le falene vibrano tra la vita e la scomparsa imminente. Il generatore non smise di ronzare neppure quando vennero incapsulati gli ultimi esemplari in provette con dentro un batuffolo di cotone intinto d’etere e l’etichetta adesiva che indica data e geolocalizzazione.
Nel 1921 il celebre storico dell’arte Aby Warburg venne ricoverato nella clinica di Kreuzlingen, in Svizzera. Era afflitto da uno stato maniaco depressivo che lo aveva portato a minacciare sé stesso e i familiari con una rivoltella. Aveva diverse manie fra le quali un’attrazione morbosa per le falene che volavano nella sua camera, attirate dalla luce. Secondo il rapporto clinico redatto da Ludwig Binswanger verso sera iniziava ad agitarsi, impaurito che potessero essere uccise dal custode. Non riusciva ad addormentarsi. Confidava per ore ed ore a quelle falene, chiamate “animaletti animati”, il principio della sua sofferenza e le forme del suo dolore.
Così alla fine della notte la tenda pullulava di merletti vaganti, la silenziosa invasione d’una bianca fauna immaginaria, intrecciata in piste aeree, traiettorie a mala pena tratteggiate. Gli Pteroforidi, sismografi di onde cerebrali simili a scotomi errabondi, diavoletti d’inchiostro, miodesopsie volteggianti attraversarono il campo visivo. I bruchi, d’un giallo verdastro con una fascia chiara discontinua sul dorso e qualche chiazza rossa, segni di stimmate disseminate intorno, s’aggiravano nel ricasco di convolvoli del balcone sovrastante, accanto alla Plumbago i cui petali s’allargano in un disegno infantile.
Nel parco le tinte dell’estate erano disposte a strati, assortite per gamme di sfumature. Apparvero escrescenze sfrangiate, piume di nidiacei che la falena a riposo tiene estese di lato, infisse sull’asse verticale, una struttura a forma di Tau. Sbattei le palpebre, inconsapevole, nell’istante in cui alla veglia cede al sonno. La gola del geco che fece capolino si gonfiò. Rincorrendo l’alabastrina forma vivente il suo ventre sembrava attraversato dai raggi X.
Fragile Euridice che sprofonda nell’Ade l’eburnea falena di lamelle lattee è materia immacolata sul frammento di muro. Il fantasma d’un minuscolo uccello le cui piume restano attaccate all’impalcatura delle ossa. Ogni tanto la lingua del geco scattava, duttile e prensile, oltre la soglia del mondo dei sogni. La domanda su come sia possibile la portanza nel volo di tali fastelli di piume resta senza risposta. E che dire dei rigidi stecchi delle zampe? Resistevano, elevando una rastremata leggerezza. Tra carte e appunti sul tavolo in legno, attratte dalla lampada a 75 Watt accanto alla collezione di vasi Art-Nouveau, si posarono altre falene fatte del tessuto stesso di vacue speculazioni, monogrammi, arabeschi di vetro, asterischi. Sigilli impalpabili e fantastici. Calligrafie asemiche leggere come l’aria.
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