La musica filosofica di Maria Zambrano

25 Maggio 2026

Note di un metodo di Maria Zambrano (Edizioni degli animali, Roma 2026) inizia con queste parole: “Il fatto che a un libro si debba dare una forma definita è qualcosa che l’autore fa fatica ad accettare, anche se libro, alla fine, è necessariamente il nome del volume; ma fare un libro è anche cosa ben lontana dalla finalità di un pensiero che dovrebbe invece scorrere senza la pretesa di arrivare a una fine, a una o più conclusioni riassumibili in una dottrina. Il libro, nella sua mancanza di conclusioni o incompiutezza, dovrebbe anzi portare fino ai confini di ciò che, nella situazione attuale, si può intravedere come manifestazione di una conoscenza capace di integrare i saperi frammentari ai quali l’uomo, in particolare quello contemporaneo, è sottomesso”. (NM, p. 23)

Maria Zambrano, come precisa la traduttrice Rosella Prezzo nella sua attenta prefazione, sa esattamente come scrivere un libro senza la pretesa di “arrivare a una fine”. A chi le chiedeva di scegliere fra letteratura, filosofia e politica, Maria rispondeva in modo dubitativo: pur sapendo che la sua vocazione era la filosofia, non voleva svincolarsi dal legame concreto con le anime del mondo. Zambrano vive il limite trasformandolo in uno strenuo combattimento fra finito e infinito, in una febbrile fenomenologia del sentire. Pensa il libro non come un volume preciso, munito di pagine, di tema, di autore, ma come nota che scorre fra un libro e l’altro, fluire vitale che ne determina la vita contro il letale isolamento dei linguaggi. Il libro è una necessità interna, ma anche un oggetto incompiuto che talvolta non prevede un inizio e non è sigillato da una fine. «Si è dato il nome di esperienza a quel tipo di conoscenza, che, a mano a mano che viene assimilata diventa un sapere trasmissibile, anche se mai completamente. Si tratterebbe allora di rendere possibile l’esperienza propria dell’uomo: il fluire dell’esperienza; poiché l’esperienza, una volta resa possibile, fluisce inesauribile, come un’unità sempre più intima e compiuta di vita e pensiero...» (NM, p. 23)

Queste Note di un metodo non sono annotazioni a margine bensì note sulla musica della conoscenza. L’andamento discontinuo e rapsodico del pensiero di Zambrano, che traversa miti, scienze, parole, è molto chiaro proprio in questo libro della tarda maturità. La filosofa compone una sua partitura, che fra note e silenzi parla della fenomenologia del sentire, delle sue sospensioni poetiche. Affidarsi a un “metodo” non appartiene alla sua filosofia; al contrario, la volontà è quella di tracciare/trovare un cammino sinuoso, aperto, interrotto, dove il pensiero sia sempre sorgivo, immerso nella costante metamorfosi dei concetti: «Quel sentire che è un sentirsi, come una pulsazione che sonda le cose dall’altro lato, quel desiderio che ha consumato tanti spiriti creatori, è l’abisso vivente dell’altro lato. Che lato sarebbe, qualcosa di lontano o, al contrario, di vicino? L’altro lato nasconde il pericolo di non potere ritornare indietro sul lato in cui si sta. Che incubo per l’uomo, che oppressione dover andare nella stanza “a lato” per dispiegare un sapere – per esempio filosofico – da cui, una volta entrati, o ritrovandosi in esso, non poter più uscire”. (NM, p. 131)

Per Zambrano non c’è un sistema assoluto, filosofico o letterario che sia, a cui fare riferimento, se non quella “stanza a lato” dove ritrovarsi dopo l’esperienza dell’abisso. Un imperativo da seguire, un ordine da imporre, non hanno per lei nessun significato. Ogni traccia di conoscenza è il frammento di un percorso in cammino, un punto dentro l’intricata cartografia del sapere, dove nessun pensiero può ripararsi dentro la tradizione codificata ma è sempre esposto e sempre si mette in gioco. Rischio e pericolo fanno parte della sua ricerca conoscitiva, filosofica, letteraria. «Accade che quando ci interrogano, sia che siamo studenti o maestri, la prima cosa che si sperimenta è un sussulto, come se ci sentissimo colti in flagrante, come se avessimo trascurato, o quantomeno dimenticato, qualcosa». (NM, p. 115) Tra la domanda e la risposta si apre uno spazio vuoto, un arresto, una sospensione, quello che potremmo chiamare un silenzioso ammutolire. La sapienza, il sapere dell’esperienza, non è un territorio programmato, non ha né utilità né confini: è piuttosto una domanda radicale che mette le sue radici nel vuoto della mente, nell’errare del pensiero, nell’assoluto dei conflitti. «Il soggetto non si sente in pace, va errando, in una paradossale mobilità. Come nei sogni, si sente accerchiato, imprigionato, eviscerato. Non può pensare, poiché l’assoluto non gli concede pausa né respiro. È come una pietra che in sé non segnala nulla, oppure tutto, che in tale stato coincidono» (NM, p. 73)

Note di un metodo definisce in modo esatto la “musica filosofica” di Maria Zambrano, il suo errare fra mito e poesia, un errare che non conduce il lettore a un porto conosciuto ma che lo allontana da qualsiasi porto, privandolo di certezze e di traguardi, preparandolo all’inganno felice dell’immaginazione.

«L’immaginazione ingannatrice crea un arresto del fluire temporale intimo del soggetto, vale a dire della sua trascendenza, e in questo sta il suo maggior pericolo. Lo trattiene proprio sulla soglia della meta. L’incanto è la massima opposizione, poiché il soggetto rimane presto, impigliato, come può accadere a un pendolo che rimane fermo, immobile senza per questo smettere di essere un pendolo». (NM, p. 117)

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La scrittura esplora le molteplici vie dell’identità, le mille strade che traversano l’anima, per poi definirsi in una forma, in un libro, in un quadro. L’identità appare sempre come una formazione di compromesso, un rischio, una scommessa estrema. Il nostro io è la parte visibile dell’iceberg inconscio tellurico e instabile con il quale occorre confrontarsi. L’identità reale è essere il vaso conduttore di energie che lui solo sa restituire in quel modo. Come se un uomo, camminando in mezzo a una cascata, frastornato dal rumore assordante di milioni di particelle d’acqua, riuscisse a definire, a se stesso, il percorso di una o poche particelle, ma ognuna delle quali risentisse della vibrazione sommersa delle altre, inudibili e segrete. Thomas de Quincey scrive: «Che cos’è il cervello se non un immenso e naturale palinsesto? Il mio cervello è un palinsesto e anche il vostro, lettori. Innumerevoli strati di idee, immagini, sentimenti, sono caduti gradualmente sul vostro cervello con la stessa dolcezza delle luci. Sembrava che ciascuno seppellisse quelli precedenti. Ma nessuno, in realtà, è morto». Il poeta è mercuriale mentitore, fingitore, fabbricante di illusioni. Si mette all’incrocio di strade diverse – è ladro, messaggero, viaggiatore, testimone di una vita che fugge. Inventa, per fermarla, la scrittura e i suoi segni. Ma la scrittura è solo la forma stabile del nomadismo, la piccola illusione di conferire contorni precisi a un miraggio inafferrabile.

«...la verità ci è data prima della ragione. Da qui nasce l’irreprimibile speranza che alcuni nutrono che la ragione non sia un sogno, ma qualcosa di distinto da questo dar conto del prima, del dopo e dell’ora. In effetti è come se qualcuno ci dicesse di ritornare bambini; ma ciò va interpretato come un ritorno all’essere creatura, spersonalizzando la storia che si sta sostituendo al “sentire originario”, ormai imprigionato dalla ragione׃» (NM, p. 65)

Essere creatura è passione e dolore: ma la forma della passione – quella pausa musicale che talvolta ci sfugge – è restituita dalla sintassi della parola poetica. Talvolta ci si aspetta che un discorso sia coerente e una fantasticheria sconnessa, ma spesso è vero il contrario e ci troviamo di fronte al linguaggio disperandoci per le forme che deve subire e non immaginando che possano essere forgiate e modificate. Così, quando si annota un pensiero, in realtà si annotano alcune visioni che sembrano formare un sistema unico e coerente, ma che della coerenza hanno solo la struttura. La struttura non è solo chiarezza: è scambio di un’oscurità consentita, sulla quale l’uomo ha deciso di intendersi senza battere ciglio, adattandosi alle tenebre. Alcune ricerche – filosofiche, matematiche, poetiche – isolano chi vi si immerge per la loro smisurata difficoltà. Questa prima solitudine può essere impercettibile: ma chi vi sprofonda trattiene per sé quanto crede faccia parte della propria essenza e cede agli altri solo quanto ritiene inutile al suo disegno. Una parte della sua mente può applicarsi a rispondere ma, se l’isolamento diventa più netto, lo obbliga a ripiegarsi ancora di più dentro di sé, rifiutando ogni contatto: si forma per reazione una seconda solitudine, più profonda della prima, necessaria alla sua anima per rendersi segretamente, gelosamente unico, pronto allo stupore, all’inatteso. L’inatteso è la causa generale di ogni sorpresa. Ma ogni sorpresa è come una conchiglia: è un labirinto annidato in se stesso, attorcigliato a spirale verso un punto x, a cui possiamo pensare ma che non raggiungeremo mai. Se questo accadesse, si frantumerebbe il pensiero della conchiglia e lo stupore del caso, e avremmo una serie di rette lineari che riproducono un universo bidimensionale ma disorientato, senza guida. «È proprio della guida non dichiarare il suo sapere, ma esercitarlo e basta. Essa enuncia, ordina, a volte indica soltanto. Non trasmette una rivelazione. Ordina il necessario, con la precisione indispensabile perché l’azione sia eseguita, senza dar troppo peso al fatto che sia compresa. La sua trascendenza deriva soltanto dalla sua attuazione». (NM, p. 41)

Quella trascendenza marchia la conoscenza, significa uscire “fuori di sé”, fuori dal caldo della pelle e delle passioni, per non essere più né numero né individuo ma suono disincarnato, libero dal timbro opaco che lo nascondeva, suono della voce che sale dal libro e in tutte le parole del libro. “Fuori di sé” è un territorio ancorato in modo diverso ai confini del sé. Chi scrive e pensa conquista il più delicato degli equilibri con la potenza dell’analogia. Il pittore, guardando una tela di Rembrandt, potrebbe prevedere il bue squartato di Soutine. Il poeta, leggendo un capitolo della Commedia, potrebbe immaginare le rovine della desolata Bisanzio di Yeats. Nulla si fa tutto e tutto nulla. Ogni giorno l’uomo si alza e si corica: giovane e vecchissimo, è pronto a ricominciare come a finire. Assume una posizione, fosse anche impossibile o disperata: quella di uscire da sé per poi ritornare. «Il cammino più adeguato, quello di cui l’uomo ha bisogno, è un luogo che sia “altro”, ma dal quale si possa uscire per ritornare allo “stesso”. Quando ciò si verifica non si è più propriamente nello stesso luogo; qualcosa è rimasto impigliato dall’altro lato, qualcosa che non si potrà mai riscattare» (NM, p. 131)

Alla Kunsthalle è esposto un quadro: Il mare di ghiaccio di Caspar David Friedrich. Grossi blocchi gelati, forse ispirati dalla visione della deriva nell’Elba, occupano tutta la superficie della tela. Sullo sfondo, appoggiato sui blocchi, compare un relitto. Il quadro si ispira alle spedizioni polari di due navi, l’Hecla e il Griper, che sparirono nei ghiacci del Polo. Maria Zambrano avrebbe potuto eleggere quel quadro ad allegoria di tutti i paesaggi che aveva visto e immaginato. Compito dell’artista è guardare quel ghiacciaio, scrutarlo sotto la superficie visibile per scoprire qualcosa di sempre diverso. L’esercizio del vedere e dell’immaginare inizia come una fiamma che dissolverà gli strati di ghiaccio con i turbamenti della meraviglia. «La meraviglia è stupore, lo stupore che si dà quando si scorge qualcosa di insolito, ma che è ancora più puro e fecondo quando si produce innanzi a qualcosa di già noto ma che, a un tratto, si presenta come mai visto». (NM, p. 103).

Un libro come Note di un metodo non è solo un libro, ma la testimonianza di una ragione filosofica che è molteplice e una, sorretta da quella immaginazione che esige visione e realtà unite nell’abisso della stessa musica.

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