Alan Pauls, Trilogia della perdita

Pianto, capelli e denaro hanno in comune la facoltà di essere persi. Oppure la perdita stessa è leitmotiv della vita: si perdono lacrime e soldi ma si perdono anche la speranza, la salute, la memoria, la vita stessa – la propria e quella degli altri. Non si fa altro che perdere qualcosa. 

 

La prima metà degli anni settanta in Argentina, racconta lo scrittore argentino Alan Pauls in un'intervista a “ilmanifesto”, fu caratterizzata dalla guerriglia urbana e dal ritorno al governo di Peron dopo sette anni di giunta militare: periodo da lui definito come “utopico, convulso e radicalizzato”. La seconda fu invece quella di Videla, della violenza, dei desaperecidos, dell'inflazione. E però nella memoria di quel decennio si è perso, secondo Pauls, il ricordo della prima metà: così il passato si fa monco, sfigurato, e per lui, che in quegli anni si è formato umanamente e artisticamente, prende corpo l'esigenza di ricucire la ferita di quel periodo storico.

Per parlare della sua Trilogia della perdita è necessario partire da qui, dal suo sguardo su quel decennio e dall'intreccio tra mondo esterno e percorso individuale o, per usare i suoi termini, tra pubblico e privato. Pubblicata da Anagrama tra il 2007 e il 2013, passata in parte per Fazi e ora riproposta da Sur, la Trilogia è un viaggio in quel decennio. Pauls si muove nella sua complessa, ingarbugliata, elastica interezza, inoltrandovisi e allungandovisi, rompendo gli argini del tempo e scegliendo una prospettiva talmente altra eppure talmente significativa e simbolica da dare infine forma e interezza, con gesto picassiano, a un'immagine del decennio rappresentato.

 

Così Storia del pianto, Storia dei capelli e Storia del denaro scivolano su quegli anni, li tengono sullo sfondo e insieme se ne riappropriano, ricucendo dall'interno lembi sparsi nella memoria. 

In primo piano invece c'è il tentativo di esaurire, come direbbe Perec, la vita di un uomo (o forse di tre uomini diversi, non importa) vivisezionandola ora attraverso il rapporto di questo ora con il pianto, ora con i capelli, ora con il denaro e soprattutto con la loro costante dissipazione.

Pianto, capelli e denaro sono le note della perdita, melodia che percorre il racconto, con il suo status apparentemente privato, e permette di decifrare il pubblico e di dare forma a ciò che l'aveva, appunto, persa.

 

 

In ognuno dei tre capitoli, il racconto pare dipanarsi da un unico nodo, un'istantanea che lo scatena. Da quel centro si snocciola la narrazione di una vita, scientificamente mappata da un unico punto di vista, del consumo di questi tre elementi, messi tanto in evidenza da ritrovarsi sfocati e dare risalto invece allo sfondo, a ciò che sta dietro al simbolo.

 

In Storia del pianto, il momento nodale si dà nella mancanza assoluta di lacrime, nel desiderio e nell'impossibilità di piangere, proprio quando pubblico e privato si dovrebbero incontrare al massimo grado, quando il pubblico potrebbe afferrare tanto violentemente il mondo interiore da scatenare, appunto, il pianto. È l'11 settembre del 1973, il corpo di Allende viene portato fuori dal Palacio de la Moneda, e il protagonista, seduto da ore davanti al televisore, “in quel giorno fatidico, insomma, lui maledice il giorno altrettanto fatidico di sette anni prima nel quale decide di non cedere, di non dare più quella soddisfazione a suo padre, si smetterla di piangere per sempre”. Lui, che per tutta l'infanzia aveva intrattenuto con le lacrime un rapporto intimo e continuo. Lui, in questo “momento fatidico”, si trova incapace di piangere e quindi in qualche modo di suggellare questo punto di massimo contatto fra le due sfere in cui il pubblico tramite il pianto andrebbe a coincidere per un istante con il privato.

Il primo romanzo della trilogia ha quindi il suo fulcro in questo fallimento, e da lì ripercorre la vita del bambino iper-sensibile, del mare di lacrime da lui versato al minimo stimolo quando si trovava in compagnia del padre e della sua incredibile capacità di ascoltare e accogliere le lacrime degli altri. Intorno a lui un carosello di volti deformati dal pianto: soprattutto quelli della madre, di una fidanzata di destra, di un vicino di casa militare e di un cantautore di protesta “consumato dalla vicinanza” capace di colpirlo con i suoi versi (che sono poi quelli di Soy pan, soy paz, soy más di Mercedes Sosa) direttamente dall'interno, tanta è l'intimità di cui (entrambi) sono capaci.

 

Il secondo capitolo si fonda invece sull'ossessione per i capelli. Qui il momento topico non è un avvenimento di enorme portata politica come in Storia del pianto. Al contrario: il protagonista è semplicemente seduto da un parrucchiere deserto, in un caldo pomeriggio d'estate qualunque. Niente di più. Da qui, dalla testa pronta per essere lavata e dai pensieri del protagonista, si dipana il romanzo in cui forse riesce meglio l'intreccio tra pubblico e privato. Così effimeri e insignificanti, i capelli raccontano e definiscono periodi storici e identità politiche. Tutto è visto, ovviamente, attraverso la mania per il taglio, che tormenta e angustia il protagonista in ogni momento della sua vita e che sembra soprattutto punto focale di ogni relazione: dal rapporto con l'amico e compagno di scuola Monti, a quello con la moglie, e soprattutto con il parrucchiere paraguayano Celso, il primo e unico a conquistare la sua fiducia. Ma in ogni momento, in ogni relazione e soprattutto in ogni taglio traspare il cammino della sua passione politica, dal “taglio afro” in poi. Storia dei capelli è un romanzo di formazione in cui la ricerca di identità coincide con quella del taglio perfetto e la simbologia del taglio con la crescita politica e quindi proprio qui, più che altrove, il rapporto con la Storia si fa stretto e vitale. Qui la perdita è presente più come timore e morboso rimpianto che come atto (“Tutto quello che si perde è perduto, allo stesso modo. Tutto quello che si perde è la stessa identica cosa”), un leitmotiv che lo accompagna nel corso della crescita, 

 

La trilogia si conclude con Storia del denaro, dove l'immagine di partenza fa parte dell'infanzia del protagonista – lui che osserva il corpo di un amico di famiglia, morto per loschi affari di soldi – e l'ossessione stessa prende piede dallo sguardo infantile sul rapporto che gli adulti hanno con il denaro. Ma il racconto si lega in realtà più all'età adulta, all'eredità che quello sguardo di bambino lascia sull'uomo fatto, rimasto incapace di fare altro, col denaro, se non pagare, vedere i soldi dilapidarsi nelle mani della madre, nella costruzione di una casa, nei debiti e soprattutto nelle onde violente dell'inflazione. Si immaginerebbe il denaro come l'elemento più legato al mondo esterno, al pubblico, tanto più se lo sfondo economico-politico, chiaramente raccontato e presente, va a toccare la crisi del '76. E invece è questo il romanzo più puramente privato, in cui il rapporto con la perdita si fa estremamente intimo proprio perché il denaro come presenza o mancanza va a toccare corde profondissime, può catalizzare attenzione e sforzi, far perdere il controllo e isolare dal mondo esterno – crea vergogna e desiderio, segreti, silenzi, rotture e solitudini. Solo l'amore, nota Giorgio Vasta nella postfazione, ha un potere così assoluto – e in un certo senso la forma che prende questa relazione è proprio quella di amore convulso e totalizzante.

 

La scrittura di Pauls si distingue per una freddezza e una razionalità che hanno le loro radici nella maniacalità del linguaggio e nella scienza del dettaglio, ma che si estendono alla materia stessa della sua voce. Non permette mai, l'autore argentino, di immergersi nel racconto: le sue pagine aspirano piuttosto allo status di documento e volano sulla storia, privata e pubblica, senza mai davvero toccarla, sfiorandola di passaggio, senza concedere possibilità di vicinanza, senza intimità. Il mondo che racconta, ancora per questo simile a un quadro di Picasso, resta inafferrabile nella sua eleganza. 

 

In particolare in Storia del pianto, le frasi si fanno talmente lunghe e profonde da richiedere un'attenzione enorme per non esserne inghiottiti e da far percepire il libro, in sé brevissimo, come infinito. Nulla a che vedere con un flusso di coscienza: tutto è costruito ad arte, ogni periodo sembra sorretto da un'impalcatura, non c'è scivolata possibile, non c'è spontaneità ammissibile. Le parole paiono non scorrere una dopo l'altra, pagina dopo pagina. Si ha piuttosto l'impressione, quando si mette piede in una nuova frase, di essere calati in una voragine, restarvi dentro, toccare le pareti perfettamente scolpite delle parole, passare il dito tra gli interstizi, ed essere poi riversati in un'altra voragine, assecondando così anche un tempo, quegli anni settanta, di cui sembra impossibile seguire una cronologia: tutto è presente, tutto accade in un istante, che sia quello del golpe di Pinochet visto alla televisione o quello in cui si è seduti a farsi lavare i capelli dal parrucchiere. Il tempo, come l'incedere erratico della prosa, è istantaneo e denso. Tra prolessi e analessi, in un susseguirsi e trasformarsi di un pensiero in un altro, di un ricordo in un altro, tutto è detto e avvenuto in un'unica parola, un unico punto – ma non un un verso, non un vagito, nulla di viscerale, nulla di non geometrico. Un punto estremamente denso, dentro le cui cavità immergersi (senza poter mai affondare le mani oltre le pareti).

 

ALAN PAULS - TRILOGIA DELLA PERDITA  

1 Storia del pianto, trad.: Maria Nicola, pref.: Luciano Funetta, 121 pagine, 15 euro

2 Storia dei capelli, trad.: Maria Nicola, pref.: Christian Raimo, 186 pagine, 15 euro

3 Storia del denaro, trad.: Maria Nicola, postfaz.: Giorgio Vasta, 222 pagine, 15 euro

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