raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

L’arte di dire addio in 4/4

Spero di morire prima di invecchiare – I hope I die before I get old – da My Generation degli Who, è il verso rock per eccellenza. Quando la canzone uscì, nel novembre del 1965, autore del brano e interprete, Pete Townshend e Roger Daltrey, avevano rispettivamente 20 e 21 anni. Oggi i due di anni ne hanno 74 e 75, e il minimo che si possa dire è che l’auspicio non si è realizzato (vi risponderanno, con ogni probabilità, che l’ospizio può attendere). Leggenda vuole che Paul McCartney, d’indole forse meno spaccona o soltanto più interessato al sistema pensionistico britannico, avesse soltanto 16 anni quando scrisse una canzone come When I’m Sixty-Four – quando avrò sessantaquattro anni – dove s’immaginava con i nipoti Vera, Chuck e Dave sulle ginocchia, oppure intento a strappare le erbacce in giardino, oltre che ben disposto a cambiare i fusibili nel caso fosse saltata la luce (la canzone sarebbe poi apparsa anni dopo su Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band). Sir Paul oggi ha 77 anni ed è uno dei tanti nonni del rock che stanno attenti alle correnti d’aria.

 

Ben più allarmante della morte, per il rock, e legata a filo doppio con l’incubo dell’obsolescenza (It's better to burn out than to fade away, cantava da par suo Neil Young, meglio bruciare che svanire) è stata a lungo la prospettiva di restare calvi. Ci si poteva anche fare beffe della morte, ma perdere i capelli è sempre stato il vero spauracchio del rocker. Non la tomba ma la crapa pelàda (sovvengano qui, fuori tema, Gorni Kramer e Tata Giacobetti, ma anche un pelato che nel 1936, l’anno in cui Kramer depositò la canzone aggirando la censura, riluceva a tutto spiano). Bisogna riconoscere che il rock è diventato calvo molto tardi. Per lungo tempo i capelli ne hanno connotato la natura oltraggiosa e contestataria. I capelli hanno sempre rappresentato una sfida al sistema: il ciuffo di Elvis, le chiome fluenti degli hippy, le creste fluorescenti dei punk londinesi. Soltanto in anni più recenti, invecchiando il rock e invecchiando i suoi protagonisti, anche la pelata ha trovato una rassegnata accoglienza fra i seguaci della musica ribelle. L’accettazione dei calvi nel rock è coincisa con l’accettazione del rock nel sistema.

 

 

Sfumato l’auspicio di morire prima della terza età – My Generation – e lasciato alle spalle lo spettro dei parrucchieri – Almost Cut My Hair di David Crosby – il rock deve oggi fare i conti con una complicazione che in gioventù non aveva previsto: la morte per malattia o per vecchiaia. Uno dei primi dischi che affrontò di petto la questione fu con ogni probabilità Magic and Loss di Lou Reed, pubblicato nel 1992, un concept album che alla fiducia nella dimensione del magico opponeva il dolore della perdita, un disco grave ma ispirato, scarno e diretto, che Reed dedicò a due amici morti di cancro:

 

I see the sword of Damocles is right above your head

They're trying a new treatment to get you out of bed

But radiation kills both bad and good

It can not differentiate

So to cure you they must kill you

 

(Vedo che la spada di Damocle è proprio sopra la tua testa 

Stanno provando un nuovo trattamento per tirarti fuori dal letto

Ma le radiazioni uccidono sia il bene che il male

Non fanno differenza

E quindi per curarti devono ucciderti).

 

Se è vero che la morte non è mai stata un tabù per il rock, è altrettanto vero che con la morte il rock ha sempre flirtato da una posizione che predispone a maggior imprudenza: la gioventù. Audacia e temerarietà sono state un motore formidabile per il rock, ma il prezzo da pagare si è spesso rivelato alto. Si pensi soltanto al cosiddetto Club 27, che accoglie gli artisti morti a 27 anni: Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, Brian Jones, Kurt Cobain, Amy Winehouse, e alle tante morti cagionate da uno stile di vita all’insegna dell’eccesso. Oggi però il rock, per mere ragioni anagrafiche e per la prima volta nella sua storia, si trova nella scomoda posizione di dover contemplare la propria morte da una prospettiva diversa, senza più la scusante (o il fardello) dell’incoscienza giovanile.

 

Il prossimo decennio sarà fatale per il rock. Tutti gli eroi degli anni ’60 e ’70 fra dieci anni avranno fra gli ottanta e novant’anni. Lunga vita al rock, certo, ma come già profetizzava Jim Morrison in tempi non sospetti: no one here gets out alive – nessuno uscirà vivo di qui. Se da un lato toccherà predisporsi a giorni di lutto per gli eroi che se ne vanno, dall’altro bisognerà anche capire come il rock potrà sopravvivere se il suo destino è quello di esibirsi con il defibrillatore nel backstage, come già oggi è buona precauzione nei concerti dei Rolling Stones, oppure di affidarsi, come pare sempre più evidente, alle band tributo e ai biopic cinematografici.

 

 

L’emergere di un nuovo topos come quello dell’album testamento è la diretta conseguenza di questo stato di cose. L’album testamento è un motivo che va ad aggiungersi ad altre ricorrenze tipicamente rock come la tournée d’addio (solo quest’anno, e cito a memoria: Elton John, i Kiss, Ozzy Osbourne, Bob Seeger, Lynyrd Skynyrd, Peter Frampton; lo scorso anno, fra i grandi nomi: Paul Simon e Joan Baez), oppure il cliché del secondo album che è sempre il più difficile per un artista, come ironizzava Caparezza in Il secondo secondo me, dal suo secondo disco Verità supposte. Accanto agli addii malinconici o struggenti (il Johnny Cash di We’ll meet again o il Warren Zevon di Keep me in your heart), fin qui modulati in chiave sentimentale e in ossequio a un protocollo funebre tutto sommato convenzionale, negli ultimi tempi stiamo assistendo a una sorta di reinvenzione dell’arte di dire addio, o forse soltanto all’emergere di una dimensione crepuscolare del rock molto lontana dai toga party e dall’imperituro motto sex and drugs and rock’n’roll.

 

Dying

Is an art, like everything else.

I do it exceptionally well.

I do it so it feels like hell.

I do it so it feels real.

I guess you could say I’ve a call.

 

(Morire

È un’arte, come tutto il resto.

Lo faccio da Dio

Lo faccio per sentirmi all’inferno

Lo faccio perché sembri vero

Immagino si possa chiamarla una vocazione).

 

Dalla poesia Lady Lazarus di Sylvia Plath. 

 

Sono due i dischi che hanno inaugurato un modo nuovo di accomiatarsi nel rock. Entrambi uscirono nel 2016: Blackstar di David Bowie, pubblicato l’8 gennaio, nel giorno del sessantanovesimo compleanno di Bowie e soltanto due giorni prima della sua morte, e You want it darker di Leonard Cohen, pubblicato il 21 ottobre (Cohen sarebbe scomparso di lì a poco, il 7 novembre). Sia Bowie che Cohen lavorarono a questi dischi consapevoli che la fine era vicina. In entrambi i casi, nel rifuggire l’autocommiserazione o la retorica da estremo saluto, emergeva la volontà di restare fedeli a sé stessi fino all’ultimo. Qua e là lungo i solchi dei dischi era possibile cogliere traccia del difficile percorso che stavano compiendo:

 

Look up here, man, I'm in danger

I've got nothing left to lose

 

cantava David Bowie in Lazarus (guarda quassù, amico, sono in pericolo / non ho più nulla da perdere);

 

Hineni, hineni

I'm ready, my Lord

 

replicava da par suo Leonard Cohen (hineni hineni / sono pronto, mio Signore), facendo sua la risposta di Abramo alla chiamata di Dio nella Genesi, 22-1: hineni, eccomi.

 

L’importanza dei due lavori va ben oltre la pur toccante imminenza della chiamata. La copertina di You want it darker ci presenta Leonard Cohen affacciato a una finestra che dà su uno sfondo nero: elegante come sempre, cappello in testa e occhiale scuro, la mano da cui pende una sigaretta accesa, beffardo scandaglio calato nel regno delle tenebre: I’m ready, my Lord – nella speranza che, di là, non sussista il divieto di fumo. Sta scrutando dalla finestra, nessun motivo di allarme e nessuna ragione per distogliere lo sguardo dal proprio destino. Entrambi, Bowie e Cohen, in pieno possesso delle proprie facoltà e al culmine dello slancio creativo, procedettero come avevano sempre fatto quando chiamati a misurarsi col proprio talento e i propri limiti, consci che stavolta la chiamata si presentava sotto forma di una blackstar, una stella nera per David Bowie o, nel caso di Leonard Cohen, sotto forma di una chiamata verso un buio più profondo – You want it darker.

 

 

Nell’ottobre del 2013, poco prima di morire, Lou Reed postò un’ultima fotografia sul suo profilo Facebook, uno scatto che lo ritraeva provato ma irriducibile, il pugno rivolto alla macchina fotografica. Resistere. Combattere. Affrontare con coraggio e determinazione, ma anche con ironia e disincanto, come nel caso di Cohen, la sfida più grande e più difficile. Il rock ha insomma tenuto fede alle promesse. Non sta scantonando con la coda fra le gambe e non si sta rimangiando la parola. I suoi eroi (i nostri eroi) ci stanno dimostrando che la fiducia fu ben riposta. Non erano frottole, quelle che raccontavano. Lo scorso 6 settembre Iggy Pop, amico fraterno di David Bowie e di Lou Reed, ha pubblicato un nuovo disco in cui interpreta, fra le altre, la celebre poesia di Dylan Thomas Do not go gentle into that good night – Non entrare lieve in quella buona notte. A chiusura del disco, con una voce che pare uscita dalle viscere della terra, Iggy Pop si congeda invece recitando questi versi:

 

In my stage of the game

He’ll point out memories 

Basic, basic memories

The few moments that make life any fucking good

And he’ll put those in my face

In the dark

If all else fails‚ it's good to smile in the dark

Love and sex are gonna occur to you

And neither one will solve the darkness

 

(Al punto in cui mi trovo

Farà emergere i ricordi – il buio, ndr

I ricordi più essenziali

I pochi momenti che rendono la vita fottutamente bella

E me li sbatterà in faccia

Nell'oscurità

Se tutto il resto viene meno, sorridi pure nel buio

L’amore e il sesso ti capiteranno

Ma nessuno dei due verrà a capo dell’oscurità).

 

Laurie Anderson, vedova di Lou Reed, lo scorso 27 settembre ha pubblicato Songs from the Bardo, le canzoni dal Bardo, un disco in cui, da buddista praticante, interpreta degli estratti dal Libro tibetano dei morti.

 

E ancora. Lo scorso 4 ottobre Nick Cave ha pubblicato un disco intitolato Ghosteen, il fantasmadolescente, un disco straziante, quasi insostenibile, in cui si mette a nudo senza remore, raccontando della sua sofferenza di padre, e di come stia cercando di venire a capo della morte del figlio adolescente. Devastato dal dolore, come in una sorta di via Crucis o di bardo, di anticamera della morte, Cave si fa carico di accompagnare il figlio verso l’al di là.

 

 

E ancora. Lo scorso anno, a novembre, Marianne Faithfull aveva pubblicato Negative Capability, il suo ventunesimo disco inciso in studio. Anche lì, fra vecchie ferite e un presente non facile, fatto di solitudine, guai fisici, rimpianti e amici che se ne vanno, la sensazione che si stesse predisponendo a chiudere i conti:

 

Life goes on its joyful way

As usual nothing's as it seems

But to die a good death is my dream

 

(La vita procede nel suo modo gioioso

Come sempre niente è come appare

Ma il mio sogno è morire una buona morte).

 

Poche settimane fa, infine, la pubblicazione di The Gospel According to Water – Il Vangelo secondo l’acqua – del cantante e produttore americano Joe Henry. Una vita fra blues e folk, e poi, d’un tratto, a novembre dello scorso anno, una diagnosi spietata: tumore alla prostata al quarto stadio con metastasi alle ossa, dai tre ai sette mesi di vita. Joe Henry ha chiesto un secondo parere e ha iniziato una cura. Adesso sta meglio, il tumore, ci dice, è in remissione. Nel frattempo, mentre si curava, è stato travolto da un fiume in piena: poesie e canzoni hanno cominciato a fluire a getto continuo, nascevano già complete, parole e musica, come mai gli era successo prima. Le ha registrate in fretta e furia con il figlio e pochi amici e ne ha fatto un disco struggente e sospeso, il più sincero di una carriera che dura da ormai trent’anni. In un’intervista rilasciata di recente al New York Times, Joe Henry ha confessato che non avrebbe saputo come raccontare la malattia: “scrivo di ciò che ho sempre scritto. Mi interessa l’umanità nelle persone. Mi interessa capire come affrontiamo le sfide che la vita ci presenta”. Per lanciare il disco Henry aveva pubblicato il video di Bloom, una delle canzoni contenute nell’album. Vedendolo, e non sapendo della malattia, non avevo colto. Poi l’ho riguardato, e ho capito che, come recitano i versi della canzone, il fiore scuro dei nostri occhi svelerà una limpidezza, se soltanto sapremo custodirlo sul palmo della mano:

 

There's little we can leave behind that will truly mark this earth

But treachery and love are ours to keep for all their worth

The flower of our eyes it is a bloom blood-dark but clear

If you hold it in your open hand to carry on from here

 

(Poco di quanto ci lasceremo alle spalle potrà segnare questa terra

Ma il tradimento e l’amore sono certezze su cui possiamo contare

Il fiore dei nostri occhi è un fiore scuro come il sangue, ma si farà

Limpido se da qui in poi lo terrai sul palmo della tua mano).

 

Joe Henry, Bloom

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