Il buco nero di Brexit

La notte prima del referendum una tempesta ha colpito il sudest dell’Inghilterra. Mentre la pioggia cominciava a cadere nella tarda serata l’ufficio meteorologico rilasciava allerte per l’est e il sud di Londra, da Kingston e Croydon fino all’Essex e al West Sussex. Ha piovuto tutta la notte, incessantemente, come non capita spesso in questo paese di perturbazioni volatili. La mattina pioveva ancora. Mentre facevo colazione, guardando in TV le notizie che mescolavano l’apertura dei seggi alle scene di inondazioni e disagi provocati dal maltempo (una donna portata in salvo su un canotto a Barking; una cantina allagata; piccole polling stations nelle remote campagne a nord del Paese), pensavo che se avessi avuto qualche fiducia in una lettura soprannaturale della realtà avrei detto che tutta quella pioggia era di cattivo auspicio per il giorno in cui il Regno Unito era chiamato a prendere la decisione più importante della sua storia dalla fine della guerra. Ma i sondaggi davano Remain in testa, con un margine pericolosamente assottigliatosi durante le ultime settimane di campagna e poi riallargatosi dopo il brutale omicidio della parlamentare Jo Cox per mano di un estremista di destra.

 

Per le strade di Londra l’atmosfera sembrava confermare questo ottimismo: metà delle linee della metropolitana era bloccata per via delle inondazioni, con i treni che si muovevano a strappi e le solite immagini apocalittiche delle folle di pendolari compressi alla stazione di Waterloo come durante un bombardamento. Ma gli attivisti di Remain presidiavano tutti gli hub del mio percorso casa-lavoro, distribuendo volantini e adesivi da incollare a zaini e camice. Nei quarantacinque minuti abbondanti che impiego per andare a lavoro, diventati un’ora e venti a causa dei ritardi sulla rete dei trasporti, ho contato sedici spille con la scritta “I’m IN”, zero con la scritta “Vote Leave”. Ho scritto un messaggio alla mia compagna, che lavora a Westminster, e mi ha confermato l’impressione. Per la prima volta dopo molte settimane ho pensato che le cose si sarebbero sistemate, e in poche settimane Brexit sarebbe stato soltanto un ricordo.

 

Questo senso di ottimismo diffuso forse aiuta a spiegare la sensazione che milioni di persone hanno provato nella notte tra il 23 e il 24 giugno, quando è diventato progressivamente chiaro che tutte le previsioni erano sbagliate: quelle degli analisti politici, quelle delle persone qualunque che avrebbero votato Remain, persino quelle delle agenzie di scommesse. Man mano che alla diretta della BBC la mappa del Regno Unito si colorava di blu, il colore scelto per Leave, due fattori si rendevano manifesti. Il primo è la filter bubble nella quale io, europeo londinese impiegato in una professione intellettuale, ero rimasto intrappolato: ancora una volta, come se fosse stato necessario ribadire un concetto fin troppo noto, si stava delineando uno scenario Londra vs. il resto del Paese. Il secondo fattore è più sottile, e ha a che vedere con il concetto del perturbante. Nel corso della notte emergeva via via la consapevolezza che ero divento un ospite sgradito per il Paese in cui abito, un corpo estraneo che minacciava di essere espulso. Mentre la notte progrediva, e lasciava spazio all’alba del primo giorno del Regno Unito extraeuropeo, milioni di persone (europei e britannici allo stesso modo) scivolavano in quello che è l’elemento base dell’orrore: il famigliare che si rivela straniero, la sensazione che ciò che credevi bendisposto o almeno ambiguo nei tuoi confronti che si manifesta improvvisamente ostile.

Andando a lavoro la mattina del 24, dopo due ore di sonno, lo strano ottimismo del giorno precedente si era ribaltato nel suo contrario: una percezione diffusa del senso di catastrofe, del vuoto che si apre davanti a ogni scenario inimmaginabile. Come l’ottimismo del giorno prima era ambiguo (la tensione che percorreva l’aria, le scene della devastazione provocata dalle alluvioni che si mescolavano all’entusiasmo degli attivisti di Remain) così anche il senso di catastrofe del giorno dopo era trattenuto, e parzialmente grottesco. Dietro al Barbican, sulla strada in cui un tempo passava il muro della città romana, due automobili andavano avanti e indietro sventolando bandiere inglesi come se la nazionale di calcio avesse appena vinto i mondiali. Non suonavano il clacson, però: forse un segno di rispetto per l’impero cominciato proprio in quel punto e che ora minacciava di tramontare una volta per tutte. La rabbia istintiva che ho provato per quella scena si è trasformata rapidamente in una sensazione più complessa, come quella comunicata dal sapore agrodolce delle danze macabre medievali.

 

A lavoro l’atmosfera era pesante. Tra i miei colleghi, con una distribuzione etnica equamente ripartita tra cittadini britannici e immigrati europei, le reazioni andavano dall’ostentata indifferenza di chi ha visto di peggio (una collega polacca che ricorda ancora i tempi dell’URSS) e le lacrime trattenute a stento di una ragazza francese che fino a poche ore prima non riusciva nemmeno a immaginare che un giorno le sarebbe stato chiesto di ottenere un permesso di soggiorno per continuare a convivere con il suo ragazzo britannico. Ma ora si scopriva anche chi aveva votato Leave dall’atteggiamento schivo e dall’improvviso basso profilo. Come in qualsiasi racconto dell’orrore i confini della realtà e della percezione si facevano sfumati: di chi posso fidarmi ora? Chi sono i miei amici e chi i miei nemici? Il risultato del voto stava già cominciando a tracciare frontiere più ambigue della divisione geografiche (nord/sud del Paese), demografiche (anziani vs. giovani), di classe (aree cittadine intellettualmente avanzate vs. aree rurali povere dal basso tasso di istruzione): scavava fossati intimi, più difficili da afferrare e quindi più inquietanti.

 

Solo un’altra volta nella mia vita ricordo un coinvolgimento tanto intenso in un evento esterno alla cerchia dei miei amici e familiari: era l’11 settembre 2001, e quello che allora come adesso percepivo è il senso della Storia che ti accade intorno. Per tutto il giorno del 24 la BBC ha mantenuto la diretta davanti a Westminster e al 10 di Downing Street, come se qualcosa di inaudito potesse ancora capitare, come se David Cameron potesse ancora uscire dalla porta di casa sua alle undici e mezzo di sera e dichiarare che si è trattato di uno scherzo. Non c’è stata analisi, commento del voto: solo diretta e copertura giornalistica, necessità di cogliere anche i più piccoli frammenti della trasformazione. Un continuo ripetere gli stessi dati e le stesse immagini (l’affluenza alle urne, il volto non troppo convinto di Boris Johnson che festeggia quella che sembra da tutti i punti di vista una vittoria vota, priva di contenuto) come a volersi convincere che l’impensabile è davvero capitato.

 

Perché questo è il vero punto di Brexit per come appare oggi all’alba di questo futuro incerto: la sensazione che forze profonde e fuori dal controllo siano state liberate, e che le conseguenze non siano prevedibili. Come nell’illusione ottica provocata da due specchi che si riflettono a vicenda, Brexit è un buco nero che più lo osservi e più diventa profondo. La lista delle cose che possono andare male si allunga sempre, apparentemente senza fine. Se c’è una fine paradossale per un movimento che ha incentrato tutta la sua campagna sul tema della sovranità e della ripresa di controllo, con tutti i significati psicologici che ciò comporta, non potrebbe essere che questa.

Non è facile dire cosa rimane una volta passata la rabbia e lo sconcerto del giorno dopo. Certamente rimane la sensazione diffusa di un errore di proporzioni storiche e dalle conseguenze irreparabili, ma anche quella di un gioco in cui hanno perso tutti: Brexit è come una di quelle azioni che si compiono in preda alla rabbia (rompere i piatti contro il muro, insultare un amico) e che a mente lucida risultano semplicemente inspiegabili. La compensazione di Brexit è un senso di colpa quasi percepibile, come il calore del sole o l’umidità dell’aria.

 

L’esempio migliore per capire com’è possibile mettere in piedi un gioco in cui perdono tutti è quello dell’immigrazione. Su questo tema più che su altri la campagna che ha condotto al referendum è stata segnata dalle mistificazioni, dalle mezze bugie, dalle distorsioni mediatiche. Ancora poche settimane fa gli attivisti di Vote Leave si facevano riprendere dai media mentre cucinavano pollo tikka masala nei ristoranti indiani di Brick Lane, promettendo alle seconde generazioni dei paesi membri del Commonwealth una maggiore facilità nell’ottenere permessi di soggiorno per i loro famigliari che ancora vivono a Deli o a Lahore. Nigel Farage ha sguinzagliato per le campagne furgoncini con la gigantografia dei profughi siriani ammassati al confine della Turchia facendo intendere che il prossimo passo sarebbe stato vederli in coda agli sbarchi di Dover. Boris Johnson ha ripetuto più volte di essere discendente di turchi, ma ha omesso che suo padre ha rinnegato quelle origini preferendo enfatizzare la linea di discendenza materna che conduceva fino a re Giorgio II. Coloro che hanno votato Leave credendo a questa campagna di bugie (perché i loro figli e nipoti non hanno il lavoro, perché il partito laburista ha deluso le aree ex industriali del Black Country, perché alla famiglia rumena della via a fianco hanno dato il council flat e a noi, inglesi figli di inglesi, no) si aspettavano davvero le deportazioni di massa nel momento stesso in cui il Regno Unito fosse uscito dall’Unione Europea, e si sono già sentiti traditi dal possibilismo di Johnson, per cui non c’è fretta di iniziare il processo di uscita, e dall’improvviso silenzio di Farage. Anche loro hanno cominciato a capire che i problemi non verranno spazzati via con un colpo di spugna, e che in compenso il proprietario dell’alimentari polacco in cui vanno a comprare il latte tutte le mattine ha smesso di salutarli quando li incontra per strada.

Poi hanno perso i giovani, tutti quanti, quelli europei e quelli britannici, quelli che hanno votato Remain e quelli che hanno votato Leave, che d’ora in poi saranno privati delle opportunità di viaggio, studio e carriera che hanno avuto i loro genitori. Questo aspetto generazionale del voto è forse il più raccapricciante di Brexit, perché ribalta l’assunto su cui si reggono le civiltà umane per cui un genitore non dovrebbe mai seppellire il proprio figlio. Come è stato giustamente detto l’Europa fatta dai nostri padri è stata distrutta dai nostri padri, una generazione che ha avuto tutto quello che noi non abbiamo e che ora può serenamente consegnarsi all’oblio eterno lasciando dietro di sé un panorama di rovine.

 

Ha perso la working class delle aree abbandonate al centro e nord del Paese, ancora una volta: martoriate da Margaret Thatcher, ignorate dal capitalismo liberista, dimenticate da Londra per generazioni, trascurate dal partito laburista, queste popolazioni hanno deciso di incanalare la rabbia accumulata in quarant’anni di miseria nella protesta contro un potere esterno e invisibile (l’Unione Europea) favorendo un potere interno e altrettanto invisibile (Boris Johnson e il suo gruppo) che li ignorerà come hanno fatto i suoi predecessori, impegnato come sarà nel prossimo futuro a favorire l’ingresso nel Paese di capitali cinesi e sauditi e a deregolare ulteriormente la City. Arriverà la crisi economica portata dall’instabilità dei mercati e dal crollo della sterlina, crescerà la disoccupazione e le aree abbandonate dell’Inghilterra profonda saranno, ancora una volta, le prime a pagarne il prezzo.

Sul breve termine ha perso il Regno Unito in generale, che si è esposto alla più grande incertezza economica da trent’anni a questa parte in un momento di instabilità economica globale; ha perso anche la Scozia, che ha votato Remain in massa e ora con ogni probabilità chiamerà un secondo referendum questa volta con la quasi certezza di ottenere l’indipendenza; ha perso l’Europa, il cui progetto viene messo in discussione come non era mai accaduto prima d’ora. Ma ha perso anche il sistema sanitario nazionale, che da mesi avverte delle conseguenze catastrofiche di un’uscita dall’Unione Europea, e la lotta al terrorismo, come i portavoce dell’MI6 non si sono stancati di ripetere per mesi. Ha perso David Cameron, che verrà ricordato come il primo ministro che chiamato il referendum pensando di poter controllare il risultato in proprio favore, in un epic fail che se non avesse effetti terribili sarebbe quasi divertente. Ha perso, come è stato giustamente detto, l’idea di una democrazia basata sui fatti, perché da quando la campagna di Brexit è cominciata non c’è stato un solo un solo dato credibile a supporto dell’uscita dall’Unione Europea, solo populismo e allarmismo. E la gente ha scelto il populismo e l’allarmismo, confermando che siamo tornati a un’epoca della storia umana in cui i processi non si vincono più presentando prove oggettive ma si decidono per singolar tenzone.

 

Chi ha vinto è sotto gli occhi di tutti: Donald Trump, che ha paragonato Brexit alla sua campagna per “riprendere il controllo” degli Stati Uniti; gli speculatori stranieri, russi e sauditi, che con la sterlina in caduta libera avranno più facilità a comprare appartamenti di lusso a Chelsea e ai Docklands per lasciarli vuoti alimentando la bolla edilizia; Nigel Farage, che ora può permettersi di fare un passo indietro lasciando che sia Johnson, o chi per lui, a fare i conti con le conseguenze del referendum. Che queste vittorie portino anche solo un piccolo vantaggio agli abitanti del Regno Unito, a chi ha votato Leave e a chi ha votato Remain, è altamente opinabile. Le conseguenze negative invece si faranno sentire per tutti, e probabilmente prima del previsto.

 

Se c’è una cosa che Brexit ha insegnato, come se ci fosse davvero bisogno di insegnarla, è che la volontà di controllo porta sempre al proprio opposto: e con quell’opposto, ora, dobbiamo farci tutti i conti, ovunque ci troviamo, in Europa o al di fuori di essa.

William Turner, The Fighting Temeraire, 1839

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