Eravamo quattro amici

Le librerie strabordano di volumi sulla storia dei Beatles: sembrerebbe dunque inutile mettersi a scriverne uno nuovo sulle avventure dei quattro ragazzi di Liverpool, ma questa volta la prospettiva che ci viene proposta da Ferdinando Fasce è diversa dal consueto. L'autore non è musicista né musicologo, bensì professore di Storia contemporanea all'università di Genova: questo gli permette di tenere una sana equidistanza tra la visione acritica di certi fans strimpellatori appassionati e quella di alcuni demolitori di miti che pur di provare le loro tesi arrivano a sminuire la grandezza indubbia della band di Liverpool.

Adottando uno stile di grande scorrevolezza, Fasce inserisce la progressiva ascesa mondiale dei Beatles all'interno del contesto dei cambiamenti rivoluzionari sociali che hanno caratterizzato la storia mondiale dalla fine degli anni 50 sino al 1970. 

Un'eccellente ricostruzione dell'Inghilterra post-bellica serve a introdurre le singole biografie dei quattro futuri baronetti, e nelle pagine seguenti la cronologia degli avvenimenti è guidata con mano sicura e senza sbavature. 

 

Curiosamente l'interesse per il fenomeno di ribellione giovanile e per i mutamenti di costume che accompagnano la carriera dei Beatles spinge l'autore a dedicare oltre metà del libro al periodo che va dal 1962 al 1965, ovvero quello musicalmente meno interessante. Ai successivi capolavori, da Revolver fino a Abbey Road (dove i Beatles si liberano finalmente da qualsiasi schema formale del passato e cominciano ad inventare canzoni di originalità assoluta spingendosi fino ad incorporare suggestioni musicali derivate dall'ascolto di autori d'avanguardia come Berio e Stockhausen) viene dedicato uno spazio relativamente minore, forse perché questi lavori non sono stati accompagnati da quei fenomeni di isteria collettiva e di rivolta verso le generazioni precedenti che caratterizzano il corso iniziale della Beatlemania e che per uno studioso di Storia risultano indubbiamente interessanti. 

 

 

Con precisione Fasce documenta le massacranti nottate passate dai quattro a suonare nei locali di Amburgo durante gli anni di apprendistato e il ritmo frenetico, quasi insostenibile, dei successivi e continui spostamenti in giro per il globo dei musicisti, sostenuti dall'apparentemente inesauribile forza della giovinezza (ma anche da una notevole quantità di benzedrine e alcool) e da una voglia mai nascosta di sovvertire interamente le regole del gioco nel music business. In brevissimo tempo i quattro distruggeranno totalmente la figura dell'artista asservito alle case discografiche, pretendendo (e ottenendo) un'autonomia artistica totale, seppur condivisa con la straordinaria lungimiranza e sensibilità del produttore George Martin.

 

La stessa voglia di libertà e autonomia sembra percorrere i giovani e gli artisti di tutto il mondo, che nel giro di pochissimi anni daranno vita a fenomeni artistici diversissimi che vanno dalla psichedelia al flower power, agli innesti tra folk e rock (capitanati da Bob Dylan) passando per le devastanti performance elettriche di Jimi Hendrix e Cream e al fenomeno di integrazione razziale della Motown, prima etichetta black in grado di sfondare nel mercato dei teenagers bianchi americani.

In mezzo a questo tumulto i Beatles hanno registrato con la precisione di un sismografo i vari cambiamenti, rimanendone influenzati ma a loro volta plasmandoli in un continuo scambio di idee e stimoli musicali che non ha forse precedenti nella storia del Ventesimo Secolo: pensiamo solo all'incontro con Dylan e come questo abbia profondamente trasformato il modo di scrivere di Lennon e Harrison spingendoli verso una dimensione maggiormente politica e profonda nei loro testi (McCartney è rimasto allegramente immune dal morbo dylaniano e ha continuato imperterrito a raccontare la vita delle varie Honey Pie e Molly & Desmond) ma anche all'esplosione della Summer of Love del 1967 (benissimo raccontata nel libro) e alla disillusione generazionale seguita ad essa, che verrà suggellata senza appello da Lennon nel suo “The dream is over” del 1970.

 

Sostenuto da una preparazione accuratissima, l'autore ci conduce anche attraverso i labirintici percorsi legal/finanziari che portarono i Beatles verso la fine degli anni 60 a contendersi il loro impero Apple a suon di carte bollate e avvocati, ma anche nelle descrizioni di questi capitoli il tono evita qualsiasi tecnicismo e la narrazione procede senza intoppi.

Certo, alcuni giudizi di Fasce in questo peraltro consigliatissimo libro appaiono decisamente azzardati: affermare che un capolavoro musicale come Lady Madonna faccia parte dei “brani deliberatamente non esaltanti e tuttavia di sicura presa sul pubblico” oppure che Abbey Road sia un disco “da ascoltare con piacere senza cercarvi l'innovazione assoluta” (che invece si troverebbe in Tommy degli Who) appare agli occhi di chi scrive come una bestemmia, ma queste sono solo opinioni personali.

Segnalo una sola imprecisione: il brano che porta al litigio tra George Harrison e Paul McCartney nel 1968 non è Hey Jude ma I've got a feeling, come ha più volte dichiarato il chitarrista e come dimostra la visione del film Let it Be, dove si vede il bassista che cerca di insegnare a Harrison come eseguire il celebre break di chitarra che appare a metà canzone canticchiandogli esattamente le note e portando Harrison prima a sbottare e poi a lasciare lo studio di Twickenham dove i quattro stavano registrando.

Se pensiamo che nel giro di cinque anni i Beatles sono passati dallo scrivere canzoncine innocue come From me to you, And I love her e I'll follow the sun (alternate a cover immacolate di Please Mr. Postman e 'Till there was you) alla creazione di opere visionarie come A day in the life (in grado di unire brillantemente la forma canzone con suggestioni derivate dalle avanguardie europee), I am the Walrus e Helter Skelter (un vero e proprio Golem elettrico che anticipa di parecchio tempo gruppi come Led Zeppelin e AC /DC) c'è da rimanere letteralmente a bocca aperta davanti alla velocità con cui questa metamorfosi si è compiuta. 

 

Ancor più stupefacente il fatto che questo risultato sia stato raggiunto da musicisti che alla fine della loro parabola artistica comune compivano rispettivamente 29 (John e Ringo) 27 (Paul) e 26 (George) anni: in una delle sue ultime interviste George Harrison dichiarò che per i Beatles “il tempo si era allungato in maniera incredibile... a volte mi sembra di avere mille anni se penso a tutto quello che ho fatto e che mi è successo”.

Una vera e propria Supernova che è fiammeggiata nel cielo artistico con luminosità mai più raggiunta da altre stelle e che si è esaurita in fretta lasciando dietro sé una scia che a tutt'oggi non accenna a spegnersi.

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