Brexit: si scrive Europa ma si legge negri

È facile cedere alla tentazione di fermarsi alla lettera delle cose. Tanto più quando queste si guardano da fuori, attraverso il filtro della proprie strutture e questioni irrisolte. Così mi pare che sia successo con i commentatori Italiani che negli ultimi giorni hanno affrontato la questione della “sorprendente uscita del Regno Unito dall’Unione Europea”. E se da uno sguardo esterno proprio di questo sembra trattarsi, il senso di quanto è successo è ben più chiaro agli occhi di chi vive in Inghilterra e ne respira a fondo l’atmosfera putrida.

 

“La sorprendente uscita del Regno Unito dall’Unione Europea” è una frasetta che vale la pena di leggere come gli esegeti Islamici leggevano gli hadith del Profeta: con un occhio alla lettera e uno, quello più attento, al suo significato più recondito e più vero.

 

Cominciamo dal suo essere così “sorprendente”, da cogliere alla sprovvista anche gli allibratori, che l’hanno quotata come improbabile fino al giorno del referendum. In effetti, un suicidio economico e una regressione politica così spaventosi sembravano tanto contrari alla logica, che gli stessi leader della campagna Leave sono stati colti di sorpresa dai risultati. Del resto, nessuno tra loro voleva davvero vincere questo referendum, e trovarsi tra le mani la pistola con cui avrebbero dovuto uccidere il futuro del proprio paese e, ben più importante, la propria carriera futura. Ma tant’è. I sondaggi si erano sbagliati, come spesso capita. Forse perché, in tempi complessi come questi, le analisi teoriche sono più capaci di cogliere le svolte a venire, di quanto non lo sia la quantificazione statistica delle opinioni raccolte al telefono. La Brexit non è affatto sorprendente, per chi si sia dato la pena di osservare i mutamenti generali dell’epoca contemporanea.


In questo periodo di riflusso della globalizzazione, stiamo assistendo al passaggio di marea che segue la frantumazione degli stati-nazione nei loro due elementi costitutivi: lo stato e la nazione. La disintegrazione dello stato compiuta dal neoliberismo di marca anglosassone, ha portato alla resurrezione violenta del concetto di nazione, inteso come l’ultima frontiera possibile di aggregazione sociale. Nei discorsi di tanti populismi destrorsi, da Trump al M5S Italiano all’Inglese UKIP, lo stato, mutilato dal neoliberismo, viene sempre più identificato con una burocrazia pesante e assurda, dalla quale la nazione ha bisogno di liberarsi per non soffocare. Non la società, non l’umanità, ma la nazione. Oppressa non dal capitale, non dalla polizia (sempre più privata, come con G4S in UK), ma dallo stato. Quello stato o ‘superstato’ – nel caso dell’UE – che è percepito, in fondo, come il vero responsabile delle storture del capitalismo finanziario e il corruttore di sistemi come quello bancario che, se originassero direttamente dalla nazione, non potrebbero in alcun modo rivoltarlesi contro. Una volta rimossa l’influenza nefasta della burocrazia, il capitalismo rivelerebbe il suo volto umano, sorridente verso il popolo della nazione. Se negli anni ’30 del ‘900 il rigurgito nazionalista si alleava con la forma stato contro il capitale, diventando nazional-socialismo, oggi l’alleanza è tra nazione e capitale, nella direzione di un nazional-capitalismo al contempo neoliberale e identitario. In questo scenario, il ‘superstato Europeo’ non può che essere identificato proprio con quella burocrazia corrotta che si oppone all’estasi d’amore tra capitale e nazione, tra finanza e etnia.

 

C’è dunque ben poco di sorprendente nell’uscita del Regno Unito dall’Europa. Ma si tratta poi davvero di una “uscita”? In effetti, il Leave non aveva tanto a che fare con l’uscita dall’Europa, quanto piuttosto con l’espulsione di questo pericoloso demone dal corpo della nazione. L’UK non ‘va’ da nessuna parte, è l’Europa che se ne deve ‘andare’ dall’UK. E quando si scrive Europa, si deve leggere ‘i negri’. Come si è sempre i terroni di qualcuno, si è sempre i negri di qualcuno. L’impurità Europea è incarnata nei negri che sporcano le campagne inglesi, perché negri sono i Polacchi, i Rumeni, gli Spagnoli, gli Italiani. E ovviamente anche i Pachistani e gli Indiani e i Nigeriani che vivono in UK da diverse generazioni. Buttare fuori l’Europa significa grattare via lo sporco, a prescindere dalla sua appartenenza formale a uno stato della UE. E tenere solo il pulito.

 

Sì, ma cosa è questo corpo pulito della nazione, in nome del quale è stata fatta la Brexit? Parlare di “Regno Unito” sarebbe davvero improprio. La Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato massicciamente a favore di restare nell’Unione Europea. E così hanno fatto i principali centri urbani, a partire da Londra. L’Inghilterra rurale e post-industriale, con la sua miriade di cittadine inquietantemente identiche, è stata il vero soggetto che ha reclamato a gran voce “we want our country back!”. L’Inghilterra extracittadina, particolarmente la working class bianca. Come già in Italia e in Germania dopo la prima guerra mondiale, la devastazione provocata dal Thatcherismo ha spinto la working class Inglese nelle braccia di un fascismo nazional-capitalista. Perché il caso del referendum Inglese è molto diverso da quello Greco dell’OXI, in quanto le misure di austerità che sono andate a infierire su una working class già martoriata, qui sono veramente homemade. È stato proprio il governo Conservatore eletto ben due volte dalla working class Inglese extracittadina, che le si è rivoltato puntualmente contro. E così, non è rimasto altro da fare che trovare nella situazione di povertà sempre più diffusa il segno di un tradimento della volontà popolare, operato dalle élite cosmopolite cittadine in combutta con la grande cospirazione ordita dalla burocrazia Europea. Una volta eliminati i negri, i burocrati e i cosmopoliti, finalmente la working class Inglese potrà godere dei benefici di quel neoliberismo che deve tornare a essere, come da origine, fieramente e radicalmente Inglese.

 

L’ultimo passo della nostra breve esegesi non può che mettere in questione l’etichetta di “Unione Europea”. Gli abitanti della Cornovaglia, una delle regioni più povere dell’UK, assolutamente dipendente dai fondi provenienti dall’UE, ha votato in massa a favore della Brexit. Perché, chiaramente, l’obiettivo del loro voto non era l’Unione Europea, da cui non ha mai ricevuto che vantaggi. Il problema è l’idea stessa di Europa, intesa come un superstato senza nazione, un’area culturale prima che politica, che favorisce il cosmopolitismo e la migrazione interna. Un’Europa che, come gli ebrei di Weimar, è al contempo sporca e pidocchiosa, e stravagantemente cosmopolita. E in effetti, l’idea Inglese dell’Europa è più vicina al vero di quanto non lo sia quella degli stessi organi politici dell’Unione Europea. Hanno ragione i nazionalisti e i nuovi fascisti dell’Inghilterra rurale: l’Europa è molto più dell’Unione Europea. L’Europa si stende ben più in là dei confini attuali dell’Unione Europea, e si configura come un’area culturale prima ancora che come un’entità politica: un’area che include nel suo largo abbraccio il Marocco e l’Iran, la Scozia e la Turchia. È sporca e pidocchiosa e al contempo cosmopolita. È un Katechon (un ‘potere che frena’) in grado di soggiogare il Titano della nazione, di abbattere le sue frontiere e di sfidare il suo nuovo matrimonio col capitale. Proprio per questo, le campagne Inglesi hanno avuto ragione a votare per la Brexit: il loro fascismo è incompatibile con la nostra Europa.

Ferdinando Scianna

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