Leggere e rileggere. Conversazione con Michael Krüger

5 Maggio 2026

«Che cosa significa essere uno scrittore? Se non fossimo capaci di rispondere a tale domanda radicale potremmo inventare Michael Krüger». Così si aprono le motivazioni per il conferimento del Premio Internazionale Nonino 2025 a Krüger (1943), scrittore, poeta, editore tra i più importanti della scena contemporanea. È questo, infatti, soltanto l’ultimo di una lunga lista di riconoscimenti che l’autore, originario di Wittgendorf e attivo tra Berlino e Monaco, ha ricevuto a coronamento della sua attività di attento interprete della cultura contemporanea. Per la sua opera, Krüger ha ottenuto premi del calibro del Peter Huchel Prize (1986) e Mörike-Preis (2006), così come riconoscimenti che hanno messo in luce il suo ruolo di primo piano nell’ambito dell’editoria (tra i più recenti ricordiamo il Premio Cesare De Michelis per l’editoria, 2023). Lo scrittore tedesco è stato una colonna portante della prestigiosa Carl Hanser Verlag, che sotto la guida di questo grande direttore editoriale ha pubblicato più di una dozzina di premi Nobel. Un incontro, quello con le parole degli scrittori e dei poeti che ama, che Krüger coltiva anche nella propria di scrittura: non è raro, leggendo le sue pagine, imbattersi nei grandi del nostro tempo e dei tempi passati – da Leopardi a Kafka, da Pascal a Tolstoj. Krüger è autore di vari testi in prosa tradotti in italiano, da Perché Pechino (Einaudi, 1987) ai due più recenti, pubblicati entrambi da La nave di Teseo, cioè La casa dei pazzi (2020) e Il dio dietro la finestra (2024). Quanto alla poesia, varrà la pena ricordare almeno le traduzioni Di notte tra gli alberi (Donzelli, 2002), Poco prima del temporale (Frassinelli, 2005), Il coro del mondo (Mondadori, 2010) e Spostare l’ora (Mondadori, 2015). Voce di riferimento del panorama germanofono, Krüger è anche attento alle istanze provenienti dalle letterature straniere, compresa quella italiana, che ha tradotto o contribuito a far tradurre (tra i molti, Giuseppe Ungaretti, Cesare Pavese, Eugenio Montale, Dino Campana). Per la cultura italiana ha sempre mostrato un occhio di riguardo – pensiamo almeno al prestigioso Petrarca Preis, che ha contribuito a fondare; o alle pagine dedicate a Giovanni Segantini (Über Gemälde von Giovanni Segantini, Schirmer/Mosel, 2022). Di tutto questo – poesia, traduzione, pittura, editoria, ma soprattutto di libri – Krüger è recentemente tornato a parlare in un’intervista che ci ha rilasciato a Berlino…

Emma Pavan: Quando ci siamo incontrati l’ultima volta a Roma, mi ha parlato di una lista particolare: cento libri da rileggere, l’idea mi ha colpito molto. C’è differenza tra il pensare vagamente che ci piacerebbe rileggere qualcosa che ci ha segnato, e il trasformare questo desiderio in un programma? Quando ha pensato per la prima volta a questa lista?

Michael Krüger: La lista è di per sé un piccolo taccuino che ho iniziato alcuni anni fa durante una grave malattia quando non ero sicuro che sarei sopravvissuto. Ho cominciato a pensare ai libri che avevo letto, a quelli che volevo ancora leggere e poi a quelli che mi sarebbe piaciuto rileggere. Come sa, leggere richiede tempo e non mi piace l’idea che la gente debba obbligatoriamente dedicare il proprio tempo alla lettura. Conosco persone che non hanno mai letto un libro negli ultimi vent’anni e sono tra le più rispettabili ed etiche che ho incontrato. Però, se si è appassionati di letteratura, deve esserci una sorta di lista immaginaria, deve esistere da qualche parte una lista che dica: è meglio leggere questo libro invece di quello.

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EP: E come ha stilato la sua lista? Quali idee l’hanno guidata?

MK: Se pensiamo in generale ai libri che vale la pena rileggere, ci sarà sempre qualcuno che, con le migliori ragioni, affermerà che un testo meriti più di qualsiasi altro. Ma la lista di cui stiamo parlando è diversa, è una liste imaginaire, non reale, e penso che ognuno debba crearne una propria. Esistono già dei lavori sui “cento migliori libri della storia della letteratura”, come quello di Cyril Connolly. Lui, ad esempio, non si sofferma particolarmente sull’area tedesca. Quando ero giovane l’ho incontrato e gli ho chiesto di autori come Robert Walser o Günter Grass... Ogni lista, una volta scritta, è da considerare, in un certo senso, un “errore”. Tuttavia, se si sovrappongono mille elenchi e si confrontano i nomi che compaiono sempre, si otterrà una sorta di “lista di base” in cui probabilmente ci saranno sempre Dante o Shakespeare; non esiste lista senza Shakespeare. Se pensiamo, ad esempio, alla storia del sonetto, ci sono tre o quattro nomi ricorrenti, e anche se qualcuno sostiene che Petrarca sia più importante di Shakespeare (o viceversa), tutti saranno d’accordo sul fatto che il secondo debba far parte della lista. Ma questo, come dicevo, è solo un tipo di lista. Poi ce n’è un altro, che è totalmente diverso…

EP: L’altra lista di cui abbiamo parlato a Roma?

MK: Sì, questa è la lista dei libri che ci hanno segnato personalmente più di altri. E posso dire, ad esempio, che alcuni dei libri di Georges Simenon mi hanno colpito perché leggendoli ho scoperto che era riuscito a creare in tre pagine un personaggio che non mi sarebbe mai più uscito dalla testa. Simenon ha la capacità di scrivere delle persone, ma so bene che probabilmente non è nel pantheon dei cento scrittori più importanti di tutti i tempi. Ci sono grandi libri che ammiro, che ho letto tre, quattro volte, ma che potrebbero non rientrare in questo secondo tipo di elenco personale. E lo stesso vale per la poesia.

EP: Ritornare a leggere un libro una seconda volta, in una fase diversa della nostra vita, cambia ciò che già sapevamo di quel libro?
MK: Si leggono libri in modo completamente diverso nelle differenti fasi della vita. Se si è innamorati, si legge Madame Bovary in tutt’altro modo rispetto a quando si è sul letto di morte, o dopo un divorzio. Quando si è malati, quando si è anziani, quando si è innamorati, lo stesso libro è tutta un’altra cosa. La maggior parte delle persone, poi, non legge nella prospettiva dei filologi, o degli editori o dei critici: si tratta semplicemente di lettori che vogliono conoscere e vedere qualcosa che parli loro attraverso le pagine. Alla fine, facciamo una sorta di compromesso tra i libri che si devono leggere perché sono importanti e i libri che ci hanno colpito profondamente e ci hanno parlato. Per me, il primo romanzo del giovane Goethe è fantastico, e forse non è poi così letto, o almeno non come Dickens, Stendhal o Flaubert. Perché qualcuno dovrebbe farlo? Proprio questo è invece uno dei libri misteriosi della mia vita, che rileggo ogni due anni. Nella mia lista non ci sono molti romanzi che voglio davvero riaprire ancora e ancora, ma non ne ho mai abbastanza, invece, di leggere Balzac… Ogni volta che ho tempo, voglio qualcosa di Balzac. Ha scritto così tanti libri che si potrebbe non finire mai. Nella mia personale lista eterna di questi cento c’è ovviamente il nome “Balzac”, anche se nessuno potrebbe davvero dire che Le cousin Pons sia il suo miglior romanzo.

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EP: E ci sono autori italiani nella sua lista personale?

MK: Quando penso all’Italia del XVIII e XIX secolo penso alla poesia. I Promessi sposi sono ovviamente nella lista dei libri che ammiro, ma non in quella personale dei libri da rileggere. Ciò su cui vorrei tornare sicuramente è Dante, e spero che quest’estate avrò il tempo di farlo. La Commedia è uno di quei testi che possiedo in diverse edizioni e lingue, e che leggo in originale – ci sono così tante traduzioni e così diverse! Non ne ho mai abbastanza. E naturalmente rileggo ogni anno, anzi ogni mese, Eugenio Montale. Ho anche pubblicato i suoi testi in tedesco, ed è sullo scaffale dei libri che devo avere vicino a me: spesso tiro fuori una raccolta e leggo una, o due, o tre delle sue poesie. E poi rimetto il libro a posto, fino alla prossima volta.

EP: Rimanendo sulla poesia, qual è lo spazio riservatole in generale in questa lista?
MK: Penso che sia una questione molto personale, si può amare Celan e si può amare Hebel. Chiunque sia interessato alla letteratura ha centinaia di poesie nella propria mente e nel proprio cuore, che cambiano completamente da caso a caso. Tutti concordano sul fatto che Montale sia un grande poeta, ma se qualcuno dovesse scegliere le cento poesie della propria vita, forse non ci sarebbe spazio per lui, o per Giuseppe Ungaretti o per Umberto Saba. Nel mio caso, ad esempio, La capra di Saba è uno dei testi che amo di più. E sono abbastanza sicuro che potrei persuadere il “dio della lista” di cui stiamo parlando – dev’esserci un dio, un’istituzione che dice “sì, hai ragione, o no, hai torto”, e che deve ascoltare le mie argomentazioni – ad accettare La capra. Potrei convincerlo, dicevo, anche se sono certo che il signore che vive nell’edificio accanto a dove ci troviamo ora, se gli chiedessi se ha letto questa poesia, risponderebbe qualcosa come: «Che sciocchezze. Non conosco Saba e non mi interessano affatto le capre. Quindi piantala con questa storia!»

EP: Lei è molte cose, tra cui un editore. Ci sono libri che ha pubblicato che sono nella sua lista?

MK: Ci sono alcune poesie di Zbigniew Herbert, alcune di Tomas Tranströmer e di altre persone che ho conosciuto, le cui opere ho ritenuto meritassero di essere pubblicate. Ho “intuito”, come nel caso di Tranströmer, che ero di fronte a un grande poeta. L’ho incontrato e ho deciso. E amo molti autori dell’est – Ungheria, Romania, Macedonia. Per esempio, Nikola Madzirov, pubblicato in italiano da Crocetti. Come editore, ho in mente l’intera opera di questi autori, ma naturalmente ci sono due o tre di queste poesie che sono più di “alcune parole di Herbert”. Sì, ci sono alcuni componimenti nelle loro opere che sono molto più di questo... E appartengono alla più grande poesia del secolo scorso. È il caso anche di Miłosz, di Różewicz, di Zagajewski.

Quando sei un editore, vorresti pubblicare i libri che hai amato, ma per me non è sempre stato possibile dare lo spazio che avrei voluto a tutti gli autori e, inoltre, per gli stranieri, bisogna anche avere dei buoni traduttori. Sono stato fortunato con l’Italia, ho lavorato con una persona di Zurigo che era appassionata di poesia, e ho potuto pubblicare in tedesco Ungaretti, Montale, Giorgio Caproni. È fantastico incontrare questo tipo di persone, che sono in grado di capire cosa significa tradurre un testo poetico, una cosa niente affatto facile… Sono però anche felice di acquistare libri di altri editori!

EP: E che dire delle riviste?

MK: Per quarant’anni ho diretto riviste, era il mio lavoro nel fine settimana. Non stavo in un ristorante con una giovane di Verona, stavo seduto a casa a occuparmi di riviste! Era quella l’occasione migliore, per me, di pubblicare i poeti, i saggisti, gli scrittori che mi avevano affascinato. Ed era anche il modo più economico per imparare molto sulla letteratura. Nessuno con cui discutere, non era una questione di gusto comune, a contare era solo il mio di gusto! Posso solo consigliare ai giovani di fondare una rivista di letteratura, perché si ha l’opportunità di pubblicare e leggere ciò che piace, senza che nessuno possa interferire. Questo è il primo dei miei consigli.

 EP: E il secondo?

MK: Il secondo consiglio: come sa, tutti coloro che si sposano in questo paese ricevono anche una sorta di “libro delle nozze”, in cui gli invitati scrivono i loro nomi, per conservare il ricordo di questo giorno speciale. Penso che quando si hanno, diciamo, quindici anni, si dovrebbe avere un quaderno in cui lasciare traccia scritta di ciò che si è letto e amato. Tutti dovrebbero avere un tale piccolo libro… E alla fine, quando Dio chiamerà dicendo «ora è finita», allora, si dovrà restituire quel taccuino a un certo istituto, l’“istituto dei memoriali di lettura”. Immaginiamo che un luogo come questo esista, da qualche parte: la sua superficie sarà, ovviamente, enorme, e lì si potranno trovare conservati tutti i piccoli libri pieni di liste che le persone hanno composto in vita – o forse, quelli della prossima generazione lasceranno lì i loro smartphone… –, libri che costituiranno la più grande biblioteca di cose significative che sono state lette. Le ho già parlato di una delle mie raccolte di racconti preferita?

EP: Di cosa si tratta?

MK: È un libro di Danilo Kiš, L'enciclopedia dei morti. Kiš racconta di un archivio a Stoccolma, in cui sono registrate tutte le persone che non sono menzionate in nessun altro dizionario o biblioteca. Tutte le persone che sono state più o meno dimenticate. La narratrice, una giovane donna, si reca in Svezia per una conferenza e sfoglia questa enciclopedia alla ricerca di suo padre, trovando un fascicolo in cui è documentato tutto ciò che ha fatto in vita: il matrimonio, il tipo di sigarette che fumava... tutto. E poi, inspiegabilmente, da quelle frasi emergono anche l’odore e i colori che i ricordi evocano. È un’enciclopedia misteriosa in cui le parole fioriscono.

EP: Una delle domande che pensavo di farle era proprio questa: pensa che ricordiamo i libri come ricordiamo, ad esempio, gli odori e le sensazioni? Lo stesso meccanismo si attiva quando torniamo a certi testi come lettori? 
MK: Assolutamente sì. È stato Kiš a esprimere questo meccanismo in modo eccellente. Era un genio... Ha avuto una vita molto difficile, viveva a Parigi in condizioni precarie, mi chiamava scherzosamente “Deutsche Bank”… Uno dei più grandi scrittori del nostro tempo. L’idea dell’enciclopedia dei morti di Kiš è qualcosa a cui in qualche modo sto lavorando anch’io: sto scrivendo di poeti e scrittori che sono stati completamente dimenticati dalla comunità contemporanea. Nessuno li conosce più, nessuno li legge più, ma io penso che siano importanti. Almeno per me... C’è molto più di quanto pensiamo nel sottosuolo del subconscio della nostra esistenza, che è così influenzato da certe righe della letteratura. Ad esempio, «Mi illumino / di immenso»: nessuno da noi sa che è di Ungaretti, eppure tutti ricordano le parole: «Ich erleuchte mich / durch Unermessliches». Non si possono cancellare dalle loro menti.  È un qualche cosa che esiste solo in questa forma, che è impossibile scrivere in modo diverso e che è scolpito nella memoria delle persone come nella pietra. Può non piacerti, puoi dire che è troppo, ma non puoi sfuggirgli. E così è, per me, con La capra di Saba.

EP: In uno dei racconti del suo libro, Der Gott hinter dem Fenster [Il Dio dietro la finestra, La nave di Teseo], il narratore, uno scrittore, passeggia per le sale della Kunsthalle per dire addio ad alcuni dipinti, perché si è reso conto che probabilmente non tornerà mai più ad Amburgo. Dovremmo dire addio anche ai libri?
MK: Ho imparato da Julien Green a dire addio alle immagini, lo scrittore franco-americano che viveva a Parigi. Walter Benjamin scrisse la prima recensione del suo lavoro in Germania nel 1929, quando Green era ancora molto giovane. Io l’ho incontrato quando era molto anziano e sono andato con lui alla Pinacoteca di Monaco e, improvvisamente, davanti ad alcune immagini si è avvicinato... e ha sussurrato qualcosa... Gli ho chiesto cosa stesse facendo e lui mi ha risposto: «Sto dicendo addio a questi quadri perché è l’ultima volta che ci vediamo». Sono rimasto molto colpito. Era un modo molto bello di prendere congedo. 
Con le persone è diverso, anche se la tua famiglia si trasferisce molto lontano, a Tokyo o chissà dove, puoi telefonare. Ho alcuni amici che mi hanno chiamato per dirmi che stavano per morire… Un amico poeta mi ha telefonato mentre ero in Francia, ero seduto, guardavo il cielo senza fare nulla, e improvvisamente ho ricevuto una sua chiamata – davvero uno dei più grandi poeti tedeschi – per prendere congedo. Aveva il cancro e il giorno dopo se n’era andato. E lo stesso è successo con Jürgen Becker sei mesi fa: mi ha telefonato dicendomi che era la sua ultima chiamata, era troppo debole per scrivere una lettera, ma voleva dirmi addio… Ci conoscevamo da più di quarant’anni e mi ha detto: «È stato molto bello stare con te e voglio salutarti personalmente». Ma non si può chiamare un quadro del Prado, o del Louvre, o di un museo di Roma. Bisogna andare di persona, bisogna andare lì, starci davanti e dire, davvero, «arrivederci, questa è l’ultima volta». Questa è un’idea che mi piace molto e probabilmente è lo stesso con i libri: a 82 anni non puoi rileggere i mille libri che hai davvero amato. Ma puoi toccarli, puoi leggere la prima riga, o un certo capitolo… O anche solo un motto, o l’ultima pagina. È così interessante come inizia un romanzo! Qual è l’attacco, se le prime parole sono importanti o no… Alcune delle prime righe di Tolstoj sono nella mente di tutti e altre invece sono completamente dimenticate.

EP: Salutarli come degli amici…

MK: Quello che voglio dire è che se pensi che le immagini, la musica e la letteratura siano davvero parte della tua vita, allora devi instaurare con loro un rapporto, devi costruire un legame. Che è qualcosa di molto più complesso che il semplice comprare un libro o ascoltare un brano per poi dimenticarlo poco dopo. Se queste cose non ti hanno influenzato, allora sei perso. Ma se – e in Europa abbiamo questa tradizione – sei toccato dalle immagini e dai libri, come affrontarli? È molto difficile, ma credo sia possibile instaurare con loro un rapporto più profondo.

In copertina, Michael Krüger, Wikimedia Commons.

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