Francesca Zoboli in superficie
Decor è l’aggettivo che definisce il bello, l’aggraziato, ma anche l’ornamento e la decorazione; si accompagna con altri aggettivi, verbi, sostantivi e anche a molti dubbi di interpretazione. Il rischio che si corre nell’analizzare questo termine (avendo il desiderio di scrivere di una autrice contemporanea e disponendo di un tempo limitato) è pari al camminare in uno spazio ristretto già sapientemente descritto da altri e decorato con pitture fragili che da un momento all’altro potrebbero sparire; come da racconti di archeologi e tombaroli che videro sgretolarsi affreschi alle pareti varcando le soglie di siti inesplorati.
Il tema della decorazione e le parole che l’accompagnano, apparentemente polisemiche, hanno tanti e troppi significati per fornire una sintesi accettabile.
Ad esempio ci sono delle belle locuzioni come “corporis decor” praticamente l’essenza della bellezza fisica, “decorare” invece indica l’azione di rendere (cit.) – più bello et elegante un ambiente o anche un oggetto – come si legge nei dizionari.

Il “decoro” può spaziare da tutt’altra parte e spesso allude (cit.) – alla dignità, alla compostezza e la decenza nei modi, sia nell’aspetto come nel comportamento, compreso il severo giudizio sociale che sottolinea anche la “rispettabilità” –.
A seconda della sequenza nei termini e del contesto in cui viene nominato, il “decoro” può ricordare imposizioni e vincoli di altri tempi, più che le buone qualità di chi lo osserva o l’immagine che stiamo ammirando.
La “decorazione” la possiamo trovare sia sulle pareti interne che esterne di edifici con ornamenti, affreschi o fregi, ma anche appuntata sul petto di un soggetto “decorato”, fregiato di meriti e onorificenze.
Anche se le decorazioni di siti archeologici hanno influenzato e stimolato grandi artisti del Rinascimento, il decorare è percepito come un mestiere umile più che un’arte, una artigianalità che arricchisce spazi e dimore importanti ma resta sempre e comunque in superficie.

Il decoratore, o la decoratrice: stiamo parlando di Francesca Zoboli e di come precedentemente a questa esposizione si presentava e dichiarava nelle sue biografie;
bene! “la Zoboli” questa superficie l’ha oltrepassata da un bel po’ di tempo.
Si racconta di una mostra in corso nella Galleria Bonvini dal titolo Controforme che raccoglie tre temi legati fra loro da una comune attenzione per il processo lavorativo, per originalità degli accostamenti cromatici e per la ricerca formale che mai ha distratto l’autrice dal mantenere sempre e comunque “le mani in pasta”.
Lei stessa quando parla del suo lavoro si percepisce cuoca e dice – Quando decido che un lavoro è completato, cioè che non accetta più aggiunte o cambiamenti, penso che è cotto, che è una cosa sottile da capire. Il mio indimenticato insegnante di pittura Beppe Devalle, in 4 anni di quotidiane, colte, sorprendenti, riflessioni sulla pratica e teoria visiva, usava spesso questo termine. Viaggiava per metafore, un lavoro poteva essere crudo, cotto e forse anche scotto –.
Anche quando Francesca descrive il lungo processo per dipingere le opere su carta esposte dice – Si preparano dei test e dei campioni per capire come i colori interagiscono tra loro sovrapponendosi o accostandosi, si scelgono il tipo di pettine e di pennello da usare. Bisogna avere il colore giusto già mescolato all’amido in dose corretta e avere a portata di mano acqua, spugne e stracci. Insomma il tavolo da lavoro deve essere perfettamente apparecchiato –.
Perfettamente imbandito è anche il lungo tavolo nella galleria Bonvini sul quale sono disposte le “Controforme”, legni che avevano originariamente la funzione di modellare oggetti d’uso quotidiano, ora nobilitati, accuditi, cerati, dipinti con tecnica sapiente e trasformati in piccole sculture, presenze che dichiarano una forte personalità; penso che la bellezza evidente e visibile in superficie sia rafforzata dal duro lavoro che questi legni hanno svolto nella vita precedente.
Francesca Zoboli racconta la storia di come siano approdati in modo fortuito nel suo studio – … impolverati e pieni di ragnatele, dopo essere stati abbandonati da un artigiano specializzato in torniture di metalli in lastra una volta chiusa l’attività. Mi paiono subito molto promettenti, anche se non so bene cosa farmene, sospetto l’ennesimo accumulo compulsivo. Mi guardano, li guardo, aspetto –.

Sono passati molti anni, qualche fortunata coincidenza e una costante ricerca della loro salvatrice, prima che questi oggetti cambiassero la loro vita. La fortunata coincidenza è riferita alla partecipazione a uno stage che fece l’autrice in Romania, quando ancora svolgeva l’attività di decoratrice, è lì che ha scoperto come i pittori di icone preparassero i fondi delle tavole lignee e lo racconta – Per creare un fondo che non crepasse o si sgretolasse si usava un impasto di Gesso di Bologna, dalla grana finissima e colla di coniglio. Quest’ultima, ottenuta dagli scarti di lavorazione delle pelli, ha la caratteristica di essere estremamente flessibile una volta asciugata, oltre che reversibile. Sciolta la colla a bagnomaria, dalla mescolanza dei due si ottiene una sorta di crema applicabile sul legno a strati, che una volta asciutta viene carteggiata in modo da avere una superficie piuttosto liscia. In seguito, sperimentando la tecnica, ho scoperto che mescolando il pigmento in polvere al gesso e alla colla si otteneva una pasta colorata molto più interessante di un colore sovrapposto –.
Anche se questa generosità nel dare le ricette è rara per una “cuoca”, resta il fatto che attraverso gli ingredienti si parli sempre con la stessa lingua di sopra.
Passiamo alle opere su carta, Travasi. Un lavoro di sovrapposizioni e forme (vasi appunto), trame e trasparenze che inventano una grafica illustrata, diventano multipli e stimolano la scrittura di Giovanna Zoboli per brevi racconti, che in seguito diventeranno anche un libro: Travasi (La Grande Illusion, 2021).
Arrivo al soggetto che mi è più caro, Chromaticon, forse perché trovo anticipazioni e tracce nelle cose già nascoste nella mia memoria come nella mia cassettiera; la piccola collezione di antica “Carta Roma” (una carta utilizzata per la rilegatura di libri e cartelle e faldoni d’archivio) è in buona compagnia di alcuni pezzi dei Fiori blu, altro lavoro bello di Francesca che le chiesi in prestito per una mostra e che le devo ancora restituire; nella stessa cartella si trova un foglio prezioso e leggerissimo che mi regalò più di tredici anni fa, la data corrisponde a un suo racconto sull’origine di questa ricerca e del suo lavoro Chromaticon.

– Nel 2013 visitai la biennale di Venezia curata da Massimiliano Gioni intitolata “Il Palazzo Enciclopedico” in cui opere di arte contemporanea erano affiancate da reperti storici, oggetti trovati, artefatti vari di culture diverse.
Fui folgorata dalla bellezza di alcuni dipinti anonimi di arte tantrica indiana esposti in una sala. La loro suggestione è sicuramente parte dei primi studi della serie Chromaticon che consiste in singoli foglietti di carta molto leggeri, al cui centro stanno forme semplici e primarie come ovali, cerchi o altro.
Sono dipinti con la tecnica della carta colla, utilizzando pettini la cui traccia incrociata crea righe colorate, incentrate su accostamenti di colori caldi e smorzati, come i rosa, i rossi ossido, i bruni.
Una sorta di trama e ordito pittorico che ricordano la tessitura.

In un secondo tempo il lavoro si è trasformato, diventando più complesso, le forme geometriche sono entrate in dialogo tra loro, la composizione è diventata modulare e lo spettro cromatico si è arricchito.
Ci tengo a sottolineare che per me la geometria deve essere un po’ imprecisa, un po’ “stortina” e usata in modo poetico, per quanto possibile.
Cerco di ottenere questo risultato scegliendo carte leggere che restano un po’ stropicciate, accettando di buon grado smagliature, inciampi, tremolii.
Tutto è in bilico tra precisione ed eventi casuali generati anche dalla velocità di esecuzione che la tecnica richiede –.
Il pensiero e il grande costante lavoro di Francesca Zoboli regala a noi forme contemporanee e insieme antiche. Il suo legame, più che fedele ai colori naturali, non ferma il nostro sguardo a ciò che vediamo “in superficie”, ma aiuta a cercare fra la trama e l’ordito di quello che lei chiama “la tessitura”; lì siamo in grado di trovare pigmenti dimenticati che ricordano le pitture policrome a.C., l’Egitto, Creta, Pompei e tutte le memorie che può smuovere in noi un colore ben lavorato, steso con sapienza e amato.
Francesca Zoboli, Controforme
12 marzo, 11 aprile 2026
Galleria Bonvini 1909, Via Tagliamento 1, Milano