L'epistolario / Eugenio Montale e Sergio Solmi, una lunga amicizia

13 Marzo 2022

Ogni tanto arrivano nella casella della posta, come fossero relitti di un’epoca lontana, volumi di grandi dimensioni che raccolgono epistolari novecenteschi. È stato il caso nel 2020 del carteggio tra Gianfranco Contini e la casa editrice Einaudi, pubblicato, a cura di Maria Villano, dalle Edizioni del Galluzzo, mentre il 2021 si è chiuso con la pubblicazione dell’epistolario tra Eugenio Montale e Sergio Solmi, Ciò che è nostro non ci sarà tolto mai (Quodlibet), per le cure attente e sensibili di Francesca D’Alessandro e un’appendice di testi mai raccolti in volume a cura di Letizia Rossi. Si tratta di 338 lettere che i due si scambiarono tra il 1918 e il 1980, ma la parte più estesa dell’epistolario, la più interessante, riguarda gli anni Venti e Trenta. Mentre di Montale sono stati pubblicati diversi carteggi – i principali con Gianfranco Contini e Irma Brandeis (Clizia) –, sono poche le lettere note di Sergio Solmi, forse il più acuto critico letterario novecentesco, a sua volta poeta, squisito prosatore morale e personalità un po’ nascosta ma centrale nel nostro Novecento per l’amplissimo compasso di interessi, dalla filosofia alla fantascienza, e per l’estesa rete di contatti, molti naturalmente in comune con lo stesso Montale.

 

Si conoscono a Parma nell’autunno del 1917, dove entrambi sono di leva. Montale ha 21 anni, è di origine genovese e proviene da una famiglia di commercianti; Solmi non ne ha ancora 18, è torinese ma di origine emiliana. Non sono militaristi, ma c’è la guerra e stanno compiendo il loro addestramento in attesa di raggiungere il fronte. La sera si trovano in latteria e tra loro nasce una consuetudine spontanea. La letteratura cementa l’amicizia. Montale è già entrato in contatto con gli ambienti letterari genovesi (Sbarbaro, Grande e Barile), Solmi per ora è solo un lettore vorace. Nei primi mesi del 1918 ognuno segue il suo battaglione al fronte e, senza avere particolari attitudini militari, combattono. La guerra sembra qualcosa più di grande di loro e in queste lettere non ce n’è traccia. Dopo l’armistizio non si perdono di vista, ma il congedo per entrambi arriva solo nel corso del 1919. Tornato ognuno nella sua città, Montale cerca di sfuggire al destino del posto fisso e comincia a mandare all’amico i suoi componimenti, mentre quest’ultimo studia legge controvoglia. Orfano di padre, ha uno zio potente, Arrigo, professore di diritto, che sarà anche Ministro di grazia e giustizia sotto il fascismo, e in famiglia si pensa che, al momento buono, potrà aiutarlo a sistemarsi.

 

Le lettere servono per approfondire l’amicizia ma anche per rivelarsi a se stessi. Scrivono di essere spesso malaticci, insonni, in bolletta, ma sembrano tutto sommato lamentele rituali. In realtà sono molto curiosi di quello che accade attorno a loro. Trascrivo qualche brano relativo al 1920. Montale a Solmi: “Sono un vecchissimo fanciullo (...) all’arte sono venuto dalla filosofia: la soluzione del mio problema artistico è per me un bisogno d’indole essenzialmente etica più che estetica: forse il bisogno di risolvere tutti i dualismi nell’opera di bellezza”. Qualche mese dopo: “Tutti gli ismi contemporanei mi hanno nauseato; eppure debbo confessarmi che la logica loro è inesorabile”. E più avanti: “Per me la poesia dev’essere una sintesi di sentimento, pensiero, intuizione e cultura, valori umani e valori puramente estrinseci”. Sempre nel ‘20 Montale visita la mostra di Cézanne a Venezia. È un’esperienza forse decisiva, come lo fu per Roberto Longhi. Si trova per la prima volta davanti alla “tradizione del moderno”, alla dimostrazione che le regole del gioco possono essere cambiate pur restando nel solco della tradizione. Subito dopo scrive al più giovane amico: “trovare reminiscenze e tracce d’altri in un’opera d’arte non mi inquieta più, anzi per me è indizio di serietà di lavoro”.

 

Sergio Solmi (a sinistra) e Eugenio Montale (a destra), 7 febbraio 1925, Milano.


Solmi lo informa: “Sto scrivendo, più per farmi la mano che per altro, appunti critici su poeti e scrittori moderni”. A fine anno Montale commenta: “Ho perso da molto tempo ogni fiducia nella filosofia e posso informarti del mio ben definitivo distacco da ogni forma di hegelismo di gentilismo ecc. (estetica crociana compresa)”. Nelle loro lettere, e resterà un’abitudine, commentano l’attualità letteraria. Non sono avanguardisti ma sono perplessi dal rappel à l’ordre promosso dalla ‘Ronda’. Secondo Solmi, nessuno dei suoi membri (tra gli altri Bacchelli e Cardarelli), raggiunge la poesia. Cominciano a scambiarsi componimenti, anche se sono esitanti e spesso molto critici verso sé stessi, ma il giudizio dell’altro diviene sempre più importante. Montale scrive all’amico che la sua poesia è “passata al filtro di una eccessiva ipersensibilità”. Attorno al 1921 entrambi conoscono Piero Gobetti, colpiti, quasi insospettiti, dalla sua prodigiosa giovinezza. Quel giovane che “parla come un libro stampato”, secondo la definizione di Montale, e che diverrà nel 1925 il primo editore di Ossi di Seppia.

 

Una cartina di tornasole della loro amicizia è Giacomo Debedenetti, nato nel 1901 e conosciuto da Solmi fin dai tempi di scuola: “Il mio amico De Benedetti (...) è un giovane di molto ingegno e cultura, ma molto lontano da me per aspirazioni e per educazione”. Comune la sensibilità, affini spesso i gusti, ma diverso l’impasto umano: un certo estetismo esasperato, l’eccessiva ambizione letteraria, una debolezza per la mondanità (non gli è perdonata ad esempio la frequentazione del salotto di Gualino), lo rendono diverso da lui. Ad ogni modo Solmi e Debenedetti fondano, nel 1922, la rivistina letteraria ‘Primo Tempo’ che, pur giovanile, rivela l’idea di tenersi fuori dagli ismi (idealismo, attualismo) del tempo. Il nome di Debenedetti torna spesso nell’epistolario. Ad esempio scrive di lui Montale: “dice cose acute ma disgregate” (1926). Sono due i critici della generazione precedente a cui va la loro stima: Emilio Cecchi e Alfredo Gargiulo. Scrive Montale all’amico nel 1922: “Ho per questo critico (e artista squisito. Hai visto “Pesci Rossi”?) una stima illimitata”. Solmi gli risponde a stretto giro: “Anche il mio ideale di critica tende al modo di Cecchi o di Gargiulo, piuttosto, per intenderci, che a quello di un Borgese (...) I crociani e i gentiliani (strettamente intesi) mi han sempre avuto l’aspetto di gente che non sappia di che parla”.

 

Come noterà qualche anno più tardi (1932), Cecchi applica alla letteratura gli strumenti del critico d’arte. Da qui anche la sua influenza su Roberto Longhi e Gianfranco Contini e il loro impasto di filologia e critica nell’affrontare un’opera. Per fare un passo indietro, la formazione di Solmi si può dire completata attorno al 1923, così quando Montale gli manda qualche sua poesia, la risposta è già autorevole: “il nucleo della tua poesia, per così dire, il tuo atteggiamento di fronte alle cose è chiaro e definito in questa tua specie di naturalismo delicato e spirituale (...) ora non ti resta che slargare e osare, anche per te, e introdurre nuovi elementi umani”. 

Una ventata di novità è rappresentata dall’arrivo di Bobi Bazlen a Genova nel 1923, che diventa presto amico di Montale e, dopo qualche anno, di Solmi. Questi, dopo la laurea, siamo sempre nel ‘23, si trasferisce a Milano per cercare un posto di lavoro e poter così sposare la fidanzata Dora, originaria di Aosta e di famiglia socialista. I due amici saranno sempre antifascisti: Montale non prenderà mai la tessera del PNF, Solmi sarà attivo nella Resistenza. Le concessioni fatte al fascismo sono minime, ma entrambi cercano di dare nell’occhio il meno possibile. Scrive Montale nel 1923: “La rivoluzione son disposto a farla tutti i giorni dentro di me; ma fuori preferisco non bere olio di ricino o buscare legnate”.

 

 

Ossi di Seppia, la prima raccolta poetica di Montale, esce nella primavera del 1925, pubblicata da Gobetti a fronte dell’impegno di 200 sottoscrizioni da parte dell’autore. Le tre sezioni di cui si compone il libro sono dedicate a Cecchi, Bazlen e Solmi. Quando quest’ultimo lo riceve gli scrive una lettera di caldo consenso, notando tra l’altro che “sono i primi versi liberi italiani che leggo”. Al principio del 1926 Solmi è assunto nell’ufficio legale della Banca Commerciale Italiana. Da poco vi è entrato Raffaele Mattioli che negli anni a venire ne diventerà amministratore delegato e infine presidente. Ha un lontano legame di parentela con Solmi ed è il suo ‘protettore’, anche se, come è nel suo stile, lo mette continuamente alla prova. Solmi all’inizio non ama Milano, ma poi un po’ alla volta conosce l’ambiente culturale milanese (Somaré, Linati), i caffè del centro dove si ritrovano giornalisti e scrittori, le librerie (la più frequentata è la Hoepli di Galleria De Cristoforis dove lo si immagina sfogliare, timido e avido al tempo stesso, i vient de paraître che arrivano da Parigi). La politica è sullo sfondo ma non è mai taciuta. 

 

La prima battaglia critica che i due compiono insieme, e che cambierà l’orientamento della nostra letteratura, è in favore di Italo Svevo ed è orchestrata da Bazlen che ne è il tramite. Per Montale lo scrittore triestino è una terza via tra l’ultimo Fogazzaro e l’estenuato D’Annunzio. Il primo articolo del poeta genovese su Svevo – si incontrano poi in piazza della Scala a Milano ed è un incontro che meriterebbe una microstoria, considerando che a pochi passi da lì Solmi ha preso servizio alla COMIT– è del 1925. Montale riconosce i meriti di Joyce come “Colombo” dello scrittore triestino, ma ne mette in luce la novità nel panorama culturale italiano. Il rapporto con Svevo li mette in contatto con Parigi, allora il cuore della cultura letteraria europea, con la ‘NRF’, Valéry Larbaud e Benjamin Crémieux. Sono due gli scrittori di stanza nella capitale francese che più li colpiscono: per Montale è il Joyce dei The Dubliners, per Solmi è Alain, filosofo empirico e asistematico, autore dei celebri propos, che diviene per lui un punto di riferimento e di cui si impegna a diffondere l’opera in Italia. La scelta di Alain è anche un modo per reagire al sistema a maglie troppo strette di Benedetto Croce.

 

Il filosofo se ne accorge e puntualizza la sua posizione in una noterella su ‘La Critica’. È sintomatico del clima culturale di allora che Solmi ci metta anni per formulare una risposta al filosofo napoletano.

Il successo di Ossi di Seppia rinforza la posizione di Montale che inizia a essere avvicinato da scrittori, poeti, critici. Il suo giudizio è spesso impietoso e collima con quello di Solmi: non amano i dilettanti ricchi come Umberto Morra di Lavriano o Guglielmo Alberti, Bacchelli li fa sorridere per la sua vanità, sono colpiti dall’ingegno precoce di Leo Longanesi, valutano Natalino Sapegno ottimo storico ma modesto critico letterario e così via. Scorrono in queste pagine decine di altri nomi di scrittori e critici, spesso petulanti, oggi conosciuti, forse, solo dagli specialisti. L’impressione è che i due non sbaglino un colpo. Importante invece il rapporto con Mario Praz, “spirito non profondo ma di una versatilità etonnante”, chiosa Montale. Il giovane anglista ha il merito di aprirgli la strada nel mondo anglosassone.

 

Cartolina di Sergio Solmi a Eugenio Montale, 13 maggio 1926.


Nel 1927 Montale si trasferisce a Firenze per lavorare da Bemporad. È il suo primo impiego fisso. Conosce l’ambiente del caffè delle Giubbe Rosse e scopre la bellezza del paesaggio toscano. Il carteggio documenta tra l’altro la storia delle successive edizioni degli Ossi di seppia (Ribet, 1928; Carabba 1931). Sorge l’astro di Malaparte con cui i due entrano in rapporti ma restando sempre un po’ sul chi va là.

 “Hai letto Gli Indifferenti? Mi pare un libro notevole”, scrive Montale all’amico. Siamo già negli anni Trenta, così è amichevole il suo rapporto con Elio Vittorini e Salvatore Quasimodo, siciliani transitati da Firenze prima di arrivare a Milano. Firenze è allora la capitale culturale italiana – basta rileggere il bellissimo Amici di Romano Bilenchi, pensare a ‘Pegaso’ e ‘Pan’, le due riviste dirette da Ugo Ojetti, alla presenza di Bernard Berenson e al mondo cosmopolita che ruota intorno Ai Tatti, la sua residenza sui colli fiorentini – ma colpisce, leggendo le loro lettere, come ogni città abbia un proprio specifico ambiente culturale. 

 

Nel 1930 esce Il pensiero di Alain, il primo libro saggistico di Solmi che mette in ordine gli appunti di lettura sul pensatore francese, la cui intuizione più importante è così colta dal critico italiano: “un’arte in profondità, la cui natura è di consistere, per così dire, più nell’operazione compiuta per ottenere il risultato che nel risultato stesso”. È lo spunto da cui parte la critica delle varianti che avrà, qualche anno dopo, in Gianfranco Contini il suo teorico (bollata da Croce con la celebre espressione “critica degli scartafacci”), ma anche l’apertura di una nuova stagione poetica di Montale (che recensì il libro), basata sulla forma occasionale del pensiero, sulla filosofia asistematica del quotidiano. Le occasioni, appunto. Sempre nel 1930 Montale prende servizio come direttore del Gabinetto Viesseux, una biblioteca circolare utilizzata soprattutto dalla comunità straniera di Firenze.

 

Il poeta ha così più tempo per collaborare alle riviste letterarie. Su ‘Pan’ tiene un notiziario delle novità letterarie francesi. Solmi gli propone di curare insieme un’antologia della poesia italiana per Scheiwiller: ne discutono, si rimbalzano proposte, ma non se ne farà nulla. Nel 1932 Mattioli rileva la rivista ‘La Cultura’, dopo la morte del fondatore Cesare De Lollis, e propone a Solmi di dirigerla insieme a Giovanni Titta Rosa, letterato abruzzese a lui legato, ma inviso ai due amici che, anzi, ci avevano pubblicamente polemizzato. Solmi deve accettare, ma la rivista ha vita breve per vicissitudini culturali e larvatamente politiche, tanto che Mattioli cede la testata al giovane editore Giulio Einaudi che ne conserva l’emblema: lo struzzo che spiritus durissima coquit.

 

Il 1933 è un anno importante per Montale: conosce Irma Brandeis, giovane studiosa americana di letteratura approdata in Europa e con cui nasce un amore contrastatissimo di cui tace all’amico. Lo informa subito invece del sorgere di un nuovo astro della critica, Gianfranco Contini, allora appena ventunenne: “ti ho mandato un art. di certo Contini. È un giovane che non conosco. Che te ne pare? Mi pare molto promettente”. Il rapporto tra I due diviene meno intenso nella seconda metà degli anni Trenta, e riprende quando escono Le Occasioni, pubblicate da Einaudi nell’autunno del 1939, un titolo che per Solmi è “un’aderente qualificazione critica”.

 

Il libro accompagnerà molti giovani intellettuali sul fronte di guerra, contribuendo a creare il mito di Montale per una nuova generazione. Dopo la guerra lo scambio epistolare diminuisce fino quasi a spegnersi quando Montale si sposta a Milano nel 1948 per prendere servizio al ‘Corriere della Sera’. Muoiono entrambi nel 1981, a 25 giorni di distanza l’uno dall’altro.

La speranza è che questo epistolario possa portare nuovi lettori a Sergio Solmi, le cui opere sono pubblicate e a disposizione nel catalogo di Adelphi, e contribuiscano a ingentilire il profilo di Montale che qui rivela un’umanità difficilmente rintracciabile nelle altre corrispondenze a noi note.

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