Latronico e il cantiere delle illusioni

4 Novembre 2026

“‘Lina,’ mi dicevano le amiche ‘ma come fai? Come puoi sopportare che degli sconosciuti vivano nelle tue stanze e ti rovinino la mobilia, soprattutto quando hai i soldi per essere indipendente?’. La mia risposta era sempre la stessa: ‘Chi viene a pigione da me non è un pigionante,’ dicevo. ‘È un ospite’”.

Scommetto che qualcuno in questo botta e risposta si sta riconoscendo e sorride di sé, chi più amaramente chi meno, quando insieme trafelato e renitente, onusto di raccogliticci effetti personali, fuoriesce dalla propria diletta casa per lasciarla ai guests Airbnb, oppure, anzitempo in tenuta da giorno, li incrocia in cucina a colazione. Ma Lina è Fräulein Schroeder, che “prima della Guerra e dell’Inflazione era relativamente benestante. Andava in vacanza sul Baltico e aveva una cameriera. Vive qui da tre decenni e adesso prende pigionanti. Cominciò perché le piaceva avere compagnia”.

Non fosse per i desueti pigionanti e le cameriere, tramontati a favore di un lessico più asettico o politicamente corretto, e per la polverosa mobilia che ora in inglese si liquida come brown furniture, la scenetta è molto contemporanea. Invece risale giusto a un secolo fa, alla Germania prehitleriana di Christopher Isherwood, ed è contenuta in un racconto di Addio a Berlino (Adelphi 2013, traduzione di Laura Noulian).

Berlino, e la Germania, sono lo sfondo anche di molte delle storie di Vincenzo Latronico, e anche alcuni dei suoi protagonisti fanno a cent'anni di distanza come Fräulein Lina: Le perfezioni (di cui ho scritto qui, appena ripubblicato in tascabile da Einaudi) si apre proprio con Anna e Tom, la curatissima coppia di creativi espatriati, che preparano la casa per lasciarla ai guests, mondandola da ogni intrusivo residuo di vita vera, personale, nella ricerca di una versione editata e patinata del tutto che finisce per contagiare e mangiarsi anche le persone e i rapporti, perfino quelli sessuali. Ed è sempre su scene di ospitalità, o meglio di “hospitality”, che il romanzo si chiude, con i due che, ormai esausti dell'autoesilio intermittente berlinese che permette loro di sostenere i nuovi costi della mecca giovanile di una volta, optano per la gestione di una masseria-agriturismo-boutique hotel in Puglia. Gestione che già al primo fine settimana mette a prova durissima il loro sogno idillico. Come finirà questa débâcle annunciata, ma sapientemente nascosta dal filtro delle foto postate urbi et orbi e spedite agli amici al nord, non si sa.

i

In qualche modo un sequel delocalizzato Latronico ce lo offre ora con Una splendida rovina – titolo perfetto per più ragioni – appena pubblicato da Einaudi. Anna è ora Elsa, efficientissima organizzatrice di eventi figlia della borghesia tedesca, e Tom non ha nome, ma è un italiano traduttore, che vive “in giro” per Berlino e per l'Europa, grazie allo zoccolo non così duro degli affitti di un bilocale con mutuo a Milano, e a “lavoretti” vari (the gig economy!). In tempi non così lontani, prima che lo slittamento semantico verso il precariato diventasse troppo scoperto, li si sarebbe detti due free-lance. È proprio la loro flessibilità a far sì che si possano incontrare in una sorta di residenza artistica / comune un po' anarcoide che li ispirerà e li condurrà appunto alla loro rovina. Ma cos'è questa rovina? Siccome “ogni storia è una storia di case”, ci avverte Latronico, è innanzitutto una magione. Una magione immensa, ottocentesca, di quarantasei stanze, non una sola abitabile. La coppia insomma ha a suo modo delle ambizioni: non è, il loro, il sogno di due cuori e una capanna, della “casa molto carina senza soffitto senza cucina” di Sergio Endrigo (e che in effetti stava in Via dei Matti Numero Zero!). L'obiettivo – condiviso a parole, nelle dichiarazioni iniziali accese dalla benzina drogata dell'innamoramento, ma su cui il lui della coppia nutre molto presto, già prima della compravendita, dubbi e timori – è ricreare una comunità. In qualche modo, portare fuori Berlino, lontano dalla metropoli che non lo consente quasi più, il “villaggio” che in fondo quasi tutti anche nelle città grandi cerchiamo, e che è stato fino all'altroieri – prima di Amazon, delle casse automatiche, della moria delle edicole, della mobilità frenetica – la dimensione così viva dei quartieri. Lontano dove? In questo caso, in Pomerania, un nome che a me per qualche assonanza che non so rintracciare evoca già di per sé un'atmosfera fiabesca, o da saga nordica, insomma da carta geografica fantastica.

Il motore è il disincanto verso la città che non è più se stessa, già protagonista del libro di Latronico La chiave di Berlino – mi viene in mente un titolo che descrive la parabola simile di un'altra città-mito: Vanishing New York. How A Great City Lost Its Soul, di Jeremiah Moss, con quel “vanishing” in cui c’è tutta l’incredulità e l’impotenza davanti al suo improvviso dissolversi. “Ciò che ci aveva attratto di Berlino stava scomparendo, come era scomparso da New York e Londra e Parigi nel corso del Novecento, e persino dalla Milano in cui ero cresciuto,” ci racconta il narratore. La sua e di Elsa è insomma più la ricerca di una soluzione che una forza propulsiva spontanea. Non vogliono cambiare il mondo, com’era nelle comuni di una volta (pure dure a durare), e neanche sono animati da un anelito spirituale al romitaggio nella natura: il loro obiettivo è una vita-rifugio per sé e i propri amici, solo più a misura delle loro tasche, e che sfugga alla solitudine dello sfilacciamento del nuovo tessuto urbano.

La vita cercata, e i passi per realizzarla, si rivelano però una chimera. La ristrutturazione li sovrasta da ogni punto di vista, e a ogni crepa fisica si apre un crepaccio nel rapporto; la natura non è così amica, tra funghi-termiti e collinette che ammantano discariche abusive d'amianto; la ricerca di una comunità autentica con gli autoctoni è problematica e piena di trappole (ho pensato al bel film di Giorgio Diritti Il vento fa il suo giro); il tentativo di costruirne una nuova cooptando altri transfughi che via via si affacciano nel romanzo cozza contro differenze caratteriali, aspirazionali e di portafoglio. Latronico registra via via l’abbandono di ognuno di loro in maniera esplicita, come nelle note di un copione: “da questa storia esce così”. Un modo di sottolineare come in fondo quel progetto fosse per i protagonisti una sorta di personale auto-fiction nel futuro, com’era per Anna e Tom delle Perfezioni l’allestimento curatoriale del presente.

i
Vincenzo Latronico, fotografia di Bengt Oberger - Wikimedia Commons.

Perché questo è un altro tema che innerva il libro: la capacità, variamente declinata, di mentire a se stessi. Da da un lato, mentre le cose succedono, inseguendo la costruzione di un'immagine di sé, attraverso consumi e abitudini che più che riempire “stili di vita” insistono con intenzione sullo “stile di una vita”. Abitudini che comprendono una ricerca di autenticità che a Berlino e altrove prende la forma di oggetti e servizi: tote-bag di juta, matcha, parrucchieri vegani e sedie spaiate; è l'ossimoro di una genuinità e spontaneità con il bollino vendute spesso neanche tanto a buon mercato, ma capaci di far sentire dalla parte giusta. E il desiderio di campagna dei due pare un prodotto dello stesso sistema: oltre che dell’oggettivo aumento di prezzo al metro quadro urbano, anche di un modello di naturalità preconfezionato, in cui trasportare, grazie all'online, le abitudini e anche le frequentazioni con una qualità della vita più alta, in un'utopia del tutto privata. Un po’ come nella colonizzazione dei piccoli borghi di cui si era vagheggiato durante il covid – anche se è vero che una “fuga dalle città”, come titolava ad agosto scorso uno speciale del Sole 24 Ore, potrebbe essere in qualche modo in atto.

Della capacità di mentire il narratore avverte dalla prima riga. “È quasi tutto quasi vero” è la dichiarazione di una (auto) finzione in prospettiva e retrospettiva. In prospettiva, perché è captando e quasi inventando segnali propizi e allineamenti astrali che i protagonisti finiscono per lanciarsi in un gioco che non conoscono, proiettando a forza i propri desideri negli altri. Lui arriva a improvvisarsi velleitariamente muratore, carpentiere, elettricista; ed è significativo che le pagine che registrano il lavoro manuale, l'apprendimento di tecniche, l'impegno fisico del protagonista traduttore-manovale siano le uniche rasserenanti: in quell'adesione alla fatica si sente finalmente un'adesione alla realtà, ed è una boccata d’aria fresca per il protagonista e anche per il lettore. Ma come spesso succede nelle avvisaglie e fin nelle inconfutabili prove di fallimento, chi ci è dentro si comporta un po’ secondo il paradosso dello scommettitore, convinto che una bordata della sorte ne renda improbabile una seconda – ed esiste, chissà perché, anche un'esaltazione della coerenza con le scelte fatte anche quando è chiaro, intimamente e dal di fuori, che abbiamo toppato, e tradito la loro plausibilità o peggio noi stessi.

Allo stesso modo, anche la ricostruzione del passato è fallace: non solo soggettiva, ma mutevole nel corso del tempo, a seconda del momento in cui i tanti “io” che via via ci abitano si guardano le spalle. Di questa molteplicità di sguardo Latronico dà conto benissimo anche grazie al fatto che l'esito è annunciato fin dal titolo. Una splendida rovina è un romanzo che non si legge neanche in un momento per “sapere come va a finire”; si seguono le mute del protagonista, e anche del suo sguardo a posteriori, in uno sfalsamento costante di piani molto abile. È una narrazione che è quasi l'opposto del mantra delle scuole di scrittura “show don't tell”: aboliti, come in Le perfezioni, i dialoghi, è tutto un imperfetto descrittivo che dà corpo all'irrevocabilità di un continuum, all'impossibilità di imboccare quelle biforcazioni alternative che pure nel libro si aprono, come in fondo nelle nostre vite, forse addirittura un po’ ogni giorno. Dalle macerie del sogno, l’unica cosa che resta in piedi, alla fine, è il collabente villone. Come? Per non spoilerare troppo: grazie a una sofisticata epigona di Fräulein Schroeder, che la trasformerà in parte in suite Airbnb!

Leggi anche:
Elena Dal Pra, Gli spaesamenti metropolitani di Ayşegül Savaş
Elena Dal Pra, Voglio andare a casa. La casa dov'è?

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).