John Giorno senza confini

2 Marzo 2026

Poeta, performer, visual artist, buddhista praticante e attivista LGBTQIA+, John Giorno è stato uno dei protagonisti della scena artistica underground newyorkese, catturando perfettamente nel suo eclettismo la poliedricità e la riottosità che hanno caratterizzato per decadi intere questo peculiare contesto artistico. Giorno è stato uno degli artisti che più di tutti è riuscito a esprimere il potenziale transmediale dell’arte, legando la parola all’immagine, il gesto al suono, affermandosi come uno dei pionieri della poesia performativa e anticipando la rivoluzione artistica postmoderna che avrebbe travolto nel giro di qualche anno l’underground di New York. Tra il 1974 e il 1984, infatti, la scena artistica della Downtown New York non sarebbe stata soltanto testimone, ma anche motore attivo della transizione dal modernismo al postmodernismo. Uno degli aspetti centrali della trasformazione che investì la Downtown fu il desiderio, da parte degli artisti, di uscire dai confini tradizionali del mondo dell’arte così come era stato concepito fino ad allora. L’opera non era più vista come un oggetto autonomo, chiuso in sé, destinato a esistere esclusivamente all’interno di spazi istituzionali come musei e gallerie. Al contrario, si avvertì l’esigenza di rompere i limiti disciplinari, mescolare linguaggi (pittura, performance, video, installazione) e far dialogare l’arte con il contesto sociale, politico e urbano. Un altro elemento decisivo riguardava il ruolo dello spettatore. Se nel modernismo il pubblico era spesso considerato un osservatore esterno e passivo, nel clima postmodernista la sua funzione venne profondamente rivalutata. L’audience divenne parte integrante del processo artistico: la partecipazione, l’interazione e l’esperienza diretta contribuiscono al completamento dell’opera. L’arte non è più solo qualcosa da guardare, ma qualcosa da vivere, uno strumento per costruire una comunità e aggregarla attorno a valori comuni.

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Courtesy of Giorno Poetry Systems.

In questo senso è possibile dire che l’opera di Giorno anticipa la rivoluzione postmoderna che avrebbe poi definitivamente distrutto i confini del mezzo artistico canonico più avanti: la poesia di John Giorno si fa corpo, relazione, plasticità, performance e suono. Fu su impulso di Brion Gysin, ad esempio, che Giorno registrò i suoni della metropolitana di New York per comporre la poesia Subway: ispirata alla tecnica delle poesie sonore sviluppata dallo stesso Gysin come evoluzione delle poesie fonetiche d’inizio Novecento, questo lavoro si situa all’intersezione tra poesia, tecnologia e vocalità, raccogliendo l’eredità dei primi esperimenti futuristi e dadaisti su testo e voce. Questa tecnica guarda non solo a spunti pionieristici del passato, ma precorre pratiche che avrebbero caratterizzato più avanti correnti di avanguardia musicale come la No Wave o ispirato l’azione di artisti performativi come David Wojnarowicz, il quale amava registrare i suoni della strada per ricombinarli poi attraverso la tecnica burroughsiana del cut-up in collage sonici che creavano una sorta di narrazione filmica acustica.

La mostra John Giorno: The Performative Word, a cura di Lorenzo Balbi, organizzata nell’ambito di ART CITY 2026 al MAMBo di Bologna (5 febbraio 2026- 3 maggio 2026) è la prima grande retrospettiva italiana dedicata all’artista e intende rappresentare non solo la complessità della produzione del “Giorno artista”, ma anche il viaggio interiore del “Giorno uomo”. L’allestimento si apre con la trasposizione su tela della poesia del 2004 Welcoming the Flowers, in cui i fiori diventano veicolo per esplorare sessualità, comunità e reincarnazione. La traslazione dei versi su tela, che si può osservare anche, ad esempio, nei Rainbow Paintings, nei Vynil Paintings e nei Black & White Paintings presenti nell’esposizione, si ispira non solo a un’estetica pop che attraversa tutta l’opera di Giorno, ma anche all’icasticità della poesia giapponese.

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BAD NEWS IS ALWAYS TRUE, 2015, acrylic on canvas, 40 x 40 inches courtesy of Giorno Poetry Systems.

Il centro nevralgico della mostra è, tuttavia, la monumentale installazione centrale che celebra il progetto Dial-A-Poem ideato dallo stesso Giorno nel 1969. Nel progetto si riflettono non solo l’interesse di Giorno per la dimensione performativa e “incarnata” della poesia – una dimensione che si completa con la partecipazione attiva di chi “riceve” la poesia – ma anche per le potenzialità dello strumento vocale. Nel 1966, Giorno aveva infatti collaborato al progetto artistico di Robert Rauschenberg E.A.T., Experiments in Art and Technology, come operatore video ed ebbe l’opportunità di conoscere Robert Moog (l’inventore del sintetizzatore) con cui creò gli Electronic Sensory Poetry Environments. In queste installazioni di luce e suono, Giorno distorceva e modulava elettronicamente la propria voce mentre recitava le sue poesie consentendo al pubblico di entrare nello spazio fisico dei suoi lavori. Con Dial-A-Poem Giorno intese strappare la poesia dalla dimensione paludata della carta stampata per renderla multimediale e performativa, anticipando peraltro il concetto di fruizione asincrona di un contenuto che caratterizzerà poi l’era di Internet e dei social media: l’artista raccolse la voce di scrittori, poeti, performer, amici mentre leggevano testi di varia natura (una canzone, un mantra o una poesia d’amore queer), ma anche discorsi di attivisti delle Black Panther o l’ultradadaista 4’33’’ di John Cage, e collegò questo materiale a un numero di telefono che chiunque poteva comporre in qualsiasi momento della giornata. La telefonata dava accesso a una registrazione selezionata casualmente da questo archivio collettivo: se all’inizio tra le tante voci era possibile trovare, ad esempio, anche quella di William Burroughs, Allen Ginsberg e Brion Gysin, nel tempo il numero di artisti coinvolti è cresciuto arrivando ad annoverare Charles Bukowski, Patti Smith, Debbie Harry, Frank Zappa, Laurie Anderson e Nick Cave. Il progetto si è espanso con una serie di iterazioni internazionali e il MAMBo presenta oggi l’edizione italiana (con le voci, tra i tanti, di Domenico Brancale, Antonella Anedda e Milo de Angelis), accessibile gratuitamente attraverso un numero di telefono dedicato. Il progetto ebbe un successo incredibile, anche grazie al racconto che ne fece un articolo del New York Times a seguito del quale le linee telefoniche si intasarono immediatamente, riflesso – secondo Giorno – del bisogno di socialità delle persone e dell’intensa solitudine di un’epoca. La popolarità fu tale e tanta da attirare persino l’attenzione dei federali, che aprirono un’indagine sulle registrazioni a seguito di segnalazioni che lamentavano contenuti osceni, violenti (come lo scandalo creato dalla Revolutionary Letter #7 di Diane di Prima) o eccessivamente politicizzati, e il servizio fu chiuso nel 1971: questo però non fermò Giorno, voleva che il viaggio della sua poesia orale non si arrestasse lì e decise pertanto di aprire la sua etichetta discografica, la Giorno Poetry System Records, nata in seno all’organizzazione no-profit Giorno Poetry Systems. La spinta che animava Giorno era che fosse necessario raggiungere il grande pubblico con ogni mezzo possibile, soprattutto strumenti di uso quotidiano come dischi, TV e telefono, ed è per questo che sulla copertina della prima release dell’etichetta, che vide la partecipazione di molti dei poeti di Dial-A-Poem, si può leggere una vera e propria dichiarazione d’intenti: “At this point, with the war and the repression and everything, we thought this was a good way for the Movement to reach people”. La GPS Records ha pubblicato 44 dischi prima di cessare la sua attività nel 1993, dando voce e spazio ad artisti del calibro di Sonic Youth, Laurie Anderson e Hüsker Dü. Nel 2026 l’attività dell’etichetta riprenderà con una nuova uscita, la numero 45, curata dall’artista e DJ Juliana Huxtable, che fungerà anche da introduzione al volume dedicato alle attività culturali che oggi animano il loft situato al 222 Bowery.

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YOU GOT TO BURN TO SHINE, 1989. Acrylic on Viynl. 48x48 inches. courtesy of Giorno Poetry Systems.

Gli spazi siti al civico 222, strutturati su tre piani, ospitavano un tempo i locali della YMCA e furono poi successivamente convertiti in abitazione; nel tempo, si avvicendarono vari artisti tra cui Fernand Léger e Mark Rothko, e John Giorno vi si stabilì nel 1966 di rientro dal Marocco a seguito della rottura con Gysin. Nel 1974 l’amico Bill Burroughs si trasferì nei locali del 222 e fu proprio con lui che il loft al primo piano – soprannominato “il bunker”, per i suoi soffitti bassi e la scarsa illuminazione – visse finalmente la sua golden era. Burroughs decise, infatti, di adibire quello che era lo spogliatoio della YMCA nel piano ammezzato a stanza personale/scrittoio/poligono, utilizzando la sala adiacente per ospitare le leggendarie serate al bunker. Se la popolarità a SoHo si misurava in base a quanto un artista fosse vicino a Warhol, la popolarità nella Downtown Manhattan era determinata dall’appartenere o meno alla cerchia di eletti maudit di Burroughs. Per entrare bisognava chiamare da un telefono a gettoni lì in zona e attendere pazientemente che scendesse qualcuno: si veniva a quel punto condotti attraverso tre porte blindate che portavano direttamente al sinistro uscio di metallo del bunker, il covo di Burroughs, da cui transitarono negli anni furiosi della Downtown punk e artisti di ogni sorta. Alla morte di Burroughs, Giorno acquistò i locali del bunker, mantenendo però intatta la stanza dell’amico Bill, e continuando a utilizzarli come luogo di ritrovo e aggregazione culturale e spirituale buddhista. I locali sono ancora oggi visitabili e ospitano periodicamente concerti, reading, proiezioni, talk e dinner parties, in omaggio alla migliore tradizione inaugurata da Giorno e Burroughs.

La cronistoria della GPS Records è parte dell’allestimento della sala adiacente all’installazione per Dial-A-Poem, interamente dedicata ai materiali d’archivio a cura di Nicola Ricciardi e con la collaborazione di Eleonora Molignani. All’interno di questa sala si ripercorrono l’avvicinamento dell’artista al buddhismo tibetano, la ricerca che Giorno ha condotto sulle origini della famiglia paterna coinvolgendo il comune di Aliano in Basilicata, ma anche il suo grande impegno politico. L’arte di John Giorno ha attraversato snodi storici importanti come la guerra in Vietnam e la crisi dell’AIDS e l’artista spesso lamentava il disimpegno dei suoi colleghi artisti in questioni politiche, la progressiva gentrificazione della Downtown Manhattan e la crescente commercializzazione delle produzioni artistiche delle avanguardie newyorkesi, preoccupate più di rispondere a logiche di mercato che di risvegliare le coscienze.

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ohn Giorno performance, 1979, Photo by James Hamilton courtesy of Giorno Poetry Systems.

Fu proprio in risposta alla crisi dell’AIDS che nel 1984 Giorno lanciò l’AIDS Treatment Project. Le istituzioni (nazionali e mondiali) si erano barricate dietro a un silenzio doloso in relazione a una pandemia che stava decimando rapidamente la popolazione mondiale, con un tasso di mortalità del 100% a 5 anni dalla diagnosi. Negli Stati Uniti, la destra conservatrice di Reagan istigò anzi un rigurgito omofobo nei confronti soprattutto della comunità queer, presentata dai media come unica causa e unica vittima di un virus che in realtà non conosceva barriere di classe, etnia e orientamento sessuale: il fatto di associare all’HIV/AIDS un codice morale, come ricorda Susan Sontag nel saggio L’AIDS come metafora, fece sì che le persone colpite dal virus fossero viste come sovversive dell’ordine costituito e in quanto tali non meritevoli di assistenza. Alle persone con HIV e AIDS veniva spesso negato l’accesso in ospedale, la possibilità di prendere appartamenti in affitto, l’affetto della famiglia di origine, o anche solo – molto più banalmente – l’ingresso in un ristorante: è per questo motivo che le chosen families, i legami affettivi non biologici, il network della comunità diventano strumenti fondamentali di sopravvivenza. L’operazione promossa da John Giorno intendeva rispondere fattivamente a queste necessità, devolvendo parte degli introiti della GPS ad associazioni che seguivano persone (soprattutto LGBTQIA+, migranti e afrodiscendenti) con HIV o al pagamento diretto di spese vive come bollette della luce, utenze telefoniche e trasporti. La sala del MAMBo dedicata agli archivi di Giorno documenta, attraverso l’esposizione meticolosa di lettere, ricevute, fatture il sostegno pratico e prezioso dell’AIDS Treatment Project raccontando al tempo stesso l’impegno politico di un artista che ha sempre fatto della sua parola e della sua vita un manifesto politico. Come scriveva lo stesso Giorno, “I was determined to make poetry a razor blade cutting through the ego of America karma” o, per dirla con i versi della bellissima Thanx 4 Nothing, presentata nella video installazione di Ugo Rondinone, “America, thanks for the neglect, /I did it without you, /let us celebrate poetic justice”.

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John Giorno with Dial-A-Poem, Photo by Gianfranco Mantegna, 1970 courtesy of Giorno Poetry Systems.

John Giorno: The Performative Word, a cura di Lorenzo Balbi, organizzata nell’ambito di ART CITY 2026 al MAMBo di Bologna (5 febbraio 2026- 3 maggio 2026)

In copertina, John Giorno at 222 Bowery. 2018. Photo by Marco Anelli courtesy of Giorno Poetry Systems.

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Massimo Marino, Conversazione con John Giorno

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