Polpi, farfalle e altri paesaggi

10 Aprile 2026

Nei fondali marini del Giappone vive uno dei paesaggisti più creativi fra i viventi. È un pesce palla, il Torquigener albomaculosus, che rotolandosi sulla sabbia crea dei mandala fatti di solchi, creste e sentieri larghi fino a due metri di diametro che hanno la funzione di ridurre l’impatto delle correnti e proteggere le uova. Sembra che le femmine scelgano il loro partner sulla base della bellezza, altri direbbero funzionalità, del disegno. Letteralmente, dalla bellezza dipende la sopravvivenza della specie.

Negli anni Venti del nostro secolo si è fatta strada un’attenzione agli altri viventi e non finora inedita nelle forme e nella forza di pensiero. Sembra essere il risultato di molteplici visioni che portano sempre più ricercatori ad avere uno sguardo ancora difficile da definire, ma certamente più complesso e ampio rispetto alle abitudini di pensiero del Novecento. A questo contribuiscono una più profonda consapevolezza ecologica, il drastico ridimensionamento del ruolo degli umani sulla Terra, il riconoscimento e superamento dello sguardo colonialista, l’ampliamento dei ruoli non più legati a una sessualità binaria, il sempre più frequente uso di parole con suffissi come post, multi, poli, nello sforzo di descrivere salti di qualità e quantità nella comprensione del reale e che vanno nella direzione di una complessità irriducibile in formule consolidate, anzi, verso una impossibilità da parte dello stesso linguaggio di descrivere panorami e paesaggi che hanno rivelato connessioni imprevedibili e imprescindibili. Haraway, Tsing, Latour, de Castro e in Italia Meschiari, Staid, Mancuso sono solo alcuni dei nomi che hanno contribuito a creare un terreno fertile su cui stanno crescendo idee e azioni di un possibile futuro.

Uno dei risultati nati da questo humus è il libro di Federica Andreoni Mescolanze e turbolenze, indagine sulle ricadute delle teorie multispeciste e postumaniste nel progetto di paesaggio, uscito per Armillaria nel marzo 2026, risultato di una ricerca svolta presso la Fondazione Benetton Studi Ricerche nell’ambito della X edizione 2024/2025 della Borsa di Studio sul Paesaggio per l’area tematica Progetto di paesaggio. Federica Andreoni inizia definendo l’idea di postumanesimo, che intende non in senso evolutivo, nessuna tecnologia che sostituisce il corpo, ma come “la messa in discussione del quadro teorico e filosofico che, a partire dall’umanesimo moderno, ha definito cosa significhi essere umani. In particolare, il postumanesimo critica la concezione umanista che pone l’essere umano come soggetto autonomo, razionale e libero, nettamente separato e contrapposto a una materia concepita come oggetto passivo della sua conoscenza e della sua azione.” In questa ottica, una prospettiva postumana significa riconoscere come l’umano sia implicato in una rete di relazioni, non un’entità separata e autonoma ma un nodo relazionale. Si dissolvono le note dicotomie soggetto/oggetto, umano/non umano, cultura/natura. Nel testo si parte dall’idea che “il vivere soggettivamente non è una prerogativa esclusiva dell’umano, ma una proprietà delle cose e di ogni vivente.”

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La prospettiva si amplia quindi sul non umano, o meglio, sul More-than-human, più-che-umano, espressione coniata dall’ecologista americano David Abram nel 1996 “per riferirsi a una ‘comunità allargata’, più ampia, che include insieme agli esseri umani anche le molteplici entità non umane che costituiscono il paesaggio locale: le piante e gli animali così come i venti e i modelli meteorologici che determinano la geografia locale, o le varie forme del terreno che conferiscono un loro carattere specifico alla terra circostante.” Sembra che finalmente la nostra cultura stia cercando coi propri mezzi di includere, comprendere, assimilare concetti che nelle culture “native” di molti popoli sono alla base stessa della visione del mondo e che spesso sono state sistemate nel termine-valigia “animismo”.

Federica Andreoni analizza una serie di progetti internazionali di paesaggio usando come metodo di lavoro tre luoghi dell’immaginario che illuminano i progetti di una luce radente che ne fa risaltare aspetti inediti. Il primo immaginario è quello del polpo. Questo animale non possiede un sistema nervoso centrale, ogni braccio ha un proprio cervello che avverte il mondo in modo autonomo. Nonostante questo, o forse proprio a causa di ciò, il polpo è uno degli animali più intelligenti che esistano e da qualche anno riscuote un notevole interesse in varie zone della ricerca contemporanea, dalla scienza alla letteratura. Nel 2015 la naturalista americana Sy Montgomery ne esplora l’intelligenza emotiva in L’anima di un polpo. Un viaggio sorprendente nelle meraviglie della coscienza, pubblicato in Italia da Ricca Editore nel 2018; alla coscienza di polpi e cefalopodi è dedicato Altre menti: il polpo, il mare e le origini profonde della coscienza, del filosofo della scienza australiano Peter Godfrey-Smith, uscito nel 2016 e pubblicato due anni dopo in Italia da Adelphi; all’immaginario del polpo è dedicato L’octopus e i suoi simboli, dello psicoanalista italiano Federico de Luca Comandini, uscito per le Edizioni Magi nel 2016, e chiudo questa breve carrellata con la gustosa Autobiografia di un polpo e altri racconti animali della filosofa della scienza belga Vinciane Despret, uscito nel 2021 e pubblicato l’anno seguente in Italia per Contrasto, dove l’autrice sviluppa narrativamente l’idea di Teroarchitettura che Ursula Le Guinn aveva proposto in un suo racconto del 1974. Tutti questi lavori girano intorno al problema della coscienza, cos’è, da dove deriva, come si forma. Il polpo non ha un cervello solo, sede tradizionale della coscienza per la nostra cultura, e andando oltre il regno animale il problema si complica, considerando che piante e funghi, altri temi principi di questi anni, non ne possiedono neanche uno, ma hanno in tutta evidenza una coscienza di sé e del mondo che li circonda.

“Come nel corpo del polpo, esistono progetti in cui non solamente si manifestano molteplici intenzionalità, ma in cui queste sono del tutto autonome l’una dall’altra. (…) Questo può accadere quando, per esempio, il principio fondante del progetto è quello di innescare un processo. Chi progetta, l’agency umana, compie un’azione che dà avvio a uno sviluppo che verrà poi proseguito da agency altre, le quali si comporteranno autonomamente.” Tra gli esempi di questo tipo di progetti, Andreoni propone The Same Gardens di Teresa Galí-Izard. Nel giardino della sua casa a Senan, in Catalogna, Galí-Izard scava una buca circolare di tre metri di diametro, dentro ne scava un’altra di un metro, raccoglie in un cumulo la terra rimossa e attende. Dopo qualche mese di buca e cumulo quasi si perdono le tracce fino a che un anno dopo l’operazione, un giorno di maggio “sbocciano dei papaveri, che prediligono i suoli smossi. Si dispongono in due bouquet scarlatti sul sedime della buca e del cumulo, tutti concentrati in quei due nuclei, attorno solo prato verde, e per il tempo della loro fioritura rivelano la presenza dei due protagonisti: uno scavo e un riporto. (…) Nel giardino di Senan il progetto è interpretato come innesco, generativo e paziente, l’attesa di una promessa che si va realizzando tra agency umana e quella più-che-umana. Le rispettive progettualità collaborano ma, proprio come i tentacoli di un polpo, ognuna non sa e non governa cosa né come l’altra si esprimerà.”

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La seconda categoria individuata dall’autrice è quella dei fasmidi. Sono insetti particolari che assumono la forma della pianta di cui si nutrono, riuscendo a passare inosservati. Ci sono progetti che tendono a sparire all’occhio, il cui fine è non creare differenze con ciò che li circonda, come accade nell’Allianz Arena di Günther Vogt, un giardino pensile su di un grande parcheggio circondato dalla brughiera a nord di Monaco. Il progettista lavora in modo che il tetto dell’edificio si confonda e si renda indistinguibile dalla brughiera creando un unico paesaggio naturale.

Terza categoria è la Farfalla/Elefante. Nella lingua Cherokee kamama significa farfalla, ma significa anche elefante perché le loro leggende raccontano che quando videro per la prima volta gli elefanti, pensarono che le loro grandi orecchie avessero la stessa forma di una farfalla e che fossero mammiferi che fingevano di essere farfalle. I progetti Farfalla/Elefante sono quelli “in cui le agency coinvolte si confondono in una commistione di intenti convergenti, una collaborazione talmente forte che è arduo riuscire a individuare e attribuire precisamente la responsabilità della configurazione all’una o all’altra agency.” Il progetto dello studio SCAPE per il Living Breakwaters a New York è un sistema di frangiflutti in ECOncrete, un materiale con valenze sostenibili che interagisce con le ostriche, abitanti storiche della zona. “La configurazione del sistema frangiflutti è dunque il risultato, sempre in via di svolgimento, della costruzione umana in stretta collaborazione con quella della popolazione delle ostriche, le quali ne proseguono la conformazione a partire dalla base fornita da SCAPE. Le agency delle ostriche e di SCAPE sono equamente responsabili e pienamente sovrapposte.”

Siamo all’inizio di una sensibilità nei confronti degli altri viventi che vede nel ruolo del paesaggista uno dei principali possibili protagonisti, perlomeno fra gli umani. Il progetto di paesaggio, per sua natura, ha sempre coinvolto altre specie, in particolare le piante, ma oggi la proposta è lasciare alle altre agency, come direbbe Latour, maggior spazio o semplicemente trattarle con più rispetto e consapevolezza, considerando il ruolo del progettista più come un organizzatore, un direttore d’orchestra che esegue una partitura solo in parte composta dagli umani. Il selvatico è irriducibile, e sinora l’abbiamo sempre combattuto, cercando di imbrigliarlo nelle nostre categorie. Riusciremo a decolonizzare la nostra mente per lasciare agli altri, viventi e non, quello spazio che abbiamo considerato come nostro di diritto almeno da quando, diecimila anni fa, abbiamo iniziato a modificarlo a nostra immagine e somiglianza?

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