Non solo PIL

30 Marzo 2026

Siccome ogni anno escono almeno 4 o 5 libri sugli acciacchi, gli squilibri, o magari i disastri dell’economia italiana, le nuove uscite vengono guardate con un certo sospetto dagli addetti ai lavori, sempre ipercritici sull’operato dei propri colleghi. Sarà la solita minestra riscaldata? Venti contrari, di Pietro Modiano e Marco Onado (Il Mulino, 2026) – dedicato all’Italia degli ultimi ottant’anni – non lo è. O meglio, un po’ lo è, ma quel tanto di riscaldato che trovo nella minestra dei due autori (uno dei quali, Onado, ci ha purtroppo lasciati pochi mesi fa) è esso stesso di grande interesse, e tanto vale che dica subito di che cosa si tratta.

Si tratta della crescita. La crescita non dell’istruzione, o della speranza di vita, o della giustizia, o degli stipendi, ma la crescita del famoso Pil, il Prodotto interno lordo. Come tanti loro predecessori, anche Modiano e Onado, nel ragionare sui motivi che hanno frenato o mandato fuori rotta la nave Italia in questi ultimi decenni, usano come bussola questo parametro, il Pil. Quale è il dato che ci fa dire che l’economia italiana va male? È il fatto che il Pil cresce poco, cresce poco da 40 anni. Bisogna trovare il modo di farlo crescere di più. Per questo aspetto sono perfettamente allineati con la discussione che troviamo in tanta letteratura economica, nelle aule parlamentari, nei giornali di destra e di sinistra (la crescita sarà quest’anno 0,5 per cento? 0,8?).

La cosa è veramente paradossale. Da una parte gli economisti in gran parte riconoscono l’inadeguatezza di questo numero a rappresentare lo stato di una economia, tanto è vero che si fanno libri e convegni per trovare diverse misure di performance, più aderenti alla realtà che è complessa, fatta di molte dimensioni (cito, solo come esempio, l’indice di sviluppo umano inventato da Mahbub ul-Haq e ampiamente utilizzato dalla Banca Mondiale e dalle Nazioni Unite).  Non solo: noi tutti diciamo a noi stessi e ai nostri amici che non ha senso puntare solo alla quantità, dobbiamo puntare alla realizzazione personale, a quanto affetto (e tempo) riusciamo a dare ai nostri figli, ai nostri partner di vita, a come nutrire le nostre aspirazioni più vere. Eppure. Eppure tutto un popolo si tende preoccupato al capezzale del Pil per ascoltarne i battiti. Quegli stessi economisti, critici fino a un attimo prima, usano ampiamente, senza batter ciglio, il famoso numero magico come unico criterio dello stato di salute di un sistema economico. E tutti quanti abboccano non sapendo come altro si possa fare. (Se volete approfondire la questione, c’è un bel saggio di Giandomenico Scarpelli su Pandora, uscito nel 2024).

Non è tutto. Anzi, siamo solo alla buccia della questione. La questione vera è se la crescita del Pil sia (almeno per economie cosiddette avanzate) un obiettivo da perseguire. Non solo il Pil non misura bene ciò che si vorrebbe misurare, e cioè in sostanza il benessere, ma distorce il concetto stesso di benessere. Lo distorce perché ci spinge a riconoscere come benessere il mero aumento quantitativo della “roba”. Siamo come Mazzarò? Vogliamo essere i Mazzarò del Ventunesimo secolo, che al momento di morire (leggi: crisi ecologica del nostro pianeta) vogliono portarsi le automobili, i condizionatori e gli spazzolini elettrici nella tomba? Come vedete, la questione non è di poco conto.

Ha implicazioni che vanno addirittura oltre la vita pratica e si ramificano nella cultura dei popoli. Qualche tempo fa ero in vacanza in Cambogia con un gruppetto di amici e conoscenti. Con uno di questi è fatalmente iniziato il discorso sul colonialismo. Io non capisco, dice l’amico, tutto questo odio per il colonialismo. Dopotutto questi popoli, una volta liberatisi del dominio coloniale, non hanno realizzato molto. In che senso, domando io. Nel senso della crescita (del Pil), risponde l’amico: non sono stati capaci di crescere. Ora, lasciamo perdere che alcuni di questi paesi hanno avuto, in senso tradizionale, una crescita spettacolare (è il caso per esempio del Viet Nam). Non è questo il punto. Ciò che voglio sottolineare è che in molti casi, e quasi inconsciamente, si dà per scontato che è la crescita il bene supremo. Più della libertà, più della dignità, più degli affetti, più della salute conta la crescita. Del Pil.

È il momento di tornare al libro dei nostri due autori. È un gran peccato che due menti così lucide, e così bene informate sulla storia italiana recente, non abbiano resistito alla tentazione di porre la crescita in cima ai propri pensieri. Mi sono preso la briga di contare (oggi è facile farlo) quante volte la parola crescita compaia in queste 192 pagine: 109 volte. E non c’è solo la crescita. C’è pure l’inseguimento! La crescita, cioè, non è fine a sé stessa, che sarebbe già un male. È finalizzata a inseguire, o raggiungere, o almeno non farsi distanziare da, quelli che stanno più “avanti” di noi, quelli che hanno un Pil pro capite superiore. Come per esempio, vien subito fatto di pensare, gli Stati Uniti. I quali, oltre ad avere un consumo pro capite di proteine animali molto superiore al nostro (bene!) e un consumo di benzina pro capite moltissimo superiore al nostro (benissimo!) hanno anche un tasso di omicidi che è dieci (dico dieci) volte il nostro, e una speranza di vita di 79 anni, contro i nostri 84, e un debito complessivo contratto per poter accedere agli studi universitari di 1.300 miliardi di dollari, e una costituzione permeabile a disegni dittatoriali, come già aveva visto chiaramente Kurt Gödel nel 1947 (ci tornerò sopra in un prossimo articolo). Quindi dovremmo preoccuparci non solo per la poca crescita in sé, ma anche perché l’inseguimento non sta andando bene, la distanza che ci separa dai primi, evidentemente più virtuosi, aumenta.

Comunque, a parte questo, Modiano e Onado hanno fatto un bel lavoro. In meno di 200 pagine raccontano e dissezionano con maestria l’Italia della ricostruzione, del miracolo economico, del terrorismo, del malaffare, di Prodi e di Berlusconi, fino ad oggi. Con una tesi di fondo: le classi dirigenti del nostro paese si sono mostrate inferiori al compito. Nei momenti cruciali hanno preso, quasi sempre, la strada sbagliata. Poco lungimiranza, preferenza per le vie più facili e meno coraggiose. Qui si apre, naturalmente, il grande tema: le classi dirigenti, ma chi sono? Se ci atteniamo al libro, parliamo di classe politica e di imprenditori. Non, per esempio, di intellettuali. Qui io sarei un pochettino critico, perché una stoccata veramente buona di Antonio Gramsci, nei Quaderni, fu quella contro gli intellettuali italiani, troppo autoreferenziali, troppo casta, incapaci di trasmettere idee, di coinvolgere il popolo e di entusiasmarlo. E sebbene sia convinto che le classi bacchettate da Onado e Modiano meritino il rimprovero, non mi pare giusto che gli intellettuali (me compreso) restino indenni. Gramsci se la prendeva con i romanzieri (compreso Manzoni, e qui mi pare che abbia preso un granchio), ma lamentava anche la mancanza di una seria divulgazione scientifica, che invece esisteva per esempio in Francia (Camille Flammarion, Jules Verne). Aveva ragione, e le cose non sono tanto migliorate da allora. Volete un esempio? Wikipedia. Un grande progetto culturale di respiro mondiale, al quale tutti possono partecipare. Provate a fare un confronto fra le voci in lingua inglese e quelle in lingua italiana sullo stesso soggetto: dalla biologia alla storia, dalle pompe di calore alla linguistica, da Kant agli additivi chimici, perfino su argomenti assolutamente italiani (guardate per esempio la voce dedicata a Marcello Dell’Utri). Troverete che le voci in inglese sono quasi sempre perfette, levigate e impeccabili, mentre quelle italiane sono più brevi, meno dettagliate, spesso imprecise e prive di riferimenti bibliografici, a volte raffazzonate. Il motivo è molto semplice: quelle inglesi sono fatte da professori, quelle italiane da dilettanti. I nostri intellettuali scrivono solo articoli e libri, non si abbassano a impegnarsi in questo progetto popolare, e tantomeno perdono tempo a correggere errori. Il risultato è che l’informazione alla quale tante persone non specializzate attingono è di qualità inferiore. In conclusione, se vogliamo prendercela con le classi dirigenti, non abbassiamo il tiro, ce n’è per tutti.

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Focalizziamoci ora su imprenditori e politici. Per quanto riguarda i primi, il libro prende ispirazione da un gran nome dell’economia, William Baumol (1922-2017). Baumol, professore a Princeton, ha dato contributi fondamentali in molti campi della teoria economica. Uno di questi è lo studio dell’imprenditorialità, tema alquanto difficile da approcciare con i tradizionali strumenti della microeconomia moderna. In questo ambito, la sua opera più famosa ha un titolo che già ne svela la tesi centrale: Entrepreneurship: Productive, Unproductive and Destructive (Journal of Political Economy, 1990). In breve: i potenziali imprenditori nascono dappertutto, in America come in Nigeria, in Giappone o in Montenegro. Gente che sa organizzare risorse per raggiungere uno scopo, che accetta il rischio, che persevera e supera gli ostacoli. Le circostanze in cui operano, tuttavia, sono diverse. Il frutto del loro agire dipende dalle istituzioni, cioè dalle regole scritte e non scritte che prevalgono in un certo ambiente, dalla cultura. In ambienti favorevoli questi soggetti creano le imprese “vere”, cioè quelle che creano ricchezza. In ambienti meno favorevoli le loro energie creatrici vengono deviate verso esiti meno auspicabili: se va bene diventano imprenditori improduttivi (gente che crea e sfrutta monopoli, che evade le tasse, che corrompe i politici per avere appalti e favori), se va male diventano capimafia, cioè non solo si arricchiscono a spese di altri, ma rendono sterile l’ambiente economico in cui operano. Abbiamo dunque tre esiti possibili per le capacità imprenditoriali: A, produzione di nuova ricchezza (produttivi); B, accaparramento della ricchezza esistente (improduttivi); C, accaparramento e contemporanea distruzione di ricchezza (distruttivi). In Italia, se seguiamo il filo logico dei nostri autori, molte energie imprenditoriali hanno preso la strada B (rendita immobiliare, monopolio radiotelevisivo, autostrade) o la strada C (mafia, camorra, P2, criminalità finanziaria). E siccome non vogliamo porre limiti alle possibilità umane, nulla vieta che la mafia si allei con la rendita immobiliare, o che ricicli i propri proventi in uno dei tanti rivoli della imprenditorialità improduttiva. Ciò detto, non dimentichiamo il punto di partenza: l’esito dipende dalle istituzioni. Ovviamente nessuno può negare la “colpa” del mafioso, o non vedere la scelta riprovevole del corruttore e del monopolista. Le scelte individuali restano, e vanno giudicate. Ma in una analisi storica si devono anche cercare cause più profonde. Chi ha favorito, permesso, avallato, auspicato le istituzioni (leggi e decreti, costumi, cultura) dentro le quali gli imprenditori improduttivi e distruttivi hanno prosperato e si sono riprodotti?

Tentiamo, a mo’ di verifica, un esame un poco approfondito degli anni Settanta. Onado e Modiano sposano in pieno la tesi sostenuta da Scalfari e Turani nel famoso Razza padrona (1974): una classe di intermediari e faccendieri, incistata nelle grandi aziende statali e locali, fa man bassa delle risorse pubbliche a vantaggio un po’ dei partiti, un po’ di sé stessi. “Se il saccheggio si fosse prodotto in un paese guidato da una classe dirigente moderna e pulita – dice Scalfari e ripete Onado – esso sarebbe stato troncato sul nascere. Attecchì invece fino a diventare un connotato permanente della vita nazionale”. La faccio breve: è proprio nell’intreccio perverso fra aziende di stato e politica, concludono i nostri autori, “che vanno cercate le cause del declino di Montedison e dell’intera chimica italiana”.

Ma non è finita. La razza padrona non è la sola deviazione dalla retta via. C’è il problema della mafia. Andiamo ora a vedere i lavori della Commissione parlamentare antimafia del 1976. Modiano e Onado citano ampiamente la relazione di minoranza, scritta da Pio La Torre e altri. Un documento che parte dall’analisi gramsciana della storia italiana, cioè dal blocco storico formato da industriali del Nord e agrari del Sud (il famoso baronaggio). Poiché la mafia fa gli interessi del baronaggio, dice La Torre, entra anch’essa nell’accordo: “La mafia è un fenomeno di classi dirigenti (p. 569); “I membri della mafia rappresentano una sezione nient’affatto marginale delle classi dominanti, i cui interessi, appunto, possono anche entrare, poi, in contraddizione, nello svolgimento dei fatti, con aspetti dell’attività della mafia stessa” (p. 570). Nel libro non si riporta un giudizio di La Torre che a me pare molto in linea con la tesi degli autori: il blocco storico di cui sopra viene definito, a p. 570, un “patto scellerato”, del quale fu protagonista il partito moderato di Cavour. Secondo questa lettura, le scelte sbagliate delle nostre classi dirigenti vanno ben più indietro della seconda guerra mondiale. (Fra parentesi, vorrei notare che un identico patto scellerato fu siglato dalle truppe americane con i capimafia nel 1943). La collusione Stato-mafia continua poi con Andreotti (si cita la sentenza della Cassazione in merito ai reati commessi Andreotti prima del 1980 e caduti in prescrizione, nei quali si configura una “concreata collaborazione… con i vertici del sodalizio mafioso”) e prosegue con Berlusconi e Dell’Utri (condanna di Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Nonostante la grande attenzione mediatica per queste vicende, la storia finisce male. I nostri autori concludono così: “L’effetto sull’opinione pubblica è stato transitorio e la resilienza della parte peggiore delle classi dirigenti superiore a ogni aspettativa”. Il che – mi permetto di suggerire – fa pensare che non tutto dipenda dalle classi dirigenti, e che la cultura diffusa nel paese, la quale permea tutte le classi, abbia qualcosa a che fare con la inaspettata “resilienza” dei cattivi.

Alla fine di questo lungo giro devo tornare alla mia critica iniziale, quella sul peso eccessivo dato alla crescita del Pil. Negli anni Settanta già si prepara il declino economico italiano. Finito il miracolo economico, di per sé fragile e male impostato, i nodi vengono al pettine. E si mostra con tutta la sua forza minacciosa il connubio fra politici reazionari, imprenditoria improduttiva e imprenditoria distruttiva: Sindona, Calvi, collasso del Banco Ambrosiano, P2, attacco alla Banca d’Italia (fra parentesi, leggetevi la recensione di Boatti al libro di Beniamino Piccone su questa brutta faccenda, proprio qui su Doppiozero). Tutto vero. E l’analisi di Onado è molto profonda, va oltre il riassunto delle cose già note (il tema centrale è: “commistione fra i vertici della democrazia e i vertici dell’eversione”). Forse, però, non dovremmo dimenticare che proprio in quegli anni Settanta così tristemente famosi – terrorismo, assassinio di Aldo Moro – in quegli “anni di piombo” si fecero passi storici per il progresso civile del nostro paese. Primo, nel 1975, la riforma del diritto di famiglia. Sparisce la figura arcaica del “capo famiglia”, parità fra uomo e donna, parità di diritti per i figli nati fuori dal matrimonio. Secondo, nel 1978, la riforma sanitaria. Diritto alla salute per tutti: la medicina al servizio del popolo; chiusura dei manicomi. Conquiste civili, certo, ma cariche di significato economico. Perché la parità fra uomo e donna, in ogni ambito sociale, favorisce la partecipazione delle donne alla vita produttiva. E perché un popolo in salute (dentro e fuori i luoghi di lavoro) contribuisce all’economia con meno ansia e con più energia.

In qualche modo dovrò concludere questo mio ragionamento che sembra puntare in direzioni a volte opposte. Onado e Modiano hanno ragione da vendere. La condanna della classe imprenditoriale e della classe politica è ben fondata. Le prove sono schiaccianti. Credo, però, che sul banco degli imputati debbano trovare posto anche altri. Il che alleggerisce (sia pur di poco) la riprovazione morale. Per quanto riguarda il benessere, la qualità della vita nel nostro paese, la situazione è forse migliore di quella suggerita da un’ottica che idealizza oltremisura il valore del Pil. Il Pil, diceva giustamente Stefano Fenoaltea – un formidabile storico economico che ci ha lasciati qualche anno fa – è un mero costrutto culturale, una cosa inventata in un certo momento storico da alcuni economisti americani per monitorare l’andamento di breve periodo dell’economia americana. Usare il Pil per classificare i paesi in termini di performance o di benessere, è lo stesso che usare una mazza da muratore per aggiustare un orologio. Robert Kennedy, pochi mesi prima di essere assassinato (18 marzo 1968), disse in un memorabile discorso tenuto all’Università del Kansas (che fu presto dimenticato): “Il nostro Prodotto Nazionale Lordo (il Pil di allora) vale oltre 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel Prodotto Nazionale Lordo include l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e pure le ambulanze che trasportano i cadaveri delle stragi autostradali. Include le porte blindate come le carceri costruite per quelli che cercano di sfondarle. Non include la salute dei nostri figli, la qualità della loro educazione o la gioia dei loro giochi. Non include l’intelligenza dei nostri dibattiti o l’onestà dei nostri funzionari pubblici. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”. Dobbiamo migliorare, è indubbio, ma assicuriamoci di avere gli indicatori giusti sul nostro cruscotto.

In copertina, fotografia di Francisco.

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