Ambiente ed economia circolare

Prospettive tra Italia e Europa

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All’inizio di agosto 2015, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha lanciato un’iniziativa per ridurre le emissioni di gas serra negli USA e, per estensione, ridurre l’impatto del Paese sui cambiamenti climatici. Qualcuno ha accolto questa decisione come il segnale che finalmente anche gli Stati Uniti abbiano iniziato a fare qualcosa in proposito. Altri hanno l’hanno contestata, commentando che i provvedimenti presi non sono sufficienti ma sono solo un tentativo da parte del Presidente di consolidare la sua eredità politica. Al di là delle ragioni di merito, ci sono dei motivi effettivi per cui questo dibattito dovrebbe interessare l’Europa? L’ambiente e la tutela ambientale sono realmente così importanti? Quanto incidono sui singoli individui? Su ognuno di noi? E tutte queste storie sui cambiamenti climatici sono davvero reali?

 

 

 

Economia circolare e Unione Europea

 

Nel corso degli ultimi decenni c’è stata una crescente consapevolezza rispetto alla necessità di conservare le risorse. In Europa, questo dato si è manifestato con probabilità soprattutto attraverso una migliore gestione delle risorse in genere, l’abbassamento del consumo di quelle fossili e la diffusione del modello di economia circolare. Le teorie sull’economia circolare, sviluppate negli anni settanta dall’architetto ambientale Walter Stahel, mirano all’abbandono di una società fondata su un modello lineare di produzione e consumo usa e getta, verso un modello circolare che minimizza, ricicla, riusa le risorse. Queste teorie riguardano tutti gli stadi del ciclo di vita dei singoli prodotti, dall’estrazione della materia prima, al disegno, dalla produzione, alla distribuzione, fino al consumo e allo smaltimento, o – in alternativa – alla gestione sostenibile, per esempio la riparazione, la rimanifattura o il riuso. Il fine è di minimizzare lo spreco, promuovere la competitività e l’innovazione e contribuendo quindi alla crescita economica e alla creazione di lavoro. Ad esempio, lo scorso maggio l’Assemblée Nationale francese ha proibito ai supermercati oltre i 400 m2 di estensione di smaltire in discarica i cibi in eccesso, imponendogli di devolverli in beneficienza o trasformali in mangime per animali o in concime, o di impiegarli come risorsa energetica. Questo slittamento dovrebbe generare una significativa riduzione degli sprechi nelle catene di produzione e produrre benefici che vanno oltre i singoli supermercati francesi.

 

Secondo un recente rapporto della Ellen MacArthur Foundation e McKinsey (leggi qui), adottando un’economia circolare il risparmio sui costi materiali in Europa potrebbe variare tra i 340 e i 630 miliardi di dollari all’anno entro il 2025. Altri studi suggeriscono che un uso efficiente delle risorse fino al 2013 potrebbe condurre a una riduzione dell’uso di materie prime in Europa compresa tra il 17% e il 24%, con un risparmio di circa 630 miliardi di Euro e la creazione di non meno di 180.000 posti di lavoro. Nonostante la discrepanza nei numeri, ciò che non è in discussione sono i significativi potenziali economici, ambientali e sociali, di uno slittamento verso l’approccio circolare.

 

Dopo la sua visita nel marzo 2015 a Tacloban, la città delle Filippine devastata dal cyclone Haiyan, Papa Francesco ha pubblicato in giugno l’enciclica Laudato si’. L’enciclica è stata considerata da molti come un fervido appello del Vaticano alla vigilia del summit Onu di dicembre. In essa il Papa si è rivolto non solo ai cattolici, ma ai leader mondiali e ai singoli individui invitandoli a prendere misure “urgenti” per “tagliare drasticamente” le emissioni di CO2. Ha anche invocato pressioni da parte delle lobby politiche e dei leader religiosi presenti all’Assemblea Generale dell’Onu prevista per settembre a New York. L’editoriale del “Financial Times” del 17 giugno 2015 ha definito la sua enciclica “sorprendente e coraggiosa” per i suoi contenuti “apertamente politici”. Ha anche notato che al centro delle 184 pagine della lettera c’era “l’accusa che il cambiamento climatico sia il frutto della dipendenza del mondo sviluppato per il consumo e la convenienza. Questa tendenza non cambierà a meno che non cambino anche gli atteggiamenti umani”. La lettera è stata accolta con grande costernazione invece tra i conservatori, in particolare quelli di alcuni circoli politici statunitensi.

 

Attualmente la Commissione Europea è in fase di consulenza sulla revisione di un pacchetto di economia circolare, con l’intenzione di avere delle misure da far entrare in vigore entro il prossimo autunno. Quando la versione precedente del pacchetto è stata ritirata, nel dicembre 2014, il Ministro dell’ambiente italiano Gian Luca Galletti ha dichiarato che ci trovavamo di fronte a un “segnale negativo” per l’impegno europeo contro i cambiamenti climatici, e per le probabilità di crescita dell’Unione Europea. In quell’occasione ha detto inoltre che il ritiro del disegno di legge in materia di rifiuti “sarebbe contrario a quanto discusso a Lima” nell’ambito della Conferenza sui cambiamenti climatici (COP20, CMP10). Aggiungendo che c’è un bisogno urgente che la Commissione riconosca che il pacchetto definitivo è, sì ambizioso e difficile, ma necessario per le attuali emergenze ambientali ed economiche europee.

 

 

 

Cosa possiamo fare come consumatori?

 

Cosa possiamo fare dunque noi, come singoli consumatori? In verità, se ne parla da anni, possiamo fare molto. Per chi non avesse da tempo già adottato uno stile di vita più sostenibile, ecco alcuni consigli:

  1. 1) Sostenere i prodotti dei nostri produttori e dei fornitori locali. In questo modo non solo supporterete la vostra comunità e la vostra economia, ma ridurrete anche i chilometri necessari per i trasporti;
  2. 2) Pensare sempre prima di comprare e scegliere prodotti ecocompatibili, ad alta efficienza energetica, e di lunga durata o che possano essere riciclati;
  3. 3) Pretendere che le associazioni dei produttori includano più materiali riciclati e riciclabili nei loro prodotti. Se riusciamo a recuperare parte del valore presente negli scarti materiali dei nostri prodotti, specialmente quelli critici per la terra come i metalli, terbio, neodimio, olmio, e itterbio, che si trovano in prodotti come laser, fibre ottiche, additivi per i metalli o I telefoni mobili, allora potremmo costruire uno spazio di resilienza per le nostre economie e ridurre la nostra vulnerabilità alle oscillazioni del mercato;
  4. 4) Educare, educare, educare. Come consumatori dovremmo diventare più consapevoli di quelle che sono le problematiche dell’argomento, in modo da poter prendere ogni giorno decisioni più consapevoli. Sono stato di recente in Italia e in Germania, e mi è apparso evidente che, al di là degli ambienti accademici o politici, l’economia circolare non è argomento di discussione comune tra le persone. Pochissimi al di fuori di circuiti ristretti sono consapevoli che al momento c’è una Commissione europea che si sta interrogando sull’argomento. Rispetto alla crisi finanziaria greca, o alle questioni sull’immigrazione e sui conflitti mediorientali, che invece dominano le testate dei quotidiani, gli argomenti sul clima oggi non sono considerati prioritari, mentre sarebbe importante che ci fosse anche un ragionamento sul rapporto tra le questioni ambientali e le nostre risorse energetiche.

 

Concludendo non c’è dubbio sul fatto che il dibattito sull’ambiente, quanto sta accadendo in questo momento, e le responsabilità dell’uomo in merito, siano argomenti emotivi e controversi. Questi argomenti generano diverse posizioni e continueranno a farlo. Tuttavia, quello che resta oltre ogni dubbio è l’importanza dell’ambiente per ognuno di noi e la necessità di prenderci cura di esso. In quest’ottica, le teorie sull’economia circolare ci offrono la possibilità non solo di conservare e valorizzare le nostre risorse, ma anche di promuovere la competitività e la crescita economica in Europa.

 

Il prossimo dicembre Parigi ospiterà la Conferenza delle Nazioni Unite per discutere un nuovo accordo per ridurre i cambiamenti climatici globali da adottare e attuare fino al 2020. La conferenza sarà la 21a sessione annuale della Conference of the Parties (COP21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) dal 1992, e l’11a sessione del Meeting of the Parties (CMP11) dal Protocollo di Kyoto nel 1997. [Vedi anche qui].

 

 

 

Terry Tudor è senior lecturer in Waste Management (Gestione dei rifiuti) presso l'Università di Northampton (UK), e visiting professor all'Università di Brescia. Qui il suo blog personale.

 

 

Traduzione di Daniela Voso

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