Le ferite della Spagna

Di ritorno da una breve vacanza a Madrid, propongo ai viaggiatori curiosi di storia contemporanea un itinerario in tre tappe nella memoria spagnola recente.

Prima tappa: Istituto Cervantes, Calle Alcalà 49. Nella sala all’ingresso del massiccio edificio, che ospita fino al 14 gennaio la mostra “Como se imprime un libro. Grafistas e impresores a Buenos Aires 1936-1950” dedicata al meraviglioso lavoro grafico e fotografico di Attilio Rossi, Horacio Coppola e Grete Stern, è possibile accedere a un’altra esposizione, “Imprentas de la patria perdida”, aperta fino al primo febbraio. Vi si racconta la storia poco conosciuta delle iniziative editoriali e culturali messe in piedi a Tolosa dalla comunità dei repubblicani sconfitti nella guerra civile. Era il febbraio del ’39, 450000 ex combattenti per lo più anarchici con figli e mogli a seguito avevano fortunosamente attraversato i Pirenei ed erano stati accolti nel sudovest della Francia (molti in realtà furono internati a Le Vernet e a Gurs). A Tolosa, diventata la ‘capital del exilio’, avevano costruito una rete di scuole, pubblicato riviste, album fotografici, raccolte di poesie e racconti, fondato biblioteche, organizzato congressi e manifestazioni. Contenuti ricorrenti di molte iniziative i temi ormai proibiti nella patria sconfitta: il libero pensiero, la solidarietà, la libertà sessuale, gli studi di sociologia. Erano gli scampati di un popolo sconfitto e umiliato, destinati a nutrire rancore e nostalgia per decenni, ma animati da ideali generosi, orgoglio e convinzioni politiche incrollabili. La stagione di libertà sarà breve: già nell’estate del ’40, dopo l’occupazione nazista della Francia, il regime di Vichy procederà all’internamento coatto di migliaia di esiliati spagnoli. Vicende drammatiche, che abbiamo conosciuto in anni lontani grazie ai libri di Artur Koestler e Leo Valiani.

Ma fra le bacheche e i pannelli dell’Istituto Cervantes, davanti alle semplici copertine di quelle edizioni di fortuna e alle foto sbiadite dei repubblicani sconfitti e dei loro figli intenti a studiare, ancora si avverte la speranza e l’orgoglio di quei combattenti e la fiducia ritrovata in un angolo di Europa ancora e per poco ospitale.

 

 

Seconda tappa: Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia

Dall’Istituto Cervantes a Plaza Cibeles sono pochi metri: lì c’è la fermata del 34, che percorre l’elegante Paseo del Prado, e in otto minuti scendi davanti al Reina Sofia. Nel museo famoso nel mondo per Guernica di Picasso, in una saletta del secondo piano, proprio di fronte alla sala 206 gremita in modo asfissiante ad ogni ora del giorno, si proietta un filmato sulla guerra civile. Le immagini provengono dagli archivi storici dei partiti e dei sindacati sconfitti e fungono da efficace cornice a quanto esposto nella sala di Guernica e agli splendidi disegni preparatori della grande tela di Picasso.

Il contrasto fra il buio e il silenzio della saletta e l’assembramento rumoroso dei visitatori dall’altra parte del corridoio fa riflettere. Scorrono le immagini dei madrileni in fuga dai bombardamenti dell’aviazione italo-tedesca, delle macerie sulle strade oggi percorse dai turisti, dei bambini morti fra le braccia delle madri.

 

Ma la ragione di questa seconda tappa non sta lì: bisogna scendere al Piano 0 dell’Edificio Nuovo del museo, dove fino al 25 novembre 2019 è aperta la mostra “Poéticas de la democracia. Imàgenes e contraimàgenes de la Transición”. E si parte dalla documentazione dello straordinario intreccio di pratiche artistiche e gesti politici testimoniato alla Biennale di Venezia del 1976, quando Carlo Ripa di Meana aprì le porte all’arte spagnola non ufficiale e antifranchista. Chi allora aveva vent’anni o giù di lì ricorda bene il manifesto di Mirò del 1937, “Aidez l’Espagne”, adottato in quell’edizione della Biennale come segnale di una scelta inequivocabile.

 

 

Il termine Transición indica il periodo della storia spagnola iniziato con la morte di Franco nel dicembre del 1975 e terminato secondo alcuni con l’approvazione della nuova costituzione democratica del 1978 e secondo altri col fallimento del colpo di stato di alcuni reparti dell’esercito nel febbraio del 1981. In un caso e nell’altro è alla seconda metà degli anni Settanta che si fa riferimento. E di quel periodo la Mostra al Reina Sofia restituisce l’inesauribile vitalità: attraversi quelle sale con l’emozione del riconoscimento, quello che viene mostrato lo conosci già, fa parte del tuo passato, ma adesso scopri che per i coetanei spagnoli tutto ciò che allora ti era familiare aveva un significato assoluto. Era un esplosivo riemergere alla vita e al desiderio dopo quarant’anni di umiliazione. 

Le nuove forme della società civile, dalle associazioni di quartiere ai movimenti femministi, ecologisti o pacifisti, producono controcultura e quindi pratiche estetiche, strategie comunicative e linguaggi nuovi: sulle pareti delle sale e sotto vetro nelle bacheche è un tuffo nel passato. Riviste di poesia, testimonianze di gruppi musicali e di compagnie del teatro indipendente, fumetti, collages, radio libere, murales, locandine, adesivi, antipsichiatria, marijuana libera, manifesti gay, periodici alternativi del risorto movimento anarchico e di donne giovani e incazzatissime (testate come Ajoblanco, Vindicación feminista): è il risveglio di un popolo giovane, la rottura definitiva con la morale e l’estetica del passato, la scoperta di una nuova dimensione del piacere e della politica.

Si esce, insomma, da questa seconda tappa come dall’esplorazione di un continente troppo presto dimenticato e ritrovare quell’energia e quelle speranze è un balsamo.

  

 

Terza tappa: Estacion de Atocha, Monumento en recuerdo de las victimas del 11-M

L’ultima tappa, a duecento metri dal Reina Sofia, ci porta alla Stazione di Atocha, dove l’11 marzo 2004 ci fu il più grave attentato della storia europea di questo secolo: le esplosioni avvennero nell’ora di punta, attorno alle 7.30 del mattino, e colpirono quattro treni regionali carichi di pendolari. Il bilancio finale fu di 191 morti e 2057 feriti. La Spagna intera scese in piazza: nelle manifestazioni del 12 marzo marciarono nelle città spagnole dieci milioni di persone, solo a Madrid e sotto la pioggia erano più di due milioni. Ma il paese non reagì con la concordia sperata: tre giorni dopo l’attentato si doveva votare alle elezioni politiche. Il governo di destra di Aznar aveva subito puntato il dito contro i baschi dell’ETA, il mondo intero non gli credette, men che meno gli spagnoli che già erano scesi in piazza a milioni l’anno precedente per protestare contro la partecipazione spagnola alla guerra in Iraq voluta da Bush figlio. A sbugiardare infine il Partito Popolare di Aznar giunse la notte seguente la rivendicazione degli attentati da parte di Al Qaeda pubblicata a Londra da un giornale in lingua araba. Alle elezioni di domenica 14 marzo vinse il PSOE di Zapatero con il 43,2% dei voti. La Spagna aveva deciso, ma la spaccatura nell’opinione pubblica fu profonda e nemmeno le sentenze definitive emesse in sede penale negli anni successivi sono servite a svelenire la dialettica fra i principali schieramenti politici.

 

Eppure quella Spagna, ancora una volta colpita dalla violenza politica e dilaniata al suo interno, è stata capace nel giro di tre anni di costruire memoria con un gesto di grande significato civile affidato all’architettura e, in particolare, a un piccolo studio madrileno di giovani architetti, FAM Studio, il cui progetto “La luz dedica un momento al dia a cada persona ausente” si è aggiudicato il concorso battendo la concorrenza di 283 proposte internazionali. Dal 2007 la cupola cilindrica in vetro del monumento è lì a ricordare tutti quei morti, a pochi passi dalla Stazione e in mezzo al traffico di una grande città europea.

 

 

L’accesso al memoriale vero e proprio è all’interno della stazione, fra scale mobili corridoi chioschi e il gran correre dei passeggeri frettolosi. Da fuori si vedono solo pareti cieche di vetro azzurro, da dentro si assiste in trasparenza allo scorrere della vita di una grande stazione. In una prima saletta i nomi delle 191 vittime; nella grande sala di 497 m², sotto la cupola di vetro alta 11 metri, la luce inonda di azzurro le pareti che come pagine di un grande libro propongono alla lettura i messaggi di cordoglio e solidarietà giunti in quei giorni a Madrid in tutte le lingue del pianeta. L’intero ambiente è insonorizzato: fuori la frenesia degli arrivi e delle partenze, dentro il silenzio e il ricordo. L’impatto, devo dire, risulta efficace.

 

I monumenti, alla lunga, corrono il rischio di passare inosservati, lo sappiamo bene: quante volte è capitato ai cittadini bresciani di passare davanti alla stele di Piazza Loggia senza farci troppo caso?

Ma delle ferite collettive ci si deve occupare, è giusto così: ci sono le ferite e ci sono le cure. E a Madrid – negli ultimi giorni dell’anno appena trascorso – m’è sembrato che il gran popolo di Spagna continui a fare la sua parte. Un buon segno in questi tempi difficili per la nostra cara vecchia Europa.

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