Biennale a Malta
Nel 2026, nell’ambiente dell’arte contemporanea, è viva l’attesa per gli appuntamenti imminenti, tra cui la Biennale di Venezia, la biennale itinerante Manifesta e la Biennale di Sidney, ormai alla venticinquesima edizione: tutte rassegne di primo piano che da decenni scandiscono il ritmo del sistema dell’arte. E intanto fervono le polemiche: in tutte queste occasioni gli artisti italiani invitati saranno pochissimi, esito di un sistema culturale debole, debolissimo.
Nell’attesa di questi grandi eventi si è aperta un’altra biennale, quella di Malta. La prima edizione, due anni fa, aveva visto all’opera una curatrice giovane e determinata, Sofia Baldi Pighi.
Per questa seconda edizione, la Biennale ha scelto una curatrice di grande esperienza e notorietà, Rosa Martinez: un chiaro segnale della volontà di darle slancio, assicurandole al contempo solidità scientifica e reputazione.
Il titolo della mostra è Clean / Clear / Cut; in italiano: pulire, chiarire, tagliare. L’idea è che sia urgente intervenire sia sui modelli di consumo culturale sia, più in generale, sull’inquietante scenario planetario. Si impone un ripensamento delle disuguaglianze legate all’economia globale, ai flussi di capitale, alle migrazioni umane e alle tecnologie di trasmissione dei dati.
Le opere sono disseminate in molti luoghi: a Valletta, Birgu, Victoria, Gozo, Xagħra. Anche grazie all’organizzazione di Heritage Malta, trovano spazio in sedi storiche — siti archeologici, antichi palazzi, musei e, in molti casi, strutture difensive e presidi militari. Malta è infatti un’isola fortificata, in cui tutto racconta lo sforzo di respingere ciò che arriva dal mare.
L’innesto tra opere e luoghi è talvolta efficace, altre volte meno.
Lo è, per esempio, nel caso di Salvatore Arancio, invitato da Rosa Martinez con la videoinstallazione Their Eyes Have No Lids. L’opera si concentra sul rapporto tra le monache di clausura del Monastero di Nostra Signora della Salute, nella città di Pátzcuaro (Michoacán, Messico), e gli achoques — pesci antichissimi, noti anche come salamandre messicane — che le monache hanno contribuito a salvare dall’estinzione allevandoli all’interno del monastero. Il lavoro sottende una ricerca sulla cultura messicana, sull’universo religioso e sul microcosmo animale autoctono. Fa anche emergere una riflessione di grande attualità sul rapporto umano-animale. L’opera consiste in una videoinstallazione a doppia proiezione e in una serie di manufatti a forma di achoques, esposti su elementi di vetro che sono in realtà parti di acquari. È magnificamente installata nella Egmont Hall, all’interno del Forte S. Angelo, a Birgu, in quella che fu la recreational room della Royal Navy inglese: l’ampiezza dello spazio le conferisce respiro, rinnovandone il senso.
Meno riuscita appare la collocazione dell’opera di Loredana Longo, The Mantle / Wearing my Loss: un manto realizzato con i capelli dell’artista, raccolti nell’arco di decenni. L’opera, potente e intrinsecamente performativa, parla di energia, resistenza e forza rigenerativa del corpo. Tuttavia, l’installazione nel Palazzo dell’Inquisitore, più precisamente nella stanza da letto, fra cappe e cappucci, ne orienta la lettura in senso quasi penitenziale.
Un’altra considerazione riguarda gli interventi appositamente prodotti per la Biennale. La mostra propone molte opere preesistenti, di dimensioni contenute e facilmente trasportabili: questo da un lato risponde a una logica di sostenibilità di cui oggi è necessario tenere conto; dall’altro rappresenta una rinuncia a uno degli aspetti più fecondi di queste manifestazioni, ossia alla possibilità di contribuire alla genesi di nuovi progetti. Una rinuncia ancora più significativa in un luogo così connotato, senz’altro capace di ispirare nuove visioni e pratiche.
Alcuni interventi commissionati e appositamente concepiti, tuttavia, sono presenti.
È il caso di Carne Vale di Vasco Araùjo: una scena carnevalesca in miniatura, modellata in papier maché, inserita in uno degli ambienti del Grand Master’s Palace, a La Valletta, dove dialoga con grandi dipinti e manufatti che raccontano la storia dell’isola. Da sempre interessato al teatro e alla dimensione dello spettacolo, Araùjo reinterpreta la storia culturale maltese concentrandosi sulla tradizione della mascherata. Egli evidenzia però come celebrazioni e rituali fossero sottesi da costumi illiberali nei confronti delle donne — assenti dalla scena perché escluse dalla partecipazione alla festa, anzi, recluse per l’occasione — e da tensioni nei rapporti tra religioni; fino al grottesco delle teste di suini che venivano disseminate ovunque nello spazio per tenere lontani i fedeli musulmani.
Site-specific è anche il progetto di Therese Debono, artista maltese premiata ex aequo con Concetta Modica come miglior partecipazione alla Biennale. Debono opera principalmente nell’ambito della fotografia, analizzando la tensione tra paesaggio, memoria e assenza e, più in generale, gli effetti della violenza spaziale dovuta all’espansione edilizia sull’isola. In occasione della Biennale presenta In Place. Where the Land Holds: un’installazione che consiste in un blocco di cemento su cui è stampata l’immagine del muro residuo di un edificio in demolizione. Il blocco è collocato in un sito archeologico affacciato sul mare. La sua presenza ostruisce la vista, oblitera il contesto e, per contrasto, lo valorizza, stimolando una riflessione sulla continua trasformazione del paesaggio.
Concetta Modica è presente con una serie di tavolette in terracotta che rappresentano frammenti di cieli notturni maltesi. Il suo è un intervento radicalmente poetico, discreto, ma diffuso in ognuna delle sedi espositive. Oltre alle opere in terracotta, ci sono un breviario stampato per l’occasione e una performance, entrambi legati all’immagine di un sepalo di pomodoro e al suo fantasmagorico viaggio tra cielo e terra. Le nove notti di Malta: il viaggio di un sepalo di pomodoro per diventare stella, in realtà è un invito a ridimensionare gli ego, a rinnovare un rapporto con la realtà sulla base di principi di coesistenza, un richiamo alla consapevolezza del fatto che siamo tutti interdipendenti, parte di un’unica comunità di vita sulla terra. In epoca di roboante bullismo il lavoro può essere interpretato come vero e proprio atto di resistenza.
Altra opera generata dall’incontro con l’isola, intesa questa volta come spazio geopolitico, è Repertorial in Intermedial Mode di Francesco Bertelé, presentata nell’Antica Armeria dei Cavalieri, a Birgu: un’installazione immersiva realizzata con tecnologie digitali avanzate, da fruire con visore, in cui ci si ritrova, insieme all’artista, sospesi fra cielo e mare. Bertelé, accompagnato da un team di scalatori, ha compiuto un’arrampicata orizzontale lungo una parete rocciosa di quest’isola geologicamente africana, politicamente europea. Si tratta di una pratica performativa radicale, un modo fisico e viscerale per esplorarne i confini e per evidenziarne il rapporto con l’esterno, ossia con il Mediterraneo.
Se per il pubblico immergersi nell’opera significa sperimentare vertigine e disorientamento, per l’artista è anche un modo per raccontare il pericolo estremo: l’azzardo che quelle coste rappresentano per molti che oggi, pur consapevoli del loro carattere di roccaforte, vi si avvicinano dal mare, sfidandone l’inaccessibilità nel tentativo di raggiungere il cuore dell’Europa, spinti dalla necessità e rischiando tutto.
Nello stesso ambiente è presentato anche un altro Padiglione Tematico, So Good to Feel Real di The Cool Couple. L’installazione multimediale è composta da opere scultoree e fasci laser, accompagnati da un monologo audio ambiguo e distopico, dal quale emerge come, nell’epoca della post-verità, le culture digitali trasformino la violenza in uno spettacolo ludico, estetizzato e consumabile, finendo di fatto per stimolarla. In questo modo il duo ha risposto a uno dei temi posti dalla curatrice, quello dei dilemmi e dei pericoli posti dai nuovi sistemi tecnologici in grado di simulare capacità cognitive umane.
Anche Sergio Racanati ha sviluppato a Malta un progetto impegnativo, di carattere umanistico, esposto in una roccaforte, Forte Sant’Elmo, a La Valletta. Umanissima Sopravvivenza è stato realizzato in un luogo critico dal punto di vista ambientale: una cava di Gozo, ferita dalle escavazioni e oggi ormai marginale nella geografia dell’isola. L’intervento consiste in una performance in più atti, successivamente registrata, in cui l’artista si relaziona con la cava attraverso movimenti del corpo intesi come rituale di disintossicazione del sito e di rigenerazione individuale e collettiva. Il senso di riconnessione con la natura è accentuato dal suono, generato dal luogo stesso: le onde magnetiche della cava vengono tradotte in moduli sonori. Il lavoro si ispira alle riflessioni della teologa Antonietta Potente, incentrate su cura, ascolto e spiritualità condivisa. L’ambiente espositivo evoca la cava e comprende, oltre al video, alcuni manifesti con testi scritti a mano, e un magazine ricco di contenuti di approfondimenti sulla ricerca.
I progetti Repertorial in Intermedial Mode e Umanissima Sopravvivenza sono tra i più pertinenti rispetto al contesto, eppure non sono stati commissionati dalla Biennale. L’istituzione ha infatti adottato un sistema misto: da un lato opere selezionate dalla curatrice e sostenute in ogni fase, circa cinquanta; dall’altro lavori individuati tramite open call e suddivisi tra padiglioni nazionali e tematici. Curiosamente questi ultimi rientrano nella Biennale pur senza essere da questa sostenuti.
Colpisce il numero di artisti italiani che hanno risposto alla call e sono stati selezionati. Colpisce ancora di più che, al contrario di quanto avviene in altri paesi, le istituzioni italiane abbiano scelto di non sostenere i propri artisti, lasciando a loro e ai curatori l’onere di reperire le risorse necessarie per produzione, trasferte e allestimenti, tutto.
La Biennale di Malta avrebbe potuto rappresentare un’occasione importante per il paese: una presenza numerosa avrebbe contribuito a riequilibrare l’immagine, oggi indebolita dall’assenza evidente nelle altre rassegne internazionali.
Tra gli artisti scelti dalla curatrice figurano infatti, oltre a Maurizio Cattelan — coinvolto, come sottolineato dalla stessa Martinez, anche in funzione di richiamo con la sua rivisitazione miniaturizzata della Cappella Sistina — Salvatore Arancio, Pamela Diamante con un lavoro denso e rigoroso che indaga le strutture visuali attraverso cui interpretiamo la realtà, Loredana Longo, Concetta Modica.
Tra gli artisti presenti nei padiglioni tematici si segnalano The Cool Couple, a cura di Francesca Guerisoli; Francesco Bertelé, a cura di Caterina Riva e Sara d’Alessandro Manozzo; Sergio Racanati, a cura di studioamatoriale; e Lanfranco Aceti, a cura di Peng Feng. Da menzionare anche il Counterpoint Pavilion, curato da Sofie Renap, che presenta il gruppo di artisti attivi a Milano con lo Spazio Nour.
In conclusione, la Biennale offre numerosi momenti di interesse e si configura come un progetto ricco di potenzialità, sebbene ancora in fase di consolidamento sul piano istituzionale e organizzativo.
Per quanto riguarda l’Italia, questa esperienza dimostra con chiarezza che artisti e curatori esistono, possiedono competenze e intraprendenza e, quando ne hanno l’opportunità, il loro valore emerge.
Allo stesso tempo, le condizioni in cui hanno operato rappresentano una vera e propria cartina al tornasole. Se da un lato in questa occasione sono riusciti ad esserci in grande numero, con interventi d’impegno, dall’altro la mancanza del supporto istituzionale è stata plateale. Una presenza competente, coordinata e organica in contesti internazionali contribuirebbe invece in modo decisivo a rafforzare il ruolo del paese sulla scena globale.
In copertina, Therese Debono, In Place. Where the Land Holds, Biennale Malta 2026.