Le rose di Maria Attanasio
Sulla copertina della nuova opera di Maria Attanasio, poeta e intrepida narratrice delle vicende minute che raramente approdano al racconto storico ufficiale, c’è una rosa a testa in giù, tenuta con grazia da una mano femminile poggiata con leggiadria sul pilastrino d’inizio di una scalinata. Poiché il romanzo si intitola La Rosa Inversa (Sellerio, 2026), si potrebbe pensare a una semplice tautologia, a una ripetizione in effigie. Tuttavia, a uno sguardo più attento, cominciano a farsi strada altre ipotesi, che tracciano fin da quel paratesto un percorso indiziario: la rosa capovolta di cui Attanasio scrive è una Rosa Inversa.
Perché quelle maiuscole? Si tratta di un fiore o di che altro? A chi appartiene quella mano? E perché, del Ritratto di Catherine Grey, Lady Manners dipinto da Thomas Lawrence nel 1794, si mostra solo quel minuscolo particolare, sradicato e astratto, irrevocabilmente accaduto? Che cosa, dietro e intorno a esso, non ci è dato vedere? Che ne è stato del contesto, spaziale e temporale, geografico e storico, in cui quel gesto si è compiuto? E se si trattasse di un enigma in codice, di una prova documentale da desecretare?
Ecco annunciato – da quel ‘bordo’ che sono il titolo di un’opera e la sua figurazione – il metodo analitico che l’autrice segue per disseppellire una vicenda storica precipitata nelle tenebre, resa forse volontariamente invisibile o troppo visibile, così da essere inghiottita nelle pieghe oscure del tempo e cancellata nella sua verità. Per Attanasio, come sappiamo dai suoi romanzi precedenti – da Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile (1994), a Di Concetta e le sue donne (1999), Il falsario di Caltagirone (2007), Il condominio di Via della Notte (2013), La ragazza di Marsiglia (2018), Lo splendore del niente e altre storie (2020) – la Storia è una tela squarciata o un mare in una notte senza luna. Invece di rivelare, omette e distorce, nasconde e traveste. Eppure è da lì, da quei vuoti o silenzi, da quelle lacune in bella vista che rendono presente un’assenza assumendola con arroganza notarile, ma anche da quegli spaesati e spesso manomessi resti, che per lei prende avvio l’avventura della scrittura e, per noi, della lettura.
Nel caso di La Rosa Inversa all’origine di tutto c’è la Relazione dell’enorme delitto, “un opuscolo di tre paginette con un settecentesco e accattivante frontespizio, scampato insieme a una parte del patrimonio librario e archivistico al devastante incendio della notte di carnevale del 1901”. L’autrice lo trova casualmente – siamo alle fine degli anni Novanta del secolo scorso – nella Biblioteca Comunale di Caltagirone, città di Sicilia che le ha dato i natali e dove tuttora vive, centro urbano dalla vaga forma di polpo, al crocevia tra occidente e oriente, in bilico tra alto e basso.
“Lo lessi subito”, scrive l’autrice in una preziosa ‘Appendice’ al romanzo. “E quella storia si insediò in me.” Già, perché, per Attanasio, “quel dettaglio di vissuto è essenziale per risalire – attraverso il meraviglioso paradosso della scrittura: la finzione letteraria – al possibile di una vita restituendo nome e parola al cancellato. […] essendo costitutivamente fondante per la mia scrittura narrativa che il personaggio prima di essere tale sia stato una persona reale in un punto esatto del tempo”.
La scrittura romanzesca non è dunque solo una ricostruzione storica basata su un’analisi accurata dei documenti restanti: è un appassionato atto di immaginazione, un’indagine ipotetico-deduttiva, un figurarsi il passato – che è territorio infinitamente più opaco e impervio del futuro – sovrapponendogli tutti gli accadimenti, le interpretazioni, i sistemi sociali, le ideologie che nel frattempo si sono succeduti. In questa operazione ad alto rischio rientrano anche i paradigmi culturali e i lessici e le strutture linguistiche, la politicità storica e la storia politica delle parole e dei sentimenti, la loro imperturbata tenacia e la loro costante volatilità. Il ‘paradosso della scrittura’ ha a che vedere con questo intreccio di temporalità teoricamente parallele. È la narratrice a far sì che si accavallino, stabilendo una sincronia o una catena causale tra il qui e l’altrove, il prima e il dopo, disassando le soglie cronologiche e scardinando il limine tra il parlato delle singole epoche, classi, aree geografiche e sociali – un parlato plurimo, mutageno, instabile – e lo scritto, che di quella screziatura non è mero riflesso o duplicato, bensì strumento di quadratura e regolazione.
Talora, come nel caso del barone siciliano Ruggero Henares, l’intellettuale libertario e libertino, fondatore della loggia massonica La Rosa Inversa, amico dell’alchimista Cagliostro e nemico del dogma gesuitico, che Attanasio mette al centro della sua ‘finzione’, la posta in gioco è il regime di verità che si accompagna – e come potrebbe non accompagnarsi? – alla narrazione storica ‘accreditata’. La scena è invariabilmente occupata da chi vince, ma chi vince può essere il perdente di ieri e viceversa. Sullo sfondo, o ancor più di frequente sotterrato, letteralmente risucchiato in un vortice di dismemoria, tutto il resto. Perché chi scrive la Storia, quella destinata ai posteri, sa che bisogna ‘espungere’ e, quando tale pratica si rivela insufficiente, cancellare. Se ancora non basta, vanno bruciati gli archivi, tolte di mezzo persino le tracce che potrebbero riportare alla luce il rimosso. In altre parole lo storico di professione, imparziale custode della Memoria, si trasforma in suo implacabile distruttore ed è lì che entra in campo la narratrice, consapevole che “ciò che resta scritto, non resta mai com’era”.
Mettendo a tema proprio l’atto di narrazione e il suo statuto, Attanasio ci seduce due volte: da un lato, con le sue persone/personaggi e i loro inquieti moventi, il loro mal di potere, le loro occulte manipolazioni o disciplinate rivolte; dall’altro, con la sottile trama di pensiero che affianca, come dal dentro fuori di un controcanto, le loro imprese. Sì, in questo romanzo della piena maturità, Attanasio narra e al contempo riflette sul potere nefasto o salvifico della Storia e delle storie, sulle tecniche narrative che inducono sudditanza e passività intellettuale e sui “libri senza movimento”, come li definisce René Char, “che entrano con scioltezza nei nostri giorni e vi fanno spuntare un lamento e aprono danze”.
Per finire, una notazione estremamente personale. Leggendo, sono tornata più e più volte all’indice del romanzo, come se qualcosa di non ben definito mi obbligasse a verificarne l’ordine, la struttura. Percepivo un ritmo, un andamento, uno schema che mi pareva musicale ancor prima che diegetico. Sì, mi sembrava – e lo dico con stupore – di ascoltare una sinfonia dai movimenti rigorosi, dotato ciascuno di un proprio inconfondibile tempo. Lo avvertivo, come quando si ascolta una sinfonia di Mahler, con tutti i sensi.
E così, a poco a poco, La Rosa Inversa si è svelata come una formidabile, non travestita, partitura musicale. Attanasio – che della Storia ascolta i rumori di fondo, i silenzi, le cesure, le fissurazioni – orchestra, collocando eventi e personaggi in un quadro compositivo dalla geometria esatta. Cinque movimenti: uno, due, tre; uno, due, tre; uno, due, tre; uno, due, tre, quattro, cinque; uno, due, tre, quattro. E un fragoroso ‘exit’: uno, due.
Quindi un ‘post factum’, a indicare che la storia non contempla la parola fine. Le sue pieghe, pur tornando su se stesse come le anse di un fiume, impercettibilmente avanzano, giacché da esse si dipartono linee di fuga che scompigliano il tempo a venire. Il tutto, immerso nel “mostruoso nero della Sicilia”, isola “esagerata e indecifrabile” finanche nel barocco di un lessico onomatopeico e sensuale che ci restituisce parole/suono incantate come draunara e ciuciulìo, della cui sparizione l’italiano contemporaneo soffre come di un’orfanità.
Che, tra i dodici titoli scelti dalla giuria del Premio Strega di quest’anno per annunciare la buona novella letteraria del nostro paese, La Rosa Inversa di Maria Attanasio trovi il posto che le compete.