Fiducia alla “Fiducia”
È con una leggera suspense che si accolgono i neologismi e le parole dell'anno: estratti dai lessicografi dall'immenso e ribollente paiolone della lingua, hanno qualcosa di magico e di misterioso. Sono simboli dell'anno appena trascorso che paiono condensare in sé qualcosa del nostro passato, e volerci segnalare qualcosa del nostro futuro. Nei mesi che preludono alla chiusura del calendario, più che a farci pregustare un avvento, tendono ad avere un retrogusto di “bilancio”. Nella vita personale, uno chissà perché i bilanci tende a farli quando le cose vanno maluccio, quando ci si sente non solo un po’ giù, ma anche in fondo inadempienti rispetto alle aspettative proprie e altrui. Ecco, alla fine di questo 2025, non proprio un anno di cui il genere umano possa andare così orgoglioso, parecchie di queste parole-cartina di tornasole ci colpiscono, più che come lemmi, come le voci di un bilancio che ci insinua un inquieto imbarazzo.
Per l'Oxford English Dictionary, la parola dell'anno è rage bait: l'esca di rabbia, insomma l’interruttore di indignazione e zizzania che pare, in rete, sedurci come nient'altro. Con grande soddisfazione della broligarchy della Silicon Valley, per usare un altro neologismo, ossia i nostri neanche così dissimulati padroni. Al suo confronto, clickbait evoca uno stadio ancora ingenuo della social-izzazione del mondo, che già nel 2024 aveva condotto l’OED alla scelta come parola dell'anno di brain rot (marcescenza cerebrale). Non rassicura granché il Collins, con vibe coding, che definisce l'abitudine a programmare affidandosi all'intelligenza artificiale, in un gorgo di mancanza di controllo e opacità crescente. È anche da lì che viene l’AI slop incoronato dall'australiano Macquarie Dictionary: l'accozzaglia di contenuti di scarsa, nulla o mendace qualità generati dall’AI. Il Cambridge Dictionary opta per l'ambito relazionale: parasocial sono i rapporti, in cui ci si cala come se fossero autentici, con personaggi mediatici.
Tutti, senza eccezione, parlano di un futuro a cui non possiamo, o non tentiamo più nel nostro quotidiano di opporci; neanche dopo Snowden, Assange e il pandoro Ferragni. E tutti parlano dell'erosione della FIDUCIA, che invece viene eletta a parola dell'anno da Treccani (che nel 2024 aveva scelto “rispetto”): “l'atteggiamento, verso altri o verso se stessi, che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità”. Certo, solo a leggere questa definizione ci si sente un po’ precipitati in un altro mondo: quello del secolo scorso, sui cui ancora aleggiava lo spirito di (nonna) Speranza. L'immagine che ne emerge sembra pervasa da una quiete, da un senso di affidamento che riesce intimamente difficile rintracciare negli anni recenti. Eppure, come scriveva Michela Dall'Aglio recensendo Il rischio di fidarsi di Salvatore Natoli, “fidarsi è bene, non fidarsi… è peggio”. Come ci ricorda il filosofo svizzero Mark Hunyadi, Credere nella fiducia (Vita e pensiero, 2025) è necessario, perché è una precondizione mentale che precede ogni azione. Non è, insomma, solo un calcolo che decidiamo di attivare al momento di una scelta deliberata che ci potrebbe esporre a dei rischi specifici, oppure quando scegliamo la “temperatura” di certe relazioni interpersonali, o deleghiamo qualcuno che con più competenza possa rappresentare i nostri intendimenti di massima. E non costituisce nemmeno solo quello sfondo necessario agli scambi economici che ha decretato il successo del detto “trust is the new currency”, la fiducia è la nuova valuta.
Fiducia è piuttosto quel che ci fa agire sulla base di certe “aspettative di condotta”, in una automatica scommessa sul futuro. È forse il Devoto-Oli a rispecchiare meglio questa specifica visione, definendola come il “convincimento che qualcosa o qualcuno corrisponda alle proprie aspettative, motivato da una vera o presunta affinità elettiva o da uno sperimentato margine di garanzia”. Fiducia è insomma la disposizione mentale che ci consente di muoverci nel mondo: tra gli oggetti nel mondo fisico, confidando appunto che assolvano alle loro funzioni, che mantengano certe caratteristiche, che siano fatti di una certa pasta stabile; nei nostri sistemi sociali e istituzionali, contando che pur nel disaccordo non ci si discosti dalle regole condivise su cui poggiano; e con i nostri simili, che in larga parte per fortuna si attengono a linee di comportamento comuni, e che anche attraverso le loro espressioni non verbali ci comunicano e segnalano una verità. Negli ultimi anni questi ambiti sono stati attaccati da vari fronti. Con la pandemia, perfino il mondo fisico ha perduto quella evidenza naturale di affidabilità: insieme all’aria che respiriamo, anche una maniglia ha perso la sua quotidiana neutralità, e da oggetto utile, da strumento, si è per un tempo non così breve trasformato in minaccia. Ed è diventato minaccioso anche il corpo altrui, oltre ogni intenzione, costringendoci a schermare anche il viso, che spesso parla ancora prima che apriamo bocca.

L'interruzione violenta di questa fiducia è arrivata dopo un decennio in cui già si era scivolati verso la post-verità, in un mondo rappresentato più che vissuto: è l'epoca dell'“epistemia”, per usare un altro neologismo, in cui “la conoscenza si confonde con l'apparenza”, raccontata qui da Beatrice Cristalli e Walter Quattrociocchi. In questo scenario il presupposto di fiducia è messo alla prova di continuo – anche da questo, banalmente, il ginepraio di password verifiche e autenticazioni che ci attanagliano. Quasi a compensare la disintermediazione selvaggia dell’informazione (vedi l’articolo di David Bidussa, Quando l’emozione fa opinione), del commercio online, della sharing economy, ogni azione diventa mediata, normata in rigidi passaggi da sistemi che per la prima volta hanno sempre uno scopo recondito, oltre a quello che paiono soddisfare: raccogliere più dati possibili su di noi. Come fidarsi, dunque, di strumenti dietro i quali ci sono burattinai sempre più lontani – “gli architetti del controllo” della recentissima copertina di Time qui discussa da Paolo Benanti e Sebastiano Maffettone?
In questa faglia epocale l’AI si è inserita come un cuneo formidabile, come una leva che ha provocato un salto di dimensione. Così, ci ritroviamo a rimpiangere le vecchie bufale come ingenue, quasi simpatiche fole subito smascherate. Nel caso avessimo dei dubbi sui nuovi orizzonti: il nome scelto per l'app generatrice di immagini e video di OpenAi è Sora, in giapponese “cielo”. Da queste evoluzioni sono i nostri sensi a venire ingannati: la vista e anche l'udito, con voci piegate a qualunque lingua e contenuto. “L'ho visto con i miei con i miei occhi!” non vale più, e dall'”incredibile ma vero!” si è passati d’un balzo al credibilissimo ma falso – “l’ho letto sul giornale!” già da un po’ non lo diceva più nessuno, ti datava e faceva Novecento. Quando si parla poi di quel che l’AI confeziona con il linguaggio, per valutarne l'affidabilità si contano in genere le allucinazioni, gli errori, i buchi. Ma cosa succede invece quando quell'enorme potenza combinatoria di parole in larga parte rubate funziona, quando “fa giusto”? Ci può dire, allora, una verità? Che senso ha un enunciato senza soggetto, senza responsabilità, senza l'ancoraggio a un qualcosa di prelinguistico che è l'esperienza, il corpo? Che siamo noi, e il nostro cervello ancora così misterioso? Ecco: in questo contesto, che cosa può essere la fiducia?
Nel suo discorso al conferimento del Nobel, Han Kang si è soffermata sulla dimensione corporea del linguaggio; e Adelphi che l’ha pubblicato ha scelto un titolo ora più che mai importante: “Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti”. Così, la scelta di Treccani, che del linguaggio è uno dei custodi, in questo senso ci interpella radicalmente. Perché continui ad agganciare la nostra fiducia, ci vorrebbe, come auspicato altrove da Hunyadi, una “dichiarazione universale dei diritti della mente umana”.
Tutto ciò detto, come concludere, il 1° dell’anno, un pezzullo su questo tema è un bel busillis. Parole di fiducia, me le dovrei cavare di bocca con la pinza, e mentirei, tradendo la fiducia. Per fortuna, forse per qualche sinapsi attivata dalla parentela etimologica con “fede”, in extremis mi viene in mente il papa, che ha scelto il nome Leone XIV per affrontare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, in ricordo di Leone XIII che con la Rerum Novarum aveva affrontato quella industriale: che il ciel ci aiuti! Buon anno!