Lombardia zavorra?

14 aprile – Dopo una Pasqua a base di esibizioni muscolari della polizia (elicotteri, droni, posti di blocco, inseguimenti spettacolari, riprese dall'alto di terrazzi e balconi) e notizie di falsi esodi verso le seconde case pompate dalle fanfare della propaganda, sembra incrinarsi il patto di fiducia fra cittadini e Stato. Tu mi sospetti in maniera ingiustificata, mi controlli fin dal cielo, mi sanzioni per ogni scemenza, insomma non ti fidi di me, mai, e io dovrei continuare a fidarmi di te? Anche a fronte di notizie terribili sulla gestione confusa e scomposta, pericolosa fino a diventare mortale, di situazioni delicate, che continuano a uscire grazie, finalmente, alle inchieste? Non più. Cambiano un po' di cose.

Davvero.

 

17 aprile – Si apre la pratica “Lombardia”. Si aprono le inchieste della magistratura, cominciano a uscire corpose inchieste giornalistiche, soprattutto sulla situazione case di riposo.

Si discute del disastro Lombardia. C'è chi parla di superbia punita, di karma, di punizione divina per la troppa spocchia, di schadenfreude, c'è chi rinfaccia i discorsi odiosi sentiti troppe volte dal nord nei confronti del sud.

 

Il paese è spaccato. C'è una parte che va meglio, in termini di contagi, di ospedali, di morti. E una che non riesce a schiodarsi dalle cifre non buone. La parte che va meglio vorrebbe liberarsi di quella che sta peggio, anche perché vede i responsabili della gestione più disastrosa comparire imperterriti tutte le sere a ripetere le stesse cose: “Come siamo stati bravi, meglio di così non poteva andare. Abbiamo fatto tutto per bene,” e altre amenità del genere. Uguali uguali a un tempo. Stesso ritornello, senza un cedimento. Senza l'ombra una vaga autocritica, anzi tutto un accusare gli altri, come dal primo giorno.

 

La scrittrice Helena Janeczek su Facebook chiede se davvero esiste un sentimento “degno di antiche pestilenze” anti-lombardo o se non si tratti, invece, di una comunicazione generalizzante. 

Il sentimento, secondo me, c'è ma ha radici lontane, non è di oggi. E la pestilenza lo ha tirato fuori, come quando cede un argine.

 

È venuto alla luce per paura del contagio, prima come miasma attorno alle zone affette dal morbo, poi è cresciuto in maniera proporzionale quasi ricalcando il montare della curva lombarda. 

La sanità lombarda sbandierata sempre come “eccellenza”, l'efficienza, la rapidità, la luce glam e international che si riflette nei grattacieli nuovi di zecca di Porta Nuova (tutto nuovo), il grattacielo stesso di Palazzo Lombardia – il più bello, per me, fra i grattacieli – un po' mausoleo dell'altissimo Celeste un po' torre di cristallo trasparente solo per un verso. E poi le app e la sharing, il delivery e il food, le week e il design, gli “ape” con il suo Campari rosso a fiumi e i grandi eventi, che sono solo le ultime svolte di una dinamicità frenetica che corre da decenni e che nessuno si aspettava si sarebbe fermata per prima, bloccata come in un incantesimo raggelante.

 

Certi montaggi che si trovano in rete, con le immagini della città vuota e ferma, fanno male.

Così, dopo anni di stereotipi grossolani da una parte e dall'altra (Milano capitale morale ma anche slogan pubblicitari come Milano da bere, poi tutta la "fuffa" degli anni Ottanta mai davvero finiti, la torsione da città operaia a città non più sobria ma coi dané volgarissimi da spendere per calcio e veline, Berlusconi e la figa, e, all'opposto, tutte le stronzate sparse a piene mane dai leghisti sul sud, sui terroni, su Roma ladrona, sul sud lazzarone e fancazzista), l'ulteriore metamorfosi. La più recente: Milano diventata turistica dopo Expo, di un turismo strano da paesi strani. E improvvisamente diventata anche attrattiva, per esempio, per gli studenti, con le sue università prestigiose e molto ricercate pure a livello internazionale. Di nuovo riempita di accenti strani, come non succedeva dagli anni Sessanta, e di giovani. Parlate romane e persino marchigiane (orecchio sensibile, il mio) hanno continuato a sorprenderci, negli ultimi due anni, dai posti più inaspettati: per strada, nei negozi, da commessi, camerieri, giornalisti, cuochi e designer, stilisti e programmatori. Tutto molto vitale. Ed esaltante. 

 

Opera di Rala Choi.


Capisco la rabbia che ti viene a pensare che tutto questo possa essere finito in un batter di ciglia. 

Cos'era? Un sogno? Una fiaba raccontata troppo bene? Perché così evanescente, così poco ancorata a terra da esser spazzata via in un attimo, alla prima serrata di clèr?

 

(Per me, l'immagine della fine è scolpita nella mattina del 25 febbraio, quando l'albergo vicino a casa ha chiuso tutto e messo un grosso lucchetto alla porta: l'albergo dalle stanze sempre occupate e illuminate, prenotato sui siti per mesi da tutto il mondo e pienissimo dal 2015, improvvisamente buio e sbarrato, vuoto: vuoto il posto macchina “riservato hotel”, vuota la sala colazioni, sospeso il servizio consegna biancheria e tovaglie col furgone che arrivava di notte, spenta l'insegna, fine dei trolley sul pavé a tutte le ore).

 

Questa terra non solo non più locomotiva ma proprio zavorra che blocca tutti gli altri: ma che colpa vuoi farle? Ma davvero, di fronte a migliaia di morti, vuoi prendertela con la sua gente? Una popolazione in difficoltà può davvero essere schiaffeggiata da editoriali scritti in fretta e male sui giornali? O da un ringhio sordo che arriva da lontano e non c'entra nulla? Non ci vogliono, piuttosto, solidarietà e vicinanza? La città, e la regione tutta, non ha forse bisogno di essere aiutata a uscire da questa situazione e a liberarsi dagli incapaci che l'hanno sfregiata? Tutto quello che in queste ore, sulle persone in lutto, non sia un atto di amore, è orrore. Tutto quello che non sia una preghiera laica per la sua gente, è orrore. Poi ci sono i suoi governanti, ma quello è un altro discorso.

 

18 aprile – Nei discorsi sulle riaperture, che cominciano a infittirsi (i discorsi, non le riaperture) ricorrono sempre gli stessi concetti, le stesse parole. Prime e uniche le "forze produttive", sempre. “Lavoratori” da immettere nelle forze produttive saranno i primi a essere rilasciati. Come se si trattasse di schiavi della produzione e della produttività, che dunque possono essere "rilasciati" mentre il resto dell'umanità viene mantenuto ai domiciliari (vecchi, bambini, donne che devono badare ai vecchi e ai bambini) in quanto inutile e anzi di peso.

 

Pare che nei piccoli centri ci sia la rivincita dei piccoli negozi, anche in termini di supporto alla cittadinanza. Mi colpisce un servizio dalle Marche in cui un droghiere di Ancona racconta di come abbiano ripristinato i “libretti” su cui segnare la spesa da pagare poi più avanti. Una cosa che non vedevo da quando ero piccola. Una forma di microcredito senza interessi, molto utile per le persone più in difficoltà, che, rapportata a certe innovazioni degli ultimissimi tempi, fa anche sorridere. Fa riflettere l'Italia a due velocità, dove all'improvviso la "velocità" non ha più tutto questo senso: le città con le consegne a casa tramite app, i pagamenti della spesa col telefono, la modernità profusa a piene mani fino a due mesi fa, i registratori di cassa telematici e lo scontrino elettronico. E dall'altra parte il buon vecchio libretto e le consegne a domicilio del negozietto sotto casa che si riscopre avere un ruolo sociale rilevantissimo.

 

La provincia all'improvviso sembra essere meglio della metropoli, la periferia del centro, il piccolo del grande. Sarà vero? Sul controllo sociale no. Nei paesi più piccoli l'arbitrarietà delle forze dell'ordine è più stringente, i cittadini-sceriffi più frustrati, quindi più spietati.

 

19 aprile – Leggo post di mamme che devono uscire per motivi di forza maggiore (un atto notarile, una visita medica) portandosi dietro i bambini, ma hanno paura degli sceriffi da balcone.

Hanno paura che i bambini sentano e vedano questi matti che si sbracciano dalle finestre, urlando insulti scomposti. Forse sarebbe ora che Conte e Mattarella, in uno dei loro solenni discorsi alla nazione, dicessero due parole anche su questo.

 

20 aprile – Ieri ho camminato per la prima volta da mesi per venti minuti e al ritorno mi facevano male le gambe. In questo periodo di clausura sono uscita solo ogni 5/6 giorni per brevi sortite, prima camminavo per chilometri ogni giorno (o andavo in bicicletta). Se sono messa così io, non oso immaginare le condizioni dei più anziani, o le persone che hanno bisogno per motivi di salute, o di prevenzione, o per disagi vari, di fare movimento ogni giorno.

Devo obbligarmi a uscire tutti i giorni, così non reggo più.
La polizia, vicino a casa mia, ha piazzato un posto di blocco vicino all'unico spazio verde (un viale con alberi). Ferma tutti, in macchina e a piedi.

Perché se vai in giro, devi farlo nel cemento, nella solitudine e nella tristezza. Devi parlare piano, evitare di mostrare allegria, stare alla larga da alberi e piante.

Devi essere punito comunque, anche se non si sa bene da quali peccati devi mondarti.

 

Nei discorsi sulla riapertura, si fa un gran parlare di nuovi materiali, a partire dal plexiglas, definito materiale del futuro per le barriere che verranno costruite per fermare il virus. Quindi, la plastica, da cui stavamo faticosamente liberandoci, rientrerà alla grande. Siamo già pieni di guanti, mascherine, detersivi, tutta roba inquinante che non si sa che fine farà. Per i trasporti, si prevede il crollo del trasporto pubblico – troppo rischioso, troppo affollato – e quindi torneranno, in massa, le macchine. Si prospetta un mondo asfissiante e inquinato, in cui saremo da capo. Non impariamo niente. In questo virus riesco a vedere solo danni, devastazione e guasti. 

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Opera di Rala Choi.

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