La salute del pianeta

8 Gennaio 2026

Verso la fine della Seconda guerra mondiale un esemplare femmina del serpente bruno degli alberi si infiltrò fra le casse di una nave della marina militare statunitense e venne sbarcato accidentalmente su un’isola sperduta dell’oceano Pacifico chiamata Guam. Quarant’anni dopo, qualcuno si accorse che sull’isola era calato il silenzio. Le foreste, prima attraversate da innumerevoli canti di uccelli, erano diventate inspiegabilmente silenziose. Gli scienziati cercarono per anni inutilmente le cause e il mistero fu risolto solo quando la biologa Julie Savidge decise di smettere di concentrarsi solo sui dati di laboratorio e andò a parlare con la gente del luogo, scoprendo, fra i racconti dei nativi, la storia del serpente. Seppe così come fosse lui la causa dell’estinzione di dieci delle dodici specie di uccelli presenti sull’isola. La complessità del reale, la necessità di andare oltre le singole discipline per avere una visione sempre più chiara della realtà è alla base del concetto di One Health.

In One Health, Pensare le emergenze del pianeta, a cura di Vittorio Lingiardi e Isabella Saggio, uscito nel marzo 2025 per Il Saggiatore, Mattia Crespi, professore ordinario di Positioning e Geomatica presso la Sapienza di Roma così riassume: “il benessere collettivo sostenibile degli esseri umani, la loro salute, è intrinsecamente legata a quella dell’ambiente in cui vivono, con il quale interagiscono e sul quale hanno un significativo impatto, non solo su scala locale ma anche su scala globale, come evidenziato incontrovertibilmente dal cambiamento climatico; è quindi necessario affrontare il problema della salute collettiva degli umani e della sua sostenibilità in chiave interdisciplinare”. La definizione di One Health è del veterinario statunitense William B. Karesh che la utilizzò per spiegare la necessità di affrontare il tema della salute umana in relazione a quella dell’ambiente in cui vive. In quel caso si trattava di capire e risolvere il problema dell’epidemia di Ebola diffusasi in Africa centrale sia fra gli umani che fra i gorilla. Nel 2004 venne precisata nel corso della conferenza “One Worls, One Health” della Wildlife Conservation Society.

Già nel 1984 Calvin Schwabe, anche lui medico veterinario statunitense, aveva coniato il termine One Medicine per indicare l’interdipendenza della salute umana da quella animale e da quella dell’ambiente. Andando ancora più indietro incontriamo a metà Ottocento il patologo tedesco Rudolf Ludwig Karl Virchow, fondatore della patologia cellulare, che sosteneva che non esisteva una linea di demarcazione tra la medicina animale e quella umana. A ben guardare, l’idea che sta alla base di One Health è già contenuta nel termine ecologia usato per la prima volta da Ernst Haeckel del 1866, che la definisce come la “scienza dell’insieme dei rapporti degli organismi con il mondo circostante, comprendente in senso lato tutte le condizioni dell’esistenza”.

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Il libro si presenta come un insieme di testi di esperti di diverse discipline che danno al tema centrale diverse sfumature. Paolo Giordano, per esempio, parla delle Hiroshima Maidens, le ragazze sfigurate dall’atomica invitate negli USA per un intervento di plastica facciale. Il loro arrivo a New York suscitò grande curiosità, “c’era evidentemente il bisogno americano di redimere le azioni dell’agosto 1945, ma si trattava di uno scopo non dichiarato. Quello ufficiale era di restituire alle fanciulle sfigurate dalla bomba la bellezza perduta”. Il fatto mette in luce non solo il tentativo americano di mettersi il cuore in pace, ma un più profondo e personale fastidio nei confronti di chi è sopravvissuto a una guerra e ne porta i segni sul corpo. Il corpo deve essere integro. “Ma cos’hanno i reduci di tanto scabroso? Cosa c’è nelle loro ferite, in quelle visibili e in quelle invisibili, che ci risulta insopportabile, che ci spaventa? Verrebbe da rispondere: ci ricordano che la guerra è esistita, riattivano cattive memorie. Non è solo questo però. I feriti, i mutilati, i superstiti, i danneggiati ci ricordano qualcosa di peggio: che la guerra è normale. (…) Ma se in tempo di guerra siamo stati un corpo unico, e per un arto che pativa pativamo tutti, in tempo di pace siamo tornati divisi, indipendenti. Solo i reduci sono rimasti indietro, spina nel fianco della nostra tranquillità ritrovata. Adesso vogliono riportarci a forza alle nostre amputazioni, alle nostre cicatrici, mentre noi desideriamo solo un corpo intatto, pristino. Un corpo senza memoria né responsabilità, perfettamente liscio.” Giordano mette in relazione guerra e interventi di chirurgia estetica, notando come nell’anno dell’aggressione Russa all’Ucraina gli interventi siano aumentati nel mondo del 10%, “ma se il confronto viene fatto con il 2018 l’aumento di procedure estetiche arriva addirittura al 40%. Nel mondo, insomma, c’è una corsa alla correzione estetica. E fra i vari trattamenti quello in ascesa più rapida è il rigonfiamento del sedere.” Sembrerebbe anche uno dei tanti effetti collaterali dell’azione pervasiva delle immagini social. Solo una delle ragazze invitate negli Stati Uniti declinò l’offerta, si chiamava Miyoko Mastsubara. Prosegue Giordano: “i chirurghi plastici del Mount Sinai di New York avrebbero in quel modo ripulito anche la memoria collettiva. E questo, chi sapeva ciò che sapeva lei, non poteva accettarlo.”

Il libro si chiude con una riflessione di Telmo Pievani che parte da una domanda: “Come si comunica l’aggravarsi di una crisi ambientale in presenza di classi dirigenti, mass media e opinioni pubbliche in larga parte impegnate a rimuovere intenzionalmente l’evidenza del problema?” Negli ultimi mesi si è aggiunto un nuovo tassello a un già desolante panorama: tra gli effetti del riarmo invocato da più parti c’è un aumento dell’inquinamento a livelli impensabili che annulla e vanifica tutte le azioni messe finora faticosamente in atto per ridurlo. Pievani suggerisce che “quando comunichiamo iperoggetti come One Health, non dovremmo limitarci a sciorinare risultati, prodotti, dati, numeri. Sono essenziali, certo, ma quelli cambiano nel corso del tempo, si accumulano e vanno aggiornati. Ancor più importante è spiegare come si arriva a quei risultati, perché sono affidabili ed entro quali limiti: bisogna insomma raccontare anche i processi, cioè l’approccio scientifico, il metodo, la genesi di quei prodotti, la loro validazione.” È un discorso complesso irriducibile ai linguaggi di talk show televisivi e social, dove regnano regole differenti e incompatibili con la scienza perché procedono per polarizzazioni, estremizzazioni e uso di slogan. Secondo Pievani gli scienziati dovrebbero evitare di partecipare a eventi strutturati secondo queste regole e trovare altri canali. Pievani propone di ampliare, mescolare, ibridare i linguaggi della comunicazione della scienza con quelli delle arti. “In tal senso, l’universo One Health si presta molto bene, proprio grazie alle sue interconnessioni. Dobbiamo comunicare la scienza unendo la narrazione dei contenuti alla musica, al teatro, al racconto civile, alle storie, alle arti, alla letteratura, al cinema, ai visual, ai fumetti e alla grafica, cioè a quei linguaggi che toccano anche corde emotive profonde.”

A volte, quando mi capita di incontrare discorsi sulla salute, ho una sensazione di assenza, come ci fosse una zona delle azioni umane che sembra non essere presa nella dovuta considerazione. Nel 1979 uscì per l’editore Tusquet di Barcellona un breve saggio divulgativo del biologo evoluzionista spagnolo Faustino Cordón: Cocinar hizo al hombre. Il libro non venne mai tradotto in altre lingue, ebbe una certa diffusione fra gli intellettuali dell’epoca, ma pochi colsero la portata  dell’idea di base: secondo Cordón fu l’organizzazione necessaria alla preparazione del cibo che diede l’impulso decisivo e fondamentale allo sviluppo del linguaggio e di conseguenza al salto evolutivo che ci ha reso umani: cucinare ci ha fatto diventare uomini. Se ne accorse invece Manuel Vázquez Montalbán, che oltre ad essere l’autore delle avventure di Pepe Carvalho e aver ispirato il nome che Camilleri volle dare al suo commissario, era un valente gastronomo. Nel suo Riflessioni di Robinson davanti a centoventi baccalà, uscito nel 1995, Montalbán parte dal libro di Cordón per il suo elogio della gastronomia. E veniamo al punto. Che ruolo ha la cucina sul benessere e di conseguenza, sulla salute?

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È interessante notare che una delle caratteristiche peculiari dell’animale uomo rispetto agli altri è che l’uomo cucina. Ormai sappiamo come linguaggio e forme di comunicazione non siano solo nostre prerogative come non lo è la coscienza, presente anche fra le piante. La cucina no. Abbiamo animali che trasformano il loro cibo, ma quello che accade fra gli umani è sostanzialmente diverso. Ha certamente a che fare con la ricerca del piacere, come testimoniano anche i modi di dire popolari che associano spesso il termine gastronomo a gaudente, il godimento viene associato ai piaceri della carne, che sia mangiata o sperimentata in altro modo, ma fra i due godimenti quello legato alla cucina parrebbe più specifico dell’animale uomo.

L’insieme dei due, poi, è certamente una delle migliori esperienze che un umano possa provare. La domanda più pertinente è come mai di queste considerazioni piuttosto basiche non si trova traccia alcuna nei discorsi sulla salute e sul benessere, anzi, si trova spesso una neanche tanto velata condanna sia dell’uno che dell’altro. Possiamo pensare che millenni di educazione religiosa devota al dio unico, che sia ebreo, cristiano o musulmano, ci abbia reso ciechi o meglio, ipocriti, davanti a un dato che sembrerebbe biologico e naturale? Prima dell’arrivo sulla scena occidentale del dio unico le cose andavano diversamente, come testimoniano antichi greci e romani e come possiamo incontrare in altre culture sparse per il mondo.

Il fatto è che se partiamo dall’immaginario della salute come la intendiamo noi, necessariamente si parlerà di malattia, e quindi di cura e da lì in poi i territori del piacere saranno lontanissimi, quasi invisibili. Noi europei non siamo bravi come gli americani a trovare definizioni che improvvisamente sembrano inventare idee nuove intorno a cui aggregare zone che prima sembravano gironzolare per conto loro, ma possiamo ritrovare e ribadire, cosa necessaria ancor più ora che in passato, il nostro peculiare senso europeo della vita, in cui il piacere ha sempre avuto un posto centrale.

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