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Ecco Carlo sulla soglia del teatro

Eccolo. 

Siamo al Teatro Manzoni, a Milano, febbraio 1965. Alla fine di Troilo e Cressida, regia di Luigi Squarzina, appare in scena Carlo Quartucci e dice mulinando le braccia lunghe: Sono Margarelone, il figliolo bastardo di Priamo! 

Quanto mi hanno parlato di lui Lisetta Carmi fotografa e Giannino Galloni studioso di teatro. Di Carlo e del suo Aspettando Godot con Leo de Berardinis, Rino Sudano, Anna D’Offizi, Maria Grazia Grassini. So che lui mi vuole incontrare, ha visto la mostra Genova-Porto, ha ascoltato La fabbrica illuminata e letto Padrone & Servo. E anch’io lo voglio conoscere, sento che c’è in lui vento e avventura.

Alla fine del Troilo sono in quinta – ci abbracciamo. È mezzanotte, usciamo per Milano, Cammina cammina si va per le vie più dentro le visioni che nella realtà – viene l’alba, viene l’aurora, vengono le otto, vengono le nove. Adesso, diciamo, è l’ora di andare a dormire. 

Ma io appena a casa comincio a scrivere un testo e fin che non lo finisco sto sveglio. 

Lo chiamo All’improvviso. È il frutto dei dialoghi con Carlo – di quel sentirci un solo discorso in due corpi, in due voci.

 

Carlo mi ha svegliato il teatro degli attori – me li ha fatti apparire. Con Nono per Diario italiano e La fabbrica illuminata parlavamo di cantanti, di cori. Carlo mi descrive gli attori del suo gruppo – il suo fantastico gruppo – e comincio a sognare le parti, i personaggi, le metamorfosi. Ma sanno volare i tuoi attori? Ma certo! E faranno i salti mortali? Ma certo! E potremo farli sparire proiettando immagini sui loro corpi? Ma certo! Fra una balbuzie e l’altra sento spazi infiniti di abisso, vedo un attore nuovo, possibile.

E come sarà, Carlo, la forma del teatro? E insieme pensiamo che sia come in un dripping di Pollock, aperto da ogni lato, che tutti entrino ed escano come nelle piazze – un teatro che sia la piazza del mondo, il parlamento possibile della nuova comunità.

È il 1965 – sento che stiamo dando inizio, come due anni prima con Nono, a un diverso modo di essere nel teatro – che il teatro si sta espandendo. Dal chiuso di Beckett a un aperto da inventare.

 


Un’immagine dallo spettacolo “Zip-Lap-Lip-Vap-Mam-Crep-Scap-Plip-Trip-Scrap e la Grande Mam alle prese con la società contemporanea” di Giuliano Scabia, con al regia di Carlo Quartucci (1965). 


Quando d’agosto in riva al Tevere, a Primavalle, nei giorni in cui stiamo per cominciare le prove di Zip si fa Aspettando Godot  nel teatro di legno (costruito dal fratello di Carlo), all’improvviso nella notte stellata sorge da sotto il corpo del palcoscenico una nube di falene – e per qualche minuto il mormorio delle ali attutisce le voci di Leo e Rino – la voce di Beckett. Sì – ho detto dentro di me – ecco il teatro vivente che si apre verso l’infinito e va. Verso dove? Come un parto di piccoli angeli mi sono sembrate quelle falene, segnale umile e inquietante, come dicessero: Ecco, con le vostre luci di scena ci avete svegliate. Attenti, veniamo con voi. Siete pronti? 

Eravamo pronti. 

Credo che tutti quelli del gruppo fossero pronti. Basta seguirne l’avventura – la bella storia della loro vita: Leo de Berardinis, Maria Grazia Grassini, Rino Sudano, Anna d’Offizi, Cosimo Cinieri, Claudio Remondi, Edoardo Torricella, Giampiero Fortebraccio, Luigi Castejon, Sabina de Guida, Mirella Falco.

 

Carlo era là - sulla soglia.

L’ho visto (e lo vedo) così: sulla soglia del Teatro – che mi dà una mano a entrare, con l’esperienza siciliana della sua compagnia di famiglia alle spalle, e le prove del Teatro Universitario di Roma fondato da Amedeo Fago, e quel decentramento pioneristico a Primaporta – messo in scena e recitato alla perfezione – in musica incantata di gesti, suoni e falene.

Quanta strada, quanti esperimenti, quante trasformazioni ha operato Carlo – anche il grande Mimmo Cuticchio quanto gli deve nella sua metamorfosi! e tanti e tanti come si son rinnovati lavorando con lui, nel Camion, alla radio, nel cinema, nella scrittura!

Mi sembra che sia sempre stato, per tanti, sulla soglia di un viaggio che non finiva mai. 

A adesso?

 

Adesso che oltre la soglia hai preso via, caro amico e maestro, ascolta di nuovo la poesia che ti ho recitato a Genova due anni fa durante l’incontro per i cinquant’anni di Ivrea – quando ti sei messo a piangere forse perché ancora una volta ci siamo sentiti fratelli.   

 

PIOVE

 

a Carlo Quartucci

 

Piove a mastèle, a seci roversi,

che dio la manda, scravassi, diluvi,

e tu? e me? - noi siamo gli uccelli

con ali da pioggia e da vento 

che come velieri, come cavalieri,

cerchiamo vedere nel fosco i sentieri

del mondo universo che intorno

è culla, teatro, foresta, stormo.

 

Un’immagine dallo spettacolo “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, con la regia di Carlo Quartucci.


Il funerale in onore di Carlo Quartucci – deceduto all’alba del 31 dicembre 2019 – si tiene venerdì 3 gennaio alle ore 12 alla chiesa della Natività, in via Gallia a Roma (vicino al numero civico 162). La sua compagna, l’attrice Carla Tatò, ha scelto questo luogo perché nel 1959 Carlo vi debuttò con Aspettando Godot di Samuel Beckett. Allora il sacerdote era don Gino della Torre, un prete di sinistra, aperto alle arti. Il funerale vuole essere anche una festa “in amicizia hic et nunc” e un “buon viaggio a Carlo” tutti insieme amici, familiari e compagni d'arte e di vita scenica, persone che hanno affiancato, collaborato, apprezzato e vissuto il lungo e intenso percorso artistico improntato alla ricerca, che per Quartucci è stata sempre una continua sfida di coraggio e un continuo viaggio di scoperta.

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