La sarabanda degli anniversari

Negli ormai molti anni della mia vita trascorsi in “Roma Capitale”, non ho mai incontrato nessuno, giovane o vecchio, popolare o intellettuale, dei Parioli o della Garbatella, intelligente o fesso, di destra o di sinistra, che alla mia domanda sulla data di fine della guerra, confondendosi con la data della liberazione di Roma, non rispondesse con serena tranquillità: 

“4 giugno 1944”.

 Dopo molti anni di riflessione, ho dovuto concludere che anche la mia risposta: 

“25 aprile 1945” meriterebbe  alcune critiche. Ognuno risponde per i fatti suoi e di quelli degli altri non gliene sbatte un granché.

Il settantunesimo anniversario del 25 aprile, quest’anno 2016, ha assunto una sua particolare importanza perché l’ANED si è rifiutata di partecipare alla solita pagliacciata dei “25 aprili”, e vedrete il perché, mentre invece l’ANPI ha partecipato alla sfilata come ogni anno, benché la sfilata non ci fosse, essendo il Comune di Roma commissariato per le ben note vicende di “Mafia Capitale”.

 

In queste turbolente vicende la riunione della Comunità ebraica nei locali del Circolo Pitigliani ha finito per assumere un’importanza enorme, accresciuta dal fatto che, dopo una mia breve premessa, il Rabbino Capo Riccardo Di Segni ha voluto onorarci del racconto documentato dei trascorsi partigiani della sua famiglia, di suo padre, medico militare di una Divisione Garibaldi.

Ricominciamo da me, che sono stato il primo a parlare. Qualificandomi non come testimone, ma come attestatore, e la differenza sostanziale è venuta fuori per fortuna proprio nel corso della inaspettata tumultuosa serata. Intanto ho attestato che il 20 aprile 1945 si tacquero all’improvviso tutte le armi che riempivano notte e giorno di fracasso l’intera vallata e udimmo sopra di noi l’amabile cinguettio del popolo degli uccellini che, con tanta grazia, rappresentano ancor oggi i loro temibili antenati, i battaglieri Dinosauri. Il cinguettio era il loro canto di guerra, forse perché erano venuti a sapere par avion che l’Armata Rossa aveva sfondato le linee naziste e dilagava a cannonate per le vie di Berlino.                 E poi il 25 aprile 1945 ci fu la discesa in pianura della solita Divisione Garibaldi, diversa da quella di rav Riccardo, preceduta da una dibattito politico fra mio padre e mia madre sull' opportunità di festeggiare la nostra Armata che scendeva a valle al canto di “Finiamola bastardi ch’a lé ura, orsù siamo giunti a la fin…”.

 

A papà gli era presa la terribile sindrome del ritorno dei nazisti, la mamma invece gli chiedeva: “Ma come puoi, per le tue ingiustificate paure, privare i ragazzi di quella che sarà certamente la più bella giornata della loro vita?”.  Papà si convinse alla fine che la mamma aveva ragione, ma pretese una soluzione di compromesso, che ci nascondessimo in un fitto cespuglio per vedere senza esser visti. Come vedete, i 25 aprili crescono come funghi, ma non è ancora finita, perché il 30 aprile 1945 il canto, di guerra degli uccellini fu di nuovo zittito, questa volta dallo scampanio festoso, di tutte le chiese in tutte le vallate. Stavo in giro con la mamma quando vedemmo un prete che respirava a pieni polmoni con la faccia felice guardando il cielo, e la mamma gli chiese: “È finita la guerra?” e il Prelato rispose: ”No, signora, non è ancora finita, ma c’è una gran buona notizia: quel delinquente del Führer si è suicidato”. Altro che 4 giugno ’44! Dal 20 aprile 1945 il Pianeta blu aveva ricominciato a parlare da solo, e passeri e campane, con metodi digitali, inauguravano, con l’anticipo di 50 anni, l’Era della Rete delle Reti, la nostra epoca felice nella quale si difendono perfino gli elefanti, i visoni, gli zibetti, i topi muschiati, i leopardi… Mai nessuno che si contenti! Sempre tutti col mugugno!

 

Dopo una breve storia della Brigata Ebraica, una volta pronunciato il commovente ricordo di rav Riccardo, Fassina si alzò e se ne andò meno cupo del solito; purtroppo si perse il meglio quando comparve uno strano personaggio dell’ANPI, travestito da gangster risorgimentale con uno strano enorme bavaglio tricolore, a dire frasi ben poco assennate come per esempio: “Il 25 aprile è festa di tutti”. Di preciso mi ricordo che gli dissi sbigottito: “Come? di tutti? Anche festa dei fascisti?”. Poi persi il senno e mi tocca di ricorrere a mia volta ad attestatori e testimoni…

Un peu d’histoire – diceva Victor Hugo che non ne sbagliava una; e adesso aggrappatevi alle vostre poltrone e tenetevi saldi, perché sta per accadere l’indicibile che vi racconterò con l’aiuto di chi c’era.

Dovete sapere che da 30 o 40 anni, a ogni 25 aprile a Roma si fronteggiano due squadre di mentecatti, ovviamente convinti che la guerra sia finita il 4 giugno del ’44: una sventola le bandiere di Israele, l’altra quelle della Palestina, due Stati che allora non esistevano perché stavano per essere creati dalle Nazioni Unite, seppur con ben scarsi risultati iniziali, nell’ancora futuro novembre del 1947. Non esistevano e neppure sognavano che sarebbero esistite, tuttavia a ogni 25 aprile che Dio ci manda in Terra i mentecatti delle opposte fazioni si affrontano a bandierate in testa, fischi, pugni e altri sgarbi, e la gente normale se ne torna a casa avvilita, rimpiangendo il 4 giugno’44, convinti che in quel giorno la guerra fosse finita e di lì a poco infatti sarebbe stata inventata la pasta alla carbonara. 

 

Perché questo fenomeno abnorme si verifichi anche in altre città, non so e non voglio saperlo.

Lasciamo andare la pasta e torniamo al nostro Victor Hugo: non passa giorno che , parlando della Shoah, gente anche assai per bene non abbia a dirci: “Ma santiddio, e voi perché non vi siete difesi?”. 

Ed è quello il tragico momento nel quale noi ebrei finiamo uccellati come merli: “Ma come? La rivolta del ghetto di Varsavia, quella di Treblinka, quella del Sonderkommando n.1 di Auschwitz?” Tutti atti eroici, grandi battaglie, ma finite sempre in un unico modo, con la sconfitta, lo sterminio e la rinnovata arroganza dei nazisti.

Mosso da questi oscuri sentimenti e da queste confuse rimembranze, avevo ormai perso il ben dell’intelletto, mentre la riunione si svolgeva animata, ma non collerica, con le solite argomentazioni di quelle che lasciano il tempo che trovano.

 

Io invece non ero solo incollerito, ma inferocito, e avevo scoperto per caso, o ispirazione suprema, uno strumento più che adatto a dare fiato alla mia furia. La grande sala del Pitigliani era cosparsa di potenti microfoni WIFI e io li impugnavo a mazzi, mentre, messi in disparte i reumatismi, mi ergevo sempre più nella mia statura d‘un tempo: 1,82 alla visita di leva. Ingigantito oltre ogni dire, a sentire i testimoni allibiti, gridavo nei microfoni all’incirca le maledizioni del libro di Isaia: “Ungheresi, ungheresi, pagherete cari i vostri reticolati”, “Polacchi, Ucraini, Estoni, Lettoni, Lituani, finirete in un mazzo come questi microfoni”, “Holland, pfuah”, “Famiglia Le Pen, tutti dritti a bruciare all’infernaccio”.

Intanto, rav Riccardo mi assisteva con la sua impassibilità, e, senza muovere ciglio, sembrava dire: “Ascoltate il Profeta”. Sembrava a me, finito ormai in un turbine allucinato.

 

Il compagno ANPI sgranava gli occhi sbalordito, mentre un signore non di origine ebraica chiedeva ad amici suoi: “Ma per voi israeliti le funzioni si svolgono sempre con questo rituale?”.

Riuscii, credo, a trasferire il mio dolore agli altri che se ne stavano andando anche loro berciando a pugni alzati, fermandosi solo ad abbracciare me e rav Riccardo: una specie di standing embrassetion.

Senza che me ne avvedessi, perché ho smesso di essere invasato solo due giorni dopo, era emersa la pochezza dei mentecatti delle bandiere, e probabilmente quelli delle bandiere palestinesi pensavano: “Questi americani avevano già vinto la guerra il 4 giugno del‘44 e allora perché hanno bombardato Hiroshima e Nagasaki il 7 e l’8 agosto dell’anno dopo?”. A parte il fatto che il 9 agosto 1945 è la vera fine della guerra, finalmente!, non c’è mai nessuno che si ricordi che il 7 agosto è il mio compleanno.

Non esiste pellerossa al mondo che, quando si dice “Little Big Horn” non s’illumini d’immenso, e noi ebrei italiani ce l’abbiamo, la nostra Little Big Horn: è la campagna d’Italia, con la discesa dalle vallate anche dei partigiani ebrei, con la salita lungo la Penisola della Brigata Ebraica, composta da 5000 volontari, mentre, nei cimiteri Alleati sotto la luna, brillano nei nostri cuori le Stelle di Davide sparpagliate fra le migliaia di croci e riempiono gli orizzonti delle nostre speranze non ancora svanite.

 

Conclusione: siccome in Italia abbiamo vinto noi ebrei, s’intende per quel poco che potevamo, non accetteremo mai più che si scambi il 25 aprile per la fondazione dello Stato di Israele che avvenne, in una nuova guerra, il 15 maggio 1948 e attendiamo con speranza di poter festeggiare un giorno la fondazione, nella pace, del nuovo Stato di Palestina. Claro? 

 

 

Questo racconto è uscito con il titolo di “Il calendario della Liberazione e la giostra degli anniversari” sulla rivista dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, “Pagine Ebraiche”, 1 giugno 2016.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO