Le lettere di Leopardi da Londra

Nel Maggio 2010 ebbi la fortuna di ascoltare Edoardo Sanguineti a Savona (sarebbe stata l’ultima volta perché il poeta era destinato a morire di lì a pochi giorni): divagando, come amava fare, Sanguineti raccontò di un’esperienza di qualche anno prima quando, nel palazzo della sua università, alla ricerca del “giusto” ufficio cui rivolgersi, gli venne indicato lo sportello “Risorse Umane”. “Allora capii – raccontava il poeta – che il mondo non era più fatto per me ed io non ero più fatto per lui”. 

L’aneddoto mi è tornato alla mente leggendo il ritratto che il protagonista dell’ultimo libro di Umberto Fiori fa di se stesso: “‘Io…penso di far parte…diciamo/che sogno di far parte di quegli uomini/che quando uno li chiama, rispondono./Che fanno quello che bisogna fare /(…) Che ti guardano/in faccia, ti salutano/con la bocca e con gli occhi,/da pari a pari. Persone che ricevono/il mondo, e lo regalano’”: l’autoritratto è quello stesso implicito nell’affermazione di Sanguineti; il mondo per cui noi siamo “risorse” alla pari di un giacimento petrolifero o minerario, è estraneo al poeta milanese come lo era al poeta di Genova.

 

Chi conosce la lingua poetica di Umberto Fiori sa quale lingua deve aspettarsi leggendo quest’ultimo suo volume appena uscito da Marcos y Marcos, Il Conoscente: una lingua sciolta, prosaica, colloquiale e confidenziale, antiermetica in sommo grado, lingua volutamente “sporca” di parlato e di vita e di corpo. Qui, se mai, questo temperamento della sua lingua si accentua rispetto alle raccolte precedenti, e si piega volentieri alla disposizione narrativa e drammatica: la divisione in capitoletti ciascuno con un suo titolo in qualche modo riassuntivo del proprio contenuto e i molti dialoghi – a volte con indicazioni scenografiche precise – in cui la narrazione si risolve, ne fanno quasi una presceneggiatura teatrale o cinematografica. 

Il protagonista del “racconto-dramma” è Umberto Fiori che è e non è l’autore del libro; diciamo che lo è con il nome e il cognome inquadrati dalle virgolette: “Umberto Fiori” perché, forse, l’autobiografismo letterario in altro non consiste che nel citare tra virgolette la propria identità e la propria vita ed è forse proprio questo il “patto autobiografico” che ad ogni autore è concesso.

Grazie all’invenzione di personaggi grotteschi (il Conoscente, il signor Olindo…), Fiori può concimare generosamente di sarcasmo ma anche di autoironia il suo libro: tutto procede naturalmente verso la “satura”; e questo non può non essere notato dal lettore di un’epoca – la nostra – in cui troppo spesso troppi poeti tendono a prendersi troppo seriosamente sul serio.

 

Succede, nel racconto in versi, che un brutto giorno “Umberto Fiori” incontri, su un filobus infreddolito, qualcuno che lo riconosce e lo chiama per nome: è e sarà, per tutto il libro, “il Conoscente”, una figura, un figuro ambiguo che, incontro dopo incontro, si appiccica al protagonista come il paguro bernardo si incolla al corpo della conchiglia di cui diventa ospite a vita. È, il Conoscente, un vecchio amico dimenticato? o è una spia, un agente al servizio di (ai servizi di…), un incallito provocatore, un ex confidente della polizia? o, più semplicemente, un essere malvagio che gode nel tormentare il protagonista? Quello che è certo è che di “Umberto Fiori” il Conoscente sa tutto: passato, presente, avventure e disavventure, carattere, opinioni politiche e non… Egli, per professione, conosce e vuole, ancor più, conoscere. Giunge progressivamente a divenire presenza indispensabile per il protagonista: indispensabile come un analista sadico per un paziente sempre più in difficoltà con se stesso: “‘Prova a scrollarti di dosso/i pregiudizi, a liberarti dai blocchi,/dalle parole che ti sono più care. Via,/prova una buona volta a lasciarti andare’” arriverà a dire al povero “Umberto Fiori” ormai in sua balìa. Più pericolosamente e più fastidiosamente ancora, il Conoscente fa riferimenti al comune passato dei due: “Mai, fino allora,/il Conoscente si era riferito/ tanto esplicitamente al suo passato/(che era poi anche il mio,/o il rovescio del mio)”: un vero e proprio doppio, insomma, un Mister Hyde che agisce non in assenza ma in concretissima presenza del dottor Jekyll. La comune origine dei due – lo si capisce presto – sta nella comune età: quella di chi, nato nel dopoguerra, è stato giovane negli anni ’70-’80 e di quei decenni ha vissuto (subìto o agito) le ideologie, i moti e le illusioni ora – apparentemente almeno – fantasmi lontani. Il tempo che li accomuna è anche il crinale che li oppone: “Umberto Fiori” è stato un militante, un extraparlamentare di sinistra, un figlio del sessantotto (ad un certo punto si citerà esplicitamente il Presidente Mao); il Conoscente, da parte sua, appartiene ai rampanti anni ’80, è sicurissimo di sé, ha la soluzione forte per tutto, rinnova ad ogni istante il suo atto di fede nel potere. Come nella ventesima scena del Don Giovanni, entrambi potrebbero cantare “Viva la libertà!” ma a condizione di dare ciascuno alla stessa parola il “suo” significato (la “libertà” del cavaliere non potendo convivere con la “libertà” del suo servo): “‘Non la capite, voi, la Libertà’”: strepita infatti il Conoscente rivolto a “quelli come ‘U.F’ ”. (E la stessa cosa potrebbe dirsi di altre parole d’ordine che hanno tatuato quella generazione: “Progresso”, ad esempio, o “Popolo”, termini di cui qualcuno, prima o poi, dovrà scrivere la storia avventurosa). 

 

 

“Il passato affiorava con un sapore/di miseria e vergogna. Il futuro/uno sbadiglio immenso, zannuto./Verso quella voragine vorticava/la festa burattinesca/di cui ero l’ostaggio. La speranza/era una piaga senza cura/che mi rodeva la testa”: quanti – di quelli che sono diventati maggiorenni nel ’68 (l’autore è nato nel ’49) – possono sottoscrivere questi versi? Tanti, pensiamo.

 

Fatto sta che ad un cero punto – tortura dopo tortura – “Umberto Fiori” è introdotto alla Convenzione (o Convenienza o arcano Convenevole o anche Convento): luogo insieme misterioso ed evidente dove tutto, appunto “con-viene”, ed è questa (“la “Quinta Parte”) la sezione a mio giudizio più alta e terribile del libro. Qui si conviene in tanti (il rapporto non è quindi più duale) e tutti i convenuti sono in qualche modo malati, tutti sperano in una qualche guarigione (di gruppo, appunto, come è stato di moda per tanti anni: chi non ci è cascato?). Alla contrapposizione socio-ideologica di prima, subentra ora quella tra malattia e salute, incarnate, rispettivamente, dal protagonista (e dagli altri membri del gruppo) e dal solito Conoscente. La terapia però assume tratti sempre più violenti, il dottore è uno “sdottore”, il tutor uno “stutor”, il coordinatore uno “scoordinatore”: la terapia propende a un’allucinata sterapia che abbia come obiettivo non un’utopica guarigione (o una guarigione dalle utopie del protagonista) ma un distopico peggioramento esistenziale…

 

Come in un’iniziazione da incubo con gare di insulti tra gli iniziandi, tra fischi, applausi (“si trattava di offendere, di ferire/quanto più si poteva/chi ti stava di fronte, di inventare/uno per l’altro/l’ingiuria più bruciante”), sferzati dal costante sadismo del Conoscente, per “Umberto Fiori” sembra trapelare una via di fuga dalla volgarità se non di salvezza: sono le lapidi di un cimitero secolare dove uomini donne bambini paiono avere raggiunto la fermezza e la dignità del riposo, è – subito dopo, e di segno apparentemente opposto – l’innamoramento (sensualissimo) per una delle convenute, di nome Selva (!) una sorta di amazzone (o valchiria) contemporanea in sella alla sua moto (d’acqua) che tratta l’innamorato come un infante o un imbecille, innamoramento che però finirà in un portentoso fallimento (si legga bene questa sezione perché dà un’idea della crudeltà mirabile che il poeta sa usare verso il suo omonimo).
La ribellione ovvero l’inizio della salvezza arriverà per il protagonista poco dopo, quando la cerimonia di iniziazione dovrebbe giungere al suo culmine con la tonsura dell’iniziato: “Umberto Fiori” si ribella, minaccia una reazione violenta e da lui inaspettata: per chi è stato ragazzo negli anni ’60 (e cantante rock!) i capelli continuano pure a rappresentare qualcosa anche in epoca di crani rasati! È il “miracolo” a cui tutta la produzione poetica di Fiori ci ha abituato. Ma mentre nelle raccolte precedenti il miracolo era un ri-apparire delle cose più quotidiane come nuove, come inedite (quasi sulla scorta dei “gialli dei limoni” montaliani o della “musica delle tende che sbattono sui pali” di Vittorio Sereni), qui il miracolo è, più corposamente, un gesto che ribalta le cose, la vita stessa del protagonista: “in quel momento il mondo/mi è sprofondato sotto,/si è ribaltato, si è messo a ribollire/nei nervi e nelle ossa”. La conferma ce la offre per converso il Conoscente che “pallido, curvo/tra la parete e il tavolo/come chi cerca qualcosa che gli è caduto/rantola e sbava…”.

 

La salute, d’ora in poi, non sarà allora nell’antiantropocentrismo, nella compagnia serena-dolorante dei nonumani? – si chiede il lettore partecipe del racconto. Cautamente possiamo rispondere di sì: l’ultima sezione (“La salita”) ci rappresenta un uomo che reincontra la Natura: è Isola, è Mare, è Montagna, è Eruzione, è Pioggia, è Salvezza: “Anch’io,/tra scosse e tuoni, grondante,/pendevo dalla montagna/come un suo frutto”. E i compagni insieme, attorno: “Siamo qui, noi. E ti vogliamo bene,/porca vacca…”.

 

Prima, molto prima di questa resurrezione, mentre il protagonista impara a (ri)conoscere il Conoscente, nell’ambaradan delle citazioni colte di cui costui fa sfoggio c’è anche “l’epistolario di Leopardi da Londra”: la trovata può passare quasi inosservata o, al più, strappare un sorriso al lettore che ama il grande poeta. A me però piace pensare a qualcosa che vada oltre: oltre, intendo, lo scherzo colto. Immaginare un Leopardi, a cui sia riuscita la fuga da Recanati, stabilito a Londra (dove magari conosce William Blake o John Keats e Mary Shelley…) non è solo una swiftiana stramberia o una borgesiana finzione. Attraverso questa apparentemente innocente boutade, possiamo trarre la “lezione” di tutto il libro di Fiori: scrivendo, ogni autore ha il potere di “falsificare” la storia (e la sua stessa biografia) ma è proprio con queste piccole e grandi “falsificazioni” che lo scrittore e i suoi lettori “tentano” la verità; in Il Conoscente è stato necessario mettere in scena personaggi rappresentanti dell’umana inciviltà per fare un po’ di vecchia e buona “poesia civile”, è stato necessario inscenare la distopia della Convenzione per accennare l’utopia cui tutti i poeti (tutti gli umani) sono chiamati. Come a dire che oggi è più che mai necessario rappresentare il disumano per tentare disperatamente l’antica pietà. L’immaginario epistolario leopardiano dalla capitale inglese è come la minuscola “mise en abyme” di Il Conoscente: libro che non può esistere, utopico quindi in sommo grado ma anche “veritiero” perché capace di costituire la pietra d’inciampo per il “buon” lettore: “Buoni bisogna essere: perché/è il bene l’unico bene./Essere veri, si deve./Si deve vivere come si deve./E si deve dovere…” (da: Esempi in Poesie 1986-2014, Oscar Mondadori, p.63). 

Contro il potere dello scontato, dell’idea dominante, il potere dell’abitudine, si accampi il miracolo dell’imprevisto, dell’invenzione, dell’immaginazione e del gratuito. Il che equivale ad augurarsi che vinca, “miracolosamente”, la forza di Poesia.

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