John Berger. Autunno londinese

Come Jamie Andrews [1] e Tom Overton [2] hanno raccontato nei loro contributi al volume 32 di “Riga (Riga 32, John Berger, a cura di Maria Nadotti, Marcos y Marcos, Milano 2012), nel 2009 John Berger ha deciso di donare alla British Library il proprio archivio letterario. Come in varie altre occasioni, il suo è stato un gesto generosamente controcorrente visto che sono ormai molte le istituzioni europee e soprattutto nordamericane che si contendono i manoscritti, gli epistolari, gli appunti, i diari, gli schizzi, gli schemi, gli abbozzi, le fotografie e l’infinita serie di materiali che un autore di fama mondiale produce nel corso di una vita.

 

Talora si arriva a vere e proprie aste.

 

Il desiderio di Berger, che continua a considerarsi un marxista e a credere nell’amicizia e nei rapporti disinteressati, era di avere il meno possibile a che fare con “le forze del mercato”. Ciò che gli stava a cuore era mettere in buone mani, in mani capaci di creare le condizioni per future condivisioni, il proprio lavoro di anni ma anche il frutto di numerose e poliedriche collaborazioni con scrittori, artisti, fotografi, filmmaker, uomini e donne di teatro, medici, semplici amici di tutto il mondo.

 

 

“Quel che mi interessa degli archivi”, dice Berger, spiegando non narcisisticamente l’atto della donazione, “è che entrandoci si accede al passato, ma un passato per così dire al presente. E così rappresenta un ulteriore modo per le persone che hanno vissuto nel passato, e forse vivono ancora o forse sono morte, di essere presenti. Questo mi sembra uno dei fattori quintessenziali della condizione umana. È di fatto ciò che differenzia l’uomo da qualsiasi animale: vivere con coloro che hanno vissuto, in compagnia di chi non vive più. E non per forza gente che abbiamo conosciuto di persona; mi riferisco a persone che forse abbiamo conosciuto solo attraverso quello che hanno fatto, o hanno lasciato dietro di sé; la questione della compagnia del passato, è questo che mi interessa, e gli archivi sono una specie di sito nel senso di sito archeologico, un sito per quella compagnia, la compagnia del passato”.

 

Qualche giorno fa – dopo un anno di analisi e catalogazione, nonché di bonifica da eventuali “animali selvatici” importati insieme alle carte dal villaggio dell’Alta Savoia dove Berger vive – la British Library, in collaborazione con il King’s College di Londra, lo ha presentato al pubblico e aperto a studiosi e ricercatori attraverso una serie di eventi.

 

Innanzitutto un’esposizione – John Berger: Art and Property Now – allestita presso il King’s College (Inigo Rooms, Strand campus) e inaugurata il 6 settembre. La mostra, che rimarrà aperta fino al 10 novembre 2012 è divisa in cinque sezioni/stanza.

 

 

Nella prima sono raccolti materiali risalenti agli anni ‘40, l’epoca in cui Berger, che allora studiava pittura, è “trascinato” verso la politica e diventa un critico marxista e un giornalista televisivo.

 

Nella seconda si celebrano i quarant’anni di due delle sue opere più importanti, il romanzo G. e il saggio Questione di sguardi. Pubblicati entrambi nel 1972 e tradotti nelle più svariate lingue, questi testi fortemente anticipatori continuano a esercitare un’influenza che invece di esaurirsi, sembra aumentare col tempo. In entrambi l’autore sperimenta e inventa sul piano formale e mette dei veri puntelli teorici a questioni “di contenuto” quali la proprietà e l’uso dell’arte, il rapporto sperequato tra uomini e donne, l’asimmetrico distribuirsi del potere nella società e nella famiglia.

 

Nella terza sono raccolti alcuni esempi della collaborazione con altri artisti. Tra loro John Christie, che insieme a John Berger, crea lo stupefacente Ti mando questo rosso cadmio…, vero e proprio trattato sul colore e la forma e al contempo intimo scambio epistolare sulle cose minute della vita, sui sentimenti e le relazioni. E Jean Mohr, il fotografo svizzero-tedesco coetaneo di John, che insieme a lui produce una serie di testi dove fotografia e scrittura si tengono in una sorta di parità orizzontale che è più della semplice complementarietà. In opere come Un settimo uomo o A fortunate Man è evidente che il testo non spiega l’immagine e l’immagine non illustra il testo, che insieme questi due mezzi possono creare un “altro modo” di raccontare e dare corpo a una “terza” voce che non è solo la somma di quella dei due singoli autori.

 

 

La quarta, dedicata alla collaborazione con il regista teatrale Simon McBurney e l’associazione londinese Artangel per il progetto The Vertical Line (1999) è, come ha scritto il curatore della mostra, un’anticipazione. Già lì la “compagnia del passato” evocata da Berger per descrivere lo spazio fisico creato da un archivio è in scena nel chiaroscuro di una vecchia stazione in disuso della sotterranea londinese che fa pensare alla grotta di Chauvet, dove “le pitture rupestri somigliano a una mappa”.

 

Di che cosa?

Di ospiti al buio.

Che si trovano dove?

Qui, venuti da altrove... [3]

 

La quinta e ultima stanza è un luogo d’incontro, dove nelle prossime settimane si terranno seminari e conversazioni ispirati dall’opera di John Berger.

 

Dal 6 all’8 settembre, parallelamente alla mostra, nei locali del King’s College si è volta una conferenza accademica intitolata Ways of Seeing John Berger. Gli atti, raccolti dalla British Library, saranno presto a disposizione dei lettori. Mentre è già fruibile on line il prezioso indice analitico creato da Paul Gordonper la BL.

 

Infine due eventi cinematografici: la ripresa del film Play Me Something (1989), diretto da Timothy Neat a partire da un racconto di John Berger [4] e interpretato da Tilda Swinton e dallo stesso Berger; e la presentazione in anteprima mondiale di Ways of Listening, un mediometraggio diretto da Colin MacCabe e sceneggiato da Tilda Swinton che lo interpreta a fianco di John Berger.

 

 

Girato nell’arco di una giornata, dodici ore ininterrotte di riprese, nella casa dello scrittore a Quincy, Ways of Listening è stato prodotto da London Consortium TV. C’è da augurarsi che si abbia presto anche in Italia modo di vedere questa squisita opera cinematografica che, grazie al sapiente lavoro di montaggio di Christopher Roth, restituisce in pieno il senso dell’amicizia tra l’attrice e lo scrittore, la loro intima complicità, la temperatura del loro reciproco dirsi e ascoltarsi. Una lezione sul narrare, sullo scambio di esperienze che è alla base dell’atto di narrazione, assai più preziosa di qualsiasi scuola di scrittura. Pause, silenzi, ricordi, segreti, tutto ciò che sta “tra le righe” ne sono la vera materia. E tutto può partire, come succede nella vita, da una mela e da come la si taglia: un invito a associare liberamente, a lasciarsi portare. Il racconto come atto di fiducia e di speranza.

 

 


[1] Capo del Dipartimento Manoscritti Letterari Moderni alla British Library di Londra.

[2] Catalogatore dell’archivio di John Berger presso la British Library di Londra e curatore della mostra “John Berger. Art and property now”, inaugurata il 5 settembre scorso presso il King’s College di Londra.

[3] Si veda “Il Pont d’Arc”, in Qui, dove ci incontriamo, Bollati Boringhieri, Torino 2005.

[4] Il testo adattato per il grande schermo da Timothy Neat è “Suonami qualcosa”, in John Berger, Una volta in Europa, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

 

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