Mathias Enard: malinconia ai confini dell'io
Era prevedibile che prima o poi Mathias Énard avrebbe lasciato l’alter ego per la prima persona. In Malinconia dei confini (Edizioni e/o, traduzione di Yasmina Melaouah), quadrilogia ispirata ai punti cardinali di cui è ora uscito in Italia il primo titolo, “Nord”, quasi interamente dedicato a Berlino, dove più volte ha dimorato, Énard assume per la prima volta la veste testimoniale per parlare dal vivo di sé e non più di personaggi costituiti come trasposizioni letterarie. Il suo è l’approdo naturale di un viaggio di ricerca dello spirito del tempo presente e insieme dell’uomo contemporaneo entro un’esplorazione condotta sia sul territorio che in hinteriore homini, prospettiva questa che ha determinato il cambio di casacca dall’alter ego alla prima persona come prova diretta di impegno civile.
Cambia lo sguardo, ma non l’approccio, giacché sin da Zona e poi in Bussola, come anche nell’ultimo Disertare (il cui matematico della DDR sembra preparare il terreno ai fantasmi del Novecento e alle ferite della Germania divisa che aleggiano in Malinconia dei confini), lo scavo nella realtà oggettiva e soggettiva – il panorama urbano e il contesto storico speculari al sentimento comune di resilienza e alla coscienza della circostanza individuale – è condotto simultaneamente a due mani spinte a cercare insieme un graal che spieghi il mondo e la vita: il limes cioè che divide l’hic et nunc dal semper et ubique, nell’idea che una grande città come un piccolo uomo non siano che elementi di una sola epistemologia fondata sul superamento dei confini reali e ideali che fanno la storia del mondo come pure la propria vicenda.
«I confini – ha detto l’autore in un’intervista in Italia – sono la frontiera tra l’io e la sua scomparsa». Più che limiti geopolitici, sono quindi porte gnoseologiche che separano la coscienza di sé dallo stato di alterità nel quale si cade una volta che vengano varcati anche controvoglia, momento in cui si perde l’identità, l’ubi consistam, per ritrovarsi in una condizione nuova il cui primo effetto è la malinconia. La quale è definita da Énard come “la presenza della morte nel cuore della vita”, ciò che possiamo comprendere come l’irruzione del malessere nel pieno del benessere: esperienza possibile quando attraversiamo le “linee invisibili che varchiamo senza speranza di ritorno” scrive il testo. Che precisa: “Ci sono momenti in cui, come un Paese lacerato di colpo dalla guerra, ci spezziamo, ci apriamo in due lungo una linea di faglia che preesisteva in noi, invisibile. Alcune frontiere diventano spacchi che ci separano da noi stessi”.
Queste frontiere, che si fanno fratture dell’io dentro il quale mettono la guerra interiore nella specie dello sdoppiamento di personalità, integrano la sindrome che Énard chiama appunto “malinconia dei confini”, stato mentale incombente di fronte a un fatto nuovo che segna un prima e un dopo. La cura è data unicamente da una pratica che ha virtù nascoste, sintetizzate da Kierkegaard nel suo celebre detto: “Non conosco pensiero così gravoso da cui non ci si possa allontanare camminando”.
È quello che fa Énard. Va a Berlino per trovare una cara amica che, colpita da un ictus, è stata ricoverata in un vecchio ospedale per tisici e ne ricava una profonda contrizione la cui ineluttabilità prova a elaborare andando in giro per la città, costatandone i cambiamenti nel tempo, evocando le grandi battaglie tra sovietici e nazisti, visitando musei e luoghi storici, entrando in librerie e in bar, ricordando precedenti soggiorni. Così facendo, prova a esorcizzare, sperimentandoli, i confini che hanno mutato in peggio e inaspettatamente la sua vita.
Camminare a piedi o viaggiare in treno come fa Mirkovic in Zona, a volte anche con la memoria alla maniera del musicologo Ritter di Bussola o ripercorrere la storia come Michelangelo in Parla loro di battaglie, di re e di elefanti, insomma muoversi nello spazio o nel tempo, costituisce l’anodino contro la malinconia con cui tuttavia convivere e che diventa compagna di vita.
Ricordare persone, luoghi, fatti, lasciandosi guidare dal proprio passo che misura la circostanza materiale, risponde a un metodo che trova in letteratura una precisa definizione, quella di “passeggiata dello schizofrenico”, fornita da Félix Guattari e Gilles Deleuze nell’Anti-Edipo in contrapposizione alla condizione del “nevrotico sul divano”: lo schizofrenico a passeggio si compenetra nel paesaggio, tende ad assimilarsi in un corpo a corpo nell’ordine naturale e per questa via supera la sfera esiziale dell’io della quale il nevrotico chiuso in casa è invece prigioniero.
Énard non richiama nel suo libro i due pensatori francesi, ma evoca il poeta Robert Walser che al meglio ha incarnato il tipo dello schizofrenico a passeggio, autore nel 1917 di La passeggiata, testo fondativo del teorema della camminata tra bambini, commercianti, alberi e nuvole con cui anche parlare, vista come viatico contro la minaccia del vuoto interiore.
Ecco allora qual è l’empusa che coonesta la malinconia di cui anche Énard è vittima. Il vuoto. Quello che lo scrittore scopre a Beelitz, sede dell’ospedale dove la sua amica è ricoverata e dove “gli artisti, i creativi che il mercato immobiliare convocava avrebbero vissuto anche loro, mi sembrava, l’esperienza di quel faccia a faccia con il vuoto. L’arte dei confini, dei limiti. In un luogo del genere non potevano fare altro che interrogarsi sulla propria cancellazione”. Il vuoto è ancora quello che coglie lo scrittore camminando: “Nella Berlino cupa e deserta sentivo ciò che mi perseguitava e si diffondeva in me. Era un’epoca di tragedie. L’ictus di E. era la più personale, forse, e non sapevo come sfuggire a quel vuoto. Berlino aveva cambiato colore”. Il vuoto è poi lo stato d’animo che Énard coglie in un profugo siriano suo amico, Rami: “C’era un tale dolore sul suo volto, e un tale vuoto dentro di lui, che mi bastavano come prove della sua sofferenza”.
Nella loro ricerca filosofica Guattari e Deleuze si rifanno a Georg Büchner, lo scrittore rivoluzionario e romantico morto giovanissimo che ha fatto in tempo a lasciare un breve racconto, Lenz, su un autore del Settecento amico e rivale di Goethe dalla vita sregolata e instancabile camminatore, nonché tenace fuggiasco e inguaribile squilibrato mentale. Il libretto è quello che nella notte fredda e piovosa di Berlino Énard compra nella libreria Büchner e porta in tasca per leggerlo in un bar e poter scrivere: “Come Lenz mi sembrava di essere perseguitato da qualcosa di orribile che cercava di agguantarmi”. E anche: “Quante volte si è scritto: ‘Affranto dal dolore, si lasciò alle spalle l’amata e se ne andò per le strade del mondo’. Di tutte le ragioni per iniziare un viaggio, la fine di un amore e l’esaurirsi di una passione sono forse le più potenti; e anche la follia che di colpo ti prende nel dolore. Non si sa da dove provenga la follia di Lenz. Si sa invece che ciò che lo tormenta è qualcosa di oscuro. Un mostro dentro di lui”.

Se Lenz è il suo breviario, Gli anelli di Saturno di W.G. Sebald ne sono il vangelo: di più, il modello-base dal momento che ne mutua non solo lo stile elegiaco, circolare, ipnotico, ma anche la grafica con note a piè pagina e foto in bianco e nero. Il senso di orazione laica che pervade il libro di Énard porta a pensare che se Sebald sottotitola il suo libro “Pellegrinaggio in Inghilterra”, lo scrittore francese potrebbe invece parlare di “processione in Germania”, tali sono l’accoramento, il raccoglimento e l’afflizione che lo accompagnano come in una celebrazione mistica.
Énard non ha però colto un significativo elemento comune in Gli anelli di Saturno e Lenz. Il primo comincia così: “Nell’agosto del 1992, quando la canicola cominciò ad allentarsi, intrapresi un viaggio a piedi attraverso la contea di Suffolk in East Anglia con la speranza di sfuggire al vuoto che si stava diffondendo in me dopo la conclusione di un lavoro piuttosto impegnativo”. Lenz si conclude invece con queste parole: “Il mattino seguente, con un tempo fosco e piovoso, arrivò a Strasburgo. Pareva del tutto ragionevole, parlò con la gente; faceva tutto come facevano gli altri, ma c'era un vuoto orribile in lui, non sentiva più alcuna paura, alcun desiderio; la sua esistenza gli era un peso necessario. – Così continuò a vivere”. Incipit dell’uno e desinit dell’altro dei due libri più amati fanno comunque dire a Énard: “‘Il vuoto che si stava diffondendo in me’. Ecco forse un altro modo di nominare il mostro che perseguita Lenz e che ci mette tutti in movimento. Quel che si diffonde in me. Il vuoto”.
I debiti di Énard sono tutti dichiarati, ma mancano quelli dovuti a Walter Benjamin e per lui a Charles Baudelaire, se non anche a Dante Alighieri, il primo a inaugurare la camminata di conoscenza del mondo. La flânerie del poeta di I fiori del male è un'esperienza intesa a disperdere nella folla il proprio dolore e lo sgomento, il flâneur essendo un io desideroso del non-io ghermito dallo spleen, quello spleen tutto baudeliariano che nell’autore dei Passages diventa una resa alla logica delle merci, una prova che non salva, dacché il flâneur non abita la città capitalista ma ne subisce l’impietosa crescita, rimanendogli come scampo la sola via d’uscita presa da Walser che, attraverso l’umiltà e il camminare, si salva dall’abisso che inghiotte Lenz e Baudelaire.
Analogo atto di sottomissione compie Énard sotto la guazza della malinconia indotta dal vuoto esistenziale che Berlino non gli cura ma gli aggrava. Cerca “una forma di dissoluzione dell’io nel paesaggio urbano” e cammina a tale scopo, nella coscienza di dovere affrontare confini, abbattere barriere, munito di un solo mezzo che ritiene il più adeguato: la letteratura. “La frontiera” scrive “è feconda di sparizioni; fertile in violenze; la letteratura cresce nel solco mortale, spunta dal carnaio come un papavero, un papavero da oppio dei poveri, capace di dare quella forma meravigliosa di oblio, quella forma sublime di oblio che è la memoria, che è un libro”.
Per Énard che guarda a Sebald, Walser, Jakob Lenz e Lenz, passeggiare e camminare si confanno alla letteratura, “proprio come d’autunno fantastichiamo sugli insetti che con il loro ultimo volo erratico da un fiore morente a un fiore morto e il loro ronzio terminale ci fanno pensare, scavalcando l’inverno, alla primavera che verrà. Vagabondare era il solo modo di esplorare i margini, le marche della letteratura e degli imperi, i campi dove riposano i guerrieri, letteratura dei limiti e poesia dei confini”.
Vale anche per la letteratura la legge di Virchow, antesignano anatomo-patologo secondo il quale tutte le cellule derivano da altre cellule. Così è anche per i libri e per tutti i testi scritti: prendono vita sempre dai precedenti. Per questa via Énard arriva a capire che “un’indagine sulla letteratura era un’esplorazione dei suoi limiti e del suo potere per me ancora molto vago sull’aldilà, su quel che si agita oltre la frontiera, quel che si intravvede nei territori dell’alterità, dell’immaginario”.
Tout se tient. E Énard trova un altro rapporto legato al camminare, quello con l’amicizia, giusto il principio espresso da Cicerone secondo cui l’amicizia si cementa passeggiando e in campagna. La ritirata degli italiani dalla Russia all’insegna del comune sentimento di solidarietà è stata per Énard segno di una “fraternità commovente”, motivo per il quale tra i migliori racconti di guerra di tutti i tempi figurano senz’altro quelli di Rigoni Stern, Giulio Bedeschi e Nuto Revelli.
Libro che non è romanzo ma diario di viaggio, saggio erudito, flusso di coscienza e reportage geopolitico, Malinconia dei confini si raccomanda come un anti-baedeker di spirito più peripatetico che odeporico per i motivi di riflessione che induce. Non ci sono dialoghi né invale una trama che proponga uno svolgimento. Si offre piuttosto come un lungo monologo interiore giocato tra osservazione e memoria al quale l’autore cede nel tempo di una notte. Il finale è in linea con la natura del discorso diretto libero che non ammette limite e confine. In omaggio a Tabucchi il libro si chiude con una frase tronca come fa Svevo in Corto viaggio sentimentale, senza nemmeno punteggiatura: a indicare che la camminata continua.